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 2003  gennaio 23 Giovedì calendario

Artoni Anna

• Maria Correggio (Reggio Emilia) 31 marzo 1967. Ex presidente dei giovani imprenditori di Confindustria. Ragioneria, un master in business administration, guida una piccola società di informatica, la Network Extension, oltre a lavorare nell’azienda di famiglia, la Artoni Trasporti di Reggio Emilia (350 dipendenti, una cinquantina di tir, fatturato sui cento milioni di euro). «Alta, bionda, dritta come una lavagna. una bella ragazza con il portamento di un pastore luterano di Goteborg» (Giancarlo Perna, ”Capital” n.6/2002) • «[...] volto glamour della giovane Confindustria montezemolista [...] bisnonno Cirillo, carrettiere, cappello con la piuma e frusta in mano, un artista dello schiocco: mestiere proletario, trasportare derrate alimentari, e richiamare i clienti facendo risuonare in aria lo scudiscio; e poi il nonno Paride, il modernizzatore, quello che compra il primo camion e fonda l’azienda, nel 1933. Quattro figli, e un camion a testa: ecco nata l’impresa di trasporti Artoni, con il logo a cinque strisce che simboleggiano i figli e il padre [...] Qualcuno ogni tanto la sfotte: per il sito gossiparo Dagospia è Ulivella, la leader implicita della criptosinistra imprenditoriale; oppure, con uno sguardo critico al look, ”ecco s’avanza la Artoni, occhialini da segretaria d’azienda gattomortista”. [...] Scuole pubbliche a partire dalle elementari Edmondo De Amicis, senza fisime aristocratiche, al riparo da esclusività finto-borghesi, fino al diploma di ragioneria. Amicizie quasi tutte nella parrocchia della Madonna della Porta, qualche tentazione extra-aziendale come dj proprio nell’emittente parrocchiale Radio Dimensione, nei primi anni Ottanta. Un po’ di pallavolo, ”ma non ho mai pensato a prendere sul serio lo sport, anche perché sono riuscita a rompermi sei volte la caviglia sinistra” (adesso non pratica niente, per tenersi in forma si concede una settimana in una beauty farm due volte l’anno). Ci dev’essere un dato genetico emiliano e popolare, a pensarci, se una rampolla del padronato vecchio stampo non si iscrive neppure all’università: ”Oppure semplicemente la voglia di cominciare subito a lavorare in azienda. Quando ho capito che mi serviva una preparazione più approfondita ho seguito un master sperimentale di Profingest, a Bologna, con un’aziendalista come Gianni Lorenzoni, e un economista come Luigi Golzio, durissimo”. E deve esserci anche una specie di etica del lavoro, per una ragazza che ancora giovanissima passava le vacanze estive in azienda, a fare lavoretti, le lettere di vettura, la sistemazione dell’archivio. Un po’ controvoglia (’Ma perché non continui a studiare?”), suo padre la assume a 19 anni, nel 1986, con un contratto di formazione e lavoro: forse è la precaria più ricca d’Italia, e lei ci si mette d’impegno, nell’area amministrativa, in appoggio a un’impiegata che le fa da pigmaliona: e ci mette nove anni a diventare dirigente, anche se si iscrive subito al gruppo dei giovani imprenditori di Reggio Emilia, dove fa amicizia con i giovani Ruggerini (motori), Lombardini (idem), e soprattutto con Barbara Morini (calcestruzzi), che la guida nella realtà del movimento imprenditoriale e la introduce a ciò che loro chiamano partecipazione. ”Tutto dev’essere nato con un convegno dei giovani a Capri, nel 1987, quando era presidente Antonio D’Amato”. Lei diventa presidente dei giovani a Reggio Emilia, e vicepresidente regionale. Fino a quando, un po’ per caso e un po’ per necessità, nasce la candidatura alla presidenza nazionale. [...] fu una battaglia durissima. Contro di lei, candidata delle regioni soprattutto del Nord, era schierato Vincenzo Boccia, salernitano, ex vicepresidente di Edoardo Garrone, che da due anni si stava preparando al balzo. ”Campagna elettorale durissima”, sorride. Sessanta giorni ventre a terra, con la sua lanciatissima squadra: Matteo Colaninno, Giannetto Marchettini, Annibale Chiriaco, Cristina Bonetti, Michela Marguati. Successo al ballottaggio, sul filo di lana, per sei voti. ” bello vincere le elezioni. Ma dopo ti senti il vuoto nello stomaco e ti chiedi: e ora che faccio?”. Già, che si fa? ”Ci siamo chiusi per tre giorni in un buen retiro a Castel San Pietro Terme, a due passi da Bologna, per fare brain storming”. Poi una rete di relazioni, a Roma con l’Arel ed Enrico Letta, a Londra con la London School of Economics. Ma soprattutto, dice lei, la ricerca di un filo conduttore, nel tentativo deliberato di riprendere l’esperienza di un suo predecessore, Aldo Fumagalli: ”Ho detto che occorreva tornare a fare politica, con l’iniziale maiuscola, nel senso della passione civile”. Per questo il suo primo convegno come presidente dei Giovani, a Santa Margherita, è stato dedicato all’immigrazione: ”Per mettere a fuoco le modalità e soprattutto le opportunità dell’inclusione, a tutti i livelli”. Prevedibile che di conseguenza la chiamino Ulivella. Un altro convegno sulla democrazia economica, a Capri, sostenendo che la politica ha bisogno di consenso e quindi chi è obbligato a ricercare il consenso non fa le riforme, sicché Silvio Berlusconi stringe i denti, stira le labbra e commenta: ”Questa volta la Artoni poteva stare zitta”. [...] Anna Maria Artoni ha in mente un capitalismo basato sulla trasparenza, un mercato presidiato dalle regole, una competitività fondata sull’innovazione e la qualità dei prodotti; mentre nel mondo imprenditoriale, rispetto a queste ubbie giovanili, si sentono continuamente sospiri di nostalgia al pensiero dei bei tempi delle svalutazioni competitive, e si conta su una politica che consenta l’elusione fiscale, la prossimità al sommerso, la mano libera. A parlare di un capitalismo moderno si può passare per comunisti. [...]» (Edmondo Berselli, ”L’Espresso” 3/2/2005). «Timida, e non si direbbe guardando dov’è. Eppure è la prima cosa che dice di sé oltre al fatto ”che sin da piccola ero assolutamente convinta che avrei avuto un ruolo, e importante, all’interno dell´azienda di famiglia [...] una mia caratteristica: essere, più che ”capo’ in senso classico e autoritario, coach di una squadra, trascinatore e catalizzatore di passioni. Nel mio lavoro conta sentire il fuoco e saper rischiare, aprirsi ai contributi di tutti, specie se diversi. Proprio come nel gioco [...] Essere ”figlia di papà’ anche per me, come per altri, è stato un vantaggio e uno svantaggio. Avere la strada aperta, una fortuna. Ma quando devi confrontarti e possibilmente superare un modello, nel mio caso paterno, significa guai. Imitarlo non mi avrebbe fatto crescere. Valorizzare la mia personalità, essere timida ma anche molto determinata, ha liberato le mie energie” [...]» (Alessandra Retico, ”la Repubblica” 6/1/2005).