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 2003  gennaio 21 Martedì calendario

LVI-STRAUSS Claude Bruxelles (Belgio) 28 novembre 1908, Parigi (Francia) 31 ottobre 2009. Antropologo

LVI-STRAUSS Claude Bruxelles (Belgio) 28 novembre 1908, Parigi (Francia) 31 ottobre 2009. Antropologo. Le sue spedizioni in Amazzonia o nel Mato Grosso e le ricerche su miti e parentela sono diventate opere che hanno fatto la storia dello strutturalismo. Ha messo al centro dei suoi studi il rapporto tra la natura e quel complesso di sistemi di comunicazione simbolici e formali che chiamiamo cultura. Da Tristi tropici (’55) ad Antropologia strutturale (’58), da Il crudo e il cotto (’64) a L’uomo nudo ( ”71), i suoi libri più famosi sono editi da Il Saggiatore • «La sua opera è stata citata numerose volte nel corso dei dibattiti politici degli ultimi anni, specialmente da chi avversava i Pacs (patti di solidarietà civile) e l’homoparentalité (che le coppie omosessuali abbiano figli). Ma vi ha prestato scarsa attenzione. Ovviamente, ci tiene a riaffermare che ”l’antropologia non ha alcuna specifica vocazione a imporre quali soluzioni debbano adottare le nostre società”. Se li ha lasciati fare, senza darsi la pena di reagire, è perché, dice, ”non do a quello che ho scritto un’importanza tale da sentirmi obbligato a reagire ogni volta che le mie idee sono usate in un modo o in un altro. Non ho mai pensato che il mio lavoro potesse fungere da guida pratica per i miei contemporanei. un loro diritto servirsene per gli scopi in cui credono, ma per quanto mi riguarda si tratta di un controsenso totale. Voilà […] Ormai scrivo soltanto cosucce: una prefazione, una relazione stringata sul piano teorico, un articolo breve, per chiarire in non più di quattro o cinque pagine un’idea che mi sta a cuore, quando in realtà per farlo me ne servirebbero almeno trenta... Ormai non mi sento in grado di scrivere di più […] Resta fedele a questo strutturalismo al quale il suo nome è associato. ”Non tanto a ciò che un’effimera moda ne ha fatto, quanto piuttosto allo sforzo necessario per non lasciarsi ingannare dalla percezione dell’identità personale, e a quello di cercare di scoprire negli avvenimenti sociali delle relazioni specifiche, indipendenti dalle deformazioni indotte dagli interessi personali dei soggetti, siano essi individuali o collettivi […] Quando sono nato, sulla Terra c’erano un miliardo e mezzo di abitanti. Quando ho terminato gli studi e ho iniziato la professione, ce n’erano due miliardi. Oggi ce ne sono sei, e presto ce ne saranno otto o nove. Non è più il mondo che ho conosciuto, ahimè, e non è neppure un mondo che io possa comprendere. Per me è una situazione incomprensibile. Ci è stato detto che verso il 2050 ci sarà un arresto della crescita demografica, seguito quindi da un calo. Me lo auguro con tutto il cuore. I disastri provocati in questo lasso di tempo, però, non saranno mai cancellati”» (Didier Eribon, ”la Repubblica” 19/1/2003). Dal 1935, ha insegnato sociologia all’Università di San Paolo. «Rappresenta l’esperienza più importante della mia vita: per la lontananza e il contrasto, ma anche perché ha determinato la mia carriera. Mi sento profondamente in debito verso questo Paese. L’ho lasciato all’inizio del 1939 e l’ho rivisto solo nel 1985, quando ho accompagnato il presidente Mitterrand in una visita ufficiale di cinque giorni. Sebbene brevissimo, quel viaggio ha suscitato dentro di me una vera e propria rivoluzione mentale: il Brasile era diventato interamente, totalmente, un altro Paese. La città di San Paolo, che avevo conosciuto quando raggiungeva a stento un milione di abitanti, ne contava già più di dieci milioni. Le tracce e le orme dell’epoca coloniale erano scomparse. Era diventata una città spaventosa, con chilometri di torri. Avevo deciso di rivedere, non tanto la casa dove avevo abitato – che probabilmente non esisteva più – , ma almeno la strada che avevo percorso per anni. Invece, ho passato la mattinata bloccato nel traffico senza potervi arrivare […] Nel 1985 Brasilia era una delle tappe del viaggio presidenziale. Il quotidiano O Estrado de Sao Paulo mi ha proposto di riportarmi presso i Bororó, un viaggio che nel 1935 m’era costato molta fatica ma che, in aereo, si poteva fare in qualche ora. Un mattino siamo quindi saliti su un piccolo aereo che poteva portare solo tre passeggeri: mia moglie, una collega brasiliana ed io. L’aereo ha sorvolato i territori Bororó, e abbiamo addirittura potuto scorgere alcuni villaggi con ancora le loro strutture circolari, ma ciascuno dotato, adesso, di un terreno d’atterraggio. Dopo averli sorvolati, il pilota ci ha detto: potrei atterrare, ma le piste sono così corte che forse non potrei ripartire! Abbiamo quindi rinunciato e siamo rientrati a Brasilia, attraversando un temporale spaventoso. Ho pensato che mai la nostra vita era stata così esposta al rischio, neanche all’epoca delle mie spedizioni. Tutto questo mostrava quanto il Paese fosse cambiato. Quindi, non ho rivisto i Bororó in carne ed ossa, ma il loro territorio; ho sorvolato quel Rio Vermelho, un affluente del fiume Paraguay, che avevo impiegato parecchi giorni a risalire in piroga e che, adesso, era costeggiato da una strada asfaltata […] quello che mi ha colpito di più arrivando in Brasile è stata la natura, come la si poteva ancora contemplare sulle pendici della Serra do Mar; poi, quando ho potuto addentrarmi nell’interno, di nuovo, fu una natura così totalmente diversa da quella che avevo conosciuto... Ma esiste anche una dimensione alla quale non sempre prestiamo attenzione e che per me è stata capitale: quella del fenomeno urbano. Quando sono arrivato a San Paolo si diceva che veniva costruita una casa all’ora. E c’era una compagnia britannica che, da quattro o cinque anni soltanto, apriva i territori ad ovest dello Stato di San Paolo. Costruiva una linea ferroviaria e pianificava una città ogni 15 chilometri. Nella prima, la più antica, c’erano 15 mila abitanti, nella seconda cinquemila, nella terza mille, poi 90, poi 40 e, nella più recente, uno soltanto, un francese. In quel periodo, uno dei grandi privilegi del Brasile era di poter assistere, in modo quasi sperimentale, alla formazione di quel fantastico fenomeno umano che è una città. Da noi, la città è il risultato talvolta di una decisione dello Stato, ma soprattutto di milioni di piccole iniziative individuali prese nel corso dei secoli. Nel Brasile degli anni Trenta, tale processo era più breve, si verificava in qualche anno. Certo, poiché praticavo l’etnografia, gli indiani sono stati per me essenziali, ma questa esperienza urbana ha contato molto; un Brasile e l’altro coabitavano, però a debita distanza. Quando sono andato verso il Mato Grosso per la prima volta, Brasilia non esisteva ancora, ma c’era già stato un primo tentativo di creare una città dal nulla, Gioiania, che non è andato in porto. L’altopiano centrale, il Planalto, è magnifico: lì il cielo attrae più d’ogni cosa […] Questi popoli hanno subito sofferenze terribili. Sono stati più o meno sterminati, al punto che solo il 5 o il 10 per cento della popolazione originale era sopravvissuta. Ma quel che accade oggi è d’immenso interesse. Questi popoli si sono messi in contatto fra loro. Ormai sanno quello che per lungo tempo hanno ignorato: non sono più soli sulla scena dell’universo. Sanno che in Nuova Zelanda, in Australia o in Melanesia esistono individui che, in epoche diverse, hanno attraversato le loro stesse difficoltà. Sono consapevoli della loro comune posizione nel mondo. Beninteso, l’etnografia non sarà mai più quella che ho ancora potuto praticare ai miei tempi, quando si trattava di ritrovare testimonianze di credenze, di formazioni sociali, d’istituzioni nate in completo isolamento rispetto alle nostre, che dunque costituivano un apporto insostituibile al patrimonio dell’umanità. […] Una volta, con i miei colleghi prendevamo cargo misti che, dopo molti scali, impiegavano diciannove giorni per arrivare in Sud America, fermandosi lungo le coste spagnole, algerine, africane. Del resto, dell’Africa conosco soltanto i luoghi dove abbiamo sostato all’andata e al ritorno dal Brasile […] Non ho mai dato grande importanza alla fotografia. Fotografavo perché era necessario, ma sempre con la sensazione che fosse una perdita di tempo, una perdita d’attenzione. Eppure, da adolescente, ho amato la fotografia. Mio padre faceva il pittore e si occupava molto di fotografia. Per me, è un mestiere a parte. Il mio, è stato un lavoro da fotografo di livello zero. Nel 1994, ho pubblicato un libro di foto, Saudades do Brasil , che si può tradurre Nostalgia del Brasile, perché sollecitato. L’editore ha scelto, fra tanti altri, un po’ meno di duecento cliché. Durante la prima spedizione presso i Bororó, mi ero portato una piccolissima cinepresa. Mi è capitato ogni tanto di premere il bottone e di riprendere qualche immagine, ma ben presto ne sono rimasto disgustato perché, con l’occhio dietro all’obbiettivo, non si vede cosa accade e ancor meno si capisce. Ne sono rimasti spezzoni che in totale corrispondono a un’ora di film. Sono stati ritrovati in Brasile, dove li avevo abbandonati, e una volta sono stati mostrati al Beaubourg. Devo confessarle che i film etnologici mi annoiano enormemente […] Una delle mie prime emozioni risale alle cerimonie in occasione del mio arrivo presso i Bororó. Accompagnavano i loro canti agitando certi gingilli con un virtuosismo simile a quello di un grande direttore d’orchestra con la sua bacchetta. […] la musica è il più grande mistero con il quale ci confrontiamo. […]» (Veronique Mortaigne, ”Corriere della Sera” 25/2/2005).