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 2003  gennaio 24 Venerdì calendario

Russell Peter

• . Nato a Bristol (Gran Bretagna) nel settembre 1921, morto ad Arezzo il 22 gennaio 2001. Poeta. «Parente del filosofo Bertrand, considerato uno dei grandi del modernismo novecentesco, candidato al Nobel, viveva in Italia dall’82 quando, con la seconda moglie e i tre figli arrivò a Pian di Scò, nel Valdarno, dove andò ad abitare alla Turbina, un vecchio mulino in collina. [...] Si considerava comunque in esilio, con pochi amici, che andavano a trovarlo nella casa di riposo a Castelfranco di Sopra (Arezzo), era quasi del tutto cieco anche se l’assistenza non gli mancava e continuava a scrivere poesie e lettere. [...] E’ stato un poeta fluviale. Pubblicò i suoi primi versi nel ’39 e da allora produsse un corpus sterminato. Più che a Shakespeare, si ispirò a Petrarca, del quale apprezzava ”la purezza musicale”. Il sonetto, diceva, ”è una forma del pensiero” e lui ne scrisse quasi tremila, composizioni pacate, con parole semplici e visioni estatiche: ”La casa è quieta, tutto è immobile / Io ho scritto tutta la notte. / I primi raggi dell’alba sopra la collina / Riempiono l’intera valle con la loro pace”. Ma alla fine anche con molta disperazione: ”Angoscia del tempo che passa / Ma non mi porta con sé... Terrore del vuoto / Asfissia / Sepolto vivo...”. Definito ”un moderno antico”, Russell amava i ritmi semplici, l’osservazione della quotidianità e il richiamo alle mitologie, i simboli della natura che comunicano speranza ed energia vitale. Giuseppe Conte, nella prefazione alla raccolta La catena d’oro, ha scritto che appartiene alla minuta schiera dei poeti che trasmettono ”una tempesta, anzi un uragano di visioni”. Poeta metafisico e coltissimo, con echi che vanno da Sant’Agostino a Foscolo, da Góngora a Coleridge. A Castelfranco, negli ultimi anni, passava i suoi giorni fumando Nazionali senza filtro, seduto a un tavolino pieno di appunti e di lettere, che le infermiere gli avevano sistemato sotto una finestra. Non riusciva a trattenere le lacrime quando ricordava William Butler Yeats, che considerava ”il più grande di tutti, una voce universale”: ”Nel ’ 39, ero a scuola quando seppi della sua morte e scoppiai a piangere. Pound diceva che la poesia è adorazione degli eroi e il mio eroe era Yeats”. Pound fu suo amico (’lo vidi in un party a casa sua il giorno prima che morisse, era molto debole ma aveva la mente asciutta”) . Quand’era studente, Eliot gli offrì dei soldi perché continuasse a scrivere (’lottavo per sopravvivere e lui mi aiutò”). Montale e Landolfi li conobbe alle Giubbe Rosse, il leggendario caffè di Firenze. Ungaretti lo incontrò nel ’50 a Venezia (’era un tipo molto accogliente, aveva già letto tutti i miei libri”) . Quasimodo andava a trovarlo a Londra quando, già Nobel, ”era stufo degli onori pubblici” . Girò per mezzo mondo. Anzi, per il mondo intero. Combatte in Birmania con le truppe indiane, per otto anni è nell’aviazione britannica: in Germania, in Estremo Oriente, in Africa e in Olanda, dove nel ’44 riesce a salvarsi da un attacco tedesco attraversando il Reno a nuoto. Soggiorna poi in Francia, Canada, Stati Uniti, Cina, Iran, Italia. Prima a Venezia, in seguito a Firenze come professore universitario. A Pian di Scò rimane ad abitare solo con il figlio minore. Ma non si può dire che il soggiorno italiano sia stato fortunato. Nel ’90 un incendio gli manda in cenere parte dell’archivio e della preziosa biblioteca di trentamila volumi: ”Colpa di un ghiro – diceva – che saltando da mucchio a mucchio ha fatto precipitare alcuni libri nel camino”. Una sera di aprile del ’91 viene colpito da collasso e ricoverato a Castelfranco di Sopra. Le sue carte (tra cui epistolari dei maggiori poeti del Novecento) e la biblioteca rimangono alla Turbina e lui ne soffre. Ha lasciato il tutto al comune di Pian di Scò. I suoi libri sono usciti in traduzione da editori minori. L’ultimo, La catena d’oro, è edito da Paideia» (Paolo Di Stefano, ”Corriere della Sera” 23/1/2002).