Varie, 23 gennaio 2003
Tags : Sylvie Guillem
Guillem Sylvie
• Parigi (Francia) 25 febbraio 1965. Ballerina. Una delle più grandi del mondo • «Ragazza sportiva e ballerina classica; fanciulla contemplativa e star tenebrosa. Sfugge alle classificazioni, Sylvie Guillem, stella mondiale della danza [...] Incarna l’ideale della ballerina francese, la Guillem. Ma contemporaneamente ne ha del tutto mutato l’immagine. Grazie alle sue eccezionali qualità fisiche, che le permettono di affrontare un modo di ballare spinto al parossismo: inarrivabile collo del piede, gambe portate all’estremo, interpretazioni audaci. Ma soprattutto perché ha saputo occupare il territorio della danza con l’atteggiamento della donna moderna, priva di quegli insopportabili fronzoli romantici da eterna Taglioni in scena e fuori. Indipendente, impertinente, sensuale. Dopo di lei tutto è cambiato e le danzatrici che l’hanno seguita ne hanno, consapevolmente oppure no, assimilato il modo di essere. Lei sa sempre bene ciò che vuole. Come quando ha deciso di mettere nel libro fotografico [...] Invitation [...] immagini in cui compare completamente nuda. Un corpo modellato dal movimento, muscoloso e asciutto, scattante. Più da ginnasta che da ballerina. Perché da lì arriva Sylvie, dall’atletica: ”Quando sono entrata alla scuola dell’Opéra, in quanto ginnasta non avevo particolare interesse a diventare danzatrice - ricorda -Ma avevo avuto la fortuna di scoprire la mia passione attraverso lo spettacolo. Sono stata all’improvviso sommersa da una sensazione forte e totalmente sconosciuta. Era qualche cosa che aveva certamente a che vedere con la scarica adrenalinica della competizione, che avevo già vissuto, ma ora inmodo terribilmente amplificato”. Presto la ragazza si scontra con una certa ortodossia, col tradizionalismo della Maison. Lei tiene duro: ”Ogni volta che volevano riportarmi a qualche cosa di più conforme allo stile classico, mi dicevo: no, non è questo quello che ho scelto e mi trovavo nella incapacità assoluta di fare quanto mi domandavano”. A diciotto anni entra nel corpo di ballo dell’Opéra. E un anno dopo, travolgendo ogni convenzione è già stella. Erano i tempi in cui la compagnia parigina era diretta da Nureyev e Bogiankino era sovrintendente. Al termine di una clamorosa matinée che la vedeva protagonista del Lago dei cigni Sylvie riceve sul campo i galloni di étoile. Incomincia così un travolgente cursus honorum che la vede affrontare tutti i grandi ruoli classici all’Opéra. Ma è anche lei, nella seconda metà degli Anni ”80, a interpretare con i più giovani e agguerriti dell’Opéra In the middle somewhat elevated mitico brano hard-rock di William Forsythe, poi passato a tutte le grandi compagnie di danza. La sua inquieta fame di sperimentazione la porterà a confrontarsi con i grandi del contemporaneo come Maurice Béjart (di cui ha interpretato La Luna e Boléro) Mats Ek (è stata travolgente protagonista in Carmen e Solo for two), Bob Wilson per il quale si è calata nei panni di San Sebastiano nel Martyre di Débussy. Nureyev che la coltiva con occhio amorevole crea per lei una Cenerentola molto glamour, ambientata aHollywood ai tempi del muto, dove il principe è un divo alla Rodolfo Valentino con il quale alla fine lei girerà un film. Grande successo, ripreso in molti altri teatri: al San Carlo di Napoli, alla Scala di Milano. Ma Sylvie, un po’ crudele, un po’ oculata amministratrice del proprio futuro, ferisce al cuore Nureyev quando decide di lasciare il posto fisso di étoile all’Opéra e di attraversare la Manica. A Londra, il Royal Ballet diventa il suo trampolino di lancio per una carriera mondiale. Per gli inglesi è uno choc artistico. Alcuni ballettomani subito se ne innamorano. Ma per i più tradizionalisti la ballerina ideale deve saper affrontare l’intero Lago dei cigni con una tazza di tè in mano senza versarne una goccia; il suo developpé alle Six o’clock come lo definiscono gli scandalizzati (cioè in punta su una gamba e con l’altra tirata su sino all’orecchio) devasta ogni cliché tradizionale. Lei se ne fa un baffo. A chi l’accusa di sporcare le linee classiche, in particolare lo stile di Frederick Ashton, genius loci al Covent Garden, risponde che fa quel che vuole, che si deve svecchiare la danza. Nella sua carriera la Guillem di gusti se ne è tolti molti. Per esempio dimostrare capacità di coreografa allestendo una propria rilettura di Giselle presentata con il Balletto Nazionale Finlandese anche a Parigi e con il Balletto della Scala a Milano. [...]» (Sergio Trombetta, ”La Stampa” 4/9/2005). «Se ancora contano le classifiche stilate dai media, è la ballerina numero uno del mondo. Il che, alla verifica dei fatti, significa non solo tecnica assoluta, spettacolare macchina del corpo, interpretazioni grandi per intensità e mistero. Ma anche carisma insolito, intelligenza acuta, eleganza suprema e imbarazzante, senso imperioso della propria immagine (prerogativa quasi esclusiva del suo fidanzato, il fotografostar Gilles Tapie). Campionessa di ginnastica a 10 anni, danzatrice a 11, étoile all’Opéra di Parigi a 19, elettavi da Nureyev, da cui ”divorziò” a 24 anni (’relazione troppo forte, nell’amore e nell’odio”), poi emigrata a Londra, dov’è onorata da un decennio al Royal Ballet[…] ”La danza non può non essere sensuale. Una danzatrice che imprime voluttà ai suoi movimenti è un dono. La sensualità deve vivere in scena come un’emozione destinata al pubblico”. Come fu il suo primo contatto con la danza come spettatrice? ”Terribile. Vidi da ragazzina una Coppelia noiosa e ridicola. Ero allieva all’Opéra, e avevo avuto la fortuna di andare in scena con la scuola prima di assistere a un balletto, altrimenti non avrei mai deciso di diventare ballerina. Non avevo mai sognato tutù e coroncine: venivo dalla ginnastica. Poi ho cominciato a sentire la danza come mezzo di comunicazione teatrale e il corpo come strumento espressivo. diventato questo il mio principio: ogni ruolo, Manon, Giselle o Giulietta, vive in me come una persona. Che prova paura, amore, turbamenti... Non ho mai visto il mio mestiere in modo diverso. Il balletto classico ha perso significato perché è stato riprodotto in modo aberrante, senza evoluzione […] La moda di scegliere solo i contemporanei è insensata. Per avanzare c’è bisogno della storia. I capisaldi del repertorio possiedono profondità morale e psicologica. Sono archetipi: come le favole. Se Il lago dei cigni o Giselle hanno attraversato tanti anni, vuol dire che dentro c’è qualcosa. Bisogna provare a svelarlo, quel qualcosa”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 10/6/2001). «Nessuno ti obbliga a danzare. Ma chi sceglie il teatro (per passione e per vocazione) non può deludere il pubblico. Nel nostro lavoro c’è un unico obiettivo. Non importa quello che accadrà... A costo di qualsiasi sacrificio io ce la farò! La scuola dell’Opera di Parigi non è un centro di volontariato. Gli spettatori che accorrono a vedere uno spettacolo vogliano vedere in scena l’eccellenza artistica, che si ottiene solo a costo di immensi sacrifici» (s.n., ”La Stampa” 22/1/2003).