varie, 21 gennaio 2003
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LOI Duilio Trieste 19 aprile 1929, Tarzo (Treviso) 20 gennaio 2008. Ex pugile. Ha esordito al professionismo tra i leggeri nel ”48
LOI Duilio Trieste 19 aprile 1929, Tarzo (Treviso) 20 gennaio 2008. Ex pugile. Ha esordito al professionismo tra i leggeri nel ”48. Campione italiano dal ”52 ed europeo dal ”54, titolo che ha difeso otto volte. Nel ”59 è diventato campione europeo dei leggeri (contro Johansen), poi il 1° settembre ”60 divenne campione del mondo dei welter jr. battendo Carlos Ortiz, dal quale era stato sconfitto nel primo match a San Francisco in giugno. Difese il titolo contro Ortiz nel maggio ”61 e poi contro Perkins nell’ottobre. Sconfitto dall’americano nella rivincita di Milano nel settembre ”62, si affermò definitivamente il 15 dicembre. Poi l’addio alla boxe. Il suo bilancio è di 126 match disputati, 90 vittorie ai punti, 25 per ko, 8 pareggi, tre sconfitte (contro Johansen, Ortiz e Perkins, sempre poi battuti nella ripetizione). Non ha mai perso sul ring un titolo italiano o europeo. Da campione del mondo dei welter jr difese tre volte anche l’europeo dei welter. Memorabili anche le sue difese del titolo europeo e italiano dei leggeri contro Visintin (nel ”54) e Garbelli (nel ”55), e la difesa dell’europeo dei welter contro Manca (nel ”62). «Apparteneva alla ”banda Maspes” ossia alla Ignis di Giovanni Borghi, che terremotava (vincendo) i velodromi, le palestre, le arene della boxe e del basket nonché il ”Bel Sit” di Comerio, ritrovo di pragmatica per pranzi d’affari, sportivi e galanti. […] La vita lo aveva disavvezzato presto. ”Sono figlio di un marittimo, un capomacchina iscritto nel libro di bordo del Lloyd triestino, silurato nel Mediterraneo, su un mercantile che navigava in convoglio verso l’Africa. Sono nato a Trieste nel 1929. Ci siamo trasferiti a Genova, nel quartiere di Terralba. Ho quindici anni, frequento le scuole dei padri Emiliani. una domenica del 1943. Mi avvicinano due carabinieri. Chiedono di mia madre. La mamma non c’è, è uscita. ”Sei figlio unico?’, mi fa il più avanzato in grado. Sono l’unico figlio maschio. ”Debbo darti una brutta notizia. Tuo padre, affondato sul Campobasso, è morto in mare. Sarai tu il capo di casa’ e mi dà un buffetto sulla guancia. Mi ha preso una rabbia cieca, il rancore di non sapere, un’ombra nera davanti agli occhi: perché?”. Vittorio, suo padre, era sardo. Secondo Duilio, un personaggio salgariano. Aveva sposato una triestina, una ”muleta” di 17 anni, cucitrice presso la sartoria di un cagliaritano, Mario Lopez. ”Il secondo nato sono io: verrò chiamato Duilio, in onore di un celebre incrociatore che, nella guerra ”15-’18, tenne in scacco mezza flotta austriaca”. I Loi, a Genova, si sentivano ed erano poveri: di un lampo si ritrovavano ancora più poveri. ”Mia nonna, mia madre non cedettero allo sconforto. Di giorno si lavora, per piangere c’è la notte” mi aveva insegnato mia madre. La maledetta guerra finì. Duilio pensava spesso a suo padre. ”Ne avevo un ricordo struggente. All’imbarco sul Campobasso, mi aveva donato uno specchietto tascabile, di tipo pubblicitario ed io, dopo avere fatto gibigianna con il sole, lo avevo rivolto verso il suo volto. Lo specchietto, lo avevo nascosto in un mio cassetto. Una sera del ”45 sono andato a riprendermelo. L’ho passato con lo sguardo bene bene. Chissà mai!, che la bella faccia di mio padre non sia rimasta stampata!”. La constatazione che raccogliessi appunti non soltanto cronistici doveva avere indotto Loi ad aprirsi. ”Le peregrinazioni dei Loi sono state tante... tante: Sardegna, Genova, Trieste e sempre per la fabbrica dell’appetito. Le mie, personali, di mestiere, sono state mille e una: come i manifesti dei miei matches, che si appiccicavano su tutte le cantonate di tutto il mondo”. Perché hai fatto la boxe, Duilio? ”A Genova la palestra di Dario Bensi era più frequentata della scuola media. in Italia c’era abbondante miseria e nella boxe c’era anche il sogno di poter campare da principi. […] Sei povero e trovi uno che si chiama magari Steve Klaus, noto nel mondo, e Klaus si accorge che hai punch, voglia di apprendere, di lavorare. […] ”A Genova c’era un tipo che il fisico non l’aveva. Il giorno che Dario Bensi, per il bene stesso del ragazzo, aveva deciso di allontanarlo, l’epurato si ripresentò con le lacrime agli occhi. ”Signor Dario, non lo faccia! Tutta la casa mi sfotterebbe: e poi non avrei più modo di fare la doccia e di riempire lo stomaco con le frittelle di riso’. Venne risparmiato e gli comprammo, anzi, un paio di scarpe che ne aveva giusto bisogno. Portava il secchio dell’acqua dal rubinetto all’angolo, ed era felice […] Ho fatto tutto in fretta, ho sposato Grazia, che era bellissima, e che mi ha dato un figlio, Vittorio. Sono arrivato subito alle soglie del titolo europeo, a Copenaghen, a casa di quella carognetta di Johansen, a preparazione però incompiuta e con un contratto non perfezionato cosicché la borsa mi giunse stenta e dispersa in tanti rivoletti incontrollabili. All’asciutto, in bolletta, io, ”il miglior virgulto del pugilato nazionale’ dovetti ricorrere alla ”Porta di Vacca’, alla compagnia degli scaricatori di porto, che distribuiva la mano d’opera. Sa cosa significa, Fossati? la compagnia unica, unica degli scaricatori: si informa delle navi in arrivo e delle richieste di lavoro: prima tocca agli anziani e poi ai pivelli. Capita di rincasare a mani vuote, dopo ore di attesa, accovacciati sulle rotaie dello scalo merci. C’era anche il Picchettaggio. A cavalcioni sulle assicelle sospese alle strutture esterne della nave, toglievi con il martello le alghe selvagge, e gli davi sopra una passata antiruggine. La pelle delle mani bruciava. Io vengo di là. Sono risorto. Ho disputato 126 incontri, ne ho vinti ai punti 90 e prima del limite 25. I tre avversari che mi hanno sconfitto, li ho ripagati con secche rivincite. Non sono mai andato Ko. Ho battuto Ferrer, che aveva trasformato Bassett, il campione imbattibile, in un ex pugile atterrito dallo spettro della cecità. Ho reso pan per focaccia al danese Johansen, a distanza di due anni. Ho avuto ragione di Zulueta e di Perkins, gente di classe sicura, perfida che ti apriva una ferita sopraccigliare e sopra la percorreva con il dorso del guantone: o ti tagliuzzava il sopracciglio, oppure ti accarezzava la testa con strisciate maledette e ti marchiava la faccia di sangue. Ho incontrato, in America, autentici diavolacci, difficili da domare, in quella provincia americana che, allorché è cattiva, cattiva due volte è. In Australia sono venuto a capo di situazioni anche drammatiche e con stile. A Milano ho superato Carlo Ortiz, a San Siro ottantamila spettatori. Adesso, appagato appenderò i guantoni al chiodo. Steve Klaus, francamente dispiaciuto mi ha detto» (Mario Fossati, ”la Repubblica” 18/1/2003).