Varie, 21 gennaio 2003
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Giroud Francoise
• (France Gourdji) Ginevra (Svizzera) 21 settembre 1916, Neuilly (Francia) 19 gennaio 2003 • «La Signora del giornalismo francese, un mito vivente, irripetibile [...] Direttrice di ”Elle”, fondatrice de ”L’Express”, ministro per tre anni durante la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing, scrittrice di successo, ha lasciato la sua impronta sulla vita culturale del secondo dopoguerra. Pungente, a volte cattiva, ma sempre elegante, sobria, mai eccessiva. [...] Minuta, sempre ben vestita con la sua pettinatura démodée, era stimata e rispettata da tutti [...] Famiglia borghese di origini russo-turche (il suo vero nome era Gourdji). Suo padre era direttore dell’agenzia di stampa ottomana e alla sua morte, nel 1931, la giovane Françoise abbandona la scuola per mettersi a lavorare. Entra così nel mondo cinematografico come segretaria di produzione e avrà l’occasione di lavorare a un capolavoro come La Grande illusione di Jean Renoir. Staffetta partigiana, viene arrestata nel 1943 dalla Gestapo. Nel dopoguerra si lancia nel mestiere che resterà la sua vera passione, il giornalismo. Direttrice di ”Elle”, nel 1953 fonda con Jean-Louis Servan-Schreiber ”L’Express”, destinato a rimanere un modello: ”E’ nato sulla scia della nostra collera - racconterà molti anni dopo - . Eravamo in collera per il modo in cui la Francia era governata e in particolare per la condotta nella guerra di Indocina”. Il settimanale sostiene Pierre Mendès-France, fugace presidente del consiglio e figura carismatica della sinistra riformista e moderata del dopoguerra, si batte contro la guerra d’Algeria ed è una delle rare testate a denunciare la tortura. Sulle sue pagine appaiono le firme di Albert Camus, François Mauriac, André Malraux, Jean-Paul Sartre. Per ventuno anni, ”L’Express” sarà il centro della vita professionale della Giroud e il suo stile diventerà un modello: frasi brevi, nessun avverbio inutile, ogni tanto qualche frecciata cattiva. Sarà lei a dare particolare risalto ai problemi femminili e ancora lei a coniare il termine di ”nouvelle vague” per designare il giovane cinema francese (Truffaut, Godard, Rivette). L’attività giornalistica è andata di pari passo con quella letteraria: romanzi, saggi, biografie, tutti di grande successo. Nel 1974 abbandona ”L’Express” per entrare in politica: sottosegretario alla Condizione femminile nel primo governo di Jacques Chirac, responsabile della Cultura con Raymond Barre. Ma si tratta solo di una parentesi: ”L’ho fatto per curiosità”, spiegherà qualche anno dopo. Dal 1983 entra al ”Nouvel Observateur”, dove negli ultimi anni teneva una rubrica settimanale sulla tv» (Giampiero Martinotti, ”la Repubblica” 20/1/2003). «Era una creatura vitale, un’incarnazione moderna di Madame de Sévigné e di George Sand. Una ribelle, un’esploratrice di costumi e di novità intellettuali. L’immagine del cinema l’aveva inventata lei. Era riuscita a farsi amare da Mitterrand che poi, per quegli intricati arcani del femminino, aveva tradito rivelando in un libro del 1987 l’esistenza di una sua figlia adulterina pur senza farne il nome, cioè la Mazarine che tutti noi, oggi, conosciamo. Il libro era intitolato Le bon plaisir, riecheggiando la formula degli antichi editti reali. Tracciava la vita di una persona nata dagli amplessi di un presidente della repubblica. Con grande signorilità, Mitterrand le concesse la Légion d’honneur. Signorilità o paura di altre rivelazioni? Françoise era imprevedibile. [...] Aveva avuto un’infanzia dura, la morte prematura del padre, la rovina economica della famiglia. E poi il marchio della guerra. Nel 1944 fu arrestata dalla Gestapo per aver aiutato la Resistenza, ma sfuggì alla deportazione. E fu questo episodio a improntare tutta la sua vita. Dopo una breve esperienza cinematografica come aiuto regista di Renoir, il giornalismo, nel dopoguerra, le si offrì come una specie di trincea. ”Non bisogna mai dimenticare la possibilità di battersi con le unghie e coi denti” , ringhiava nei momenti difficili. ”L’Express”, fondato nel 1953, rappresentò l’avanguardia della sinistra non comunista, appariva come un faro di speranza nelle rigidità dei tempi scanditi da Sartre. La Giroud riusciva a fronteggiare persino il generale de Gaulle che la temeva e la evitava negli incontri con la stampa all’Eliseo. Bruna, bella, occhi neri scintillanti e creatura degli estremi culturali, era una femminista dura come una roccia ma anche saggia. Era stata sempre convinta del successo di quella che chiamava la ”dimensione donna”. Nel 1999, il suo libro Les Françaises aveva sollevato ondate di odio virile: ipotizzava, tra l’altro, che presto o tardi il trono dell’Eliseo sarebbe finito in mani femminili. Fra il 1974 e il 1977, prima come sottosegretario della Condizione femminile e poi come ministro della Cultura, portò in politica e nella gestione della politica la sensibilità e la spregiudicatezza dell’intellettuale. Combattè per l’aborto e contro la prostituzione, per la libertà d’espressione contro le tentazioni della censura. Tentò di far scomparire dall’Assemblea Nazionale, un coacervo di maschi arroganti, l’immagine della donna politica in calze nere e giarrettiere. ”Se debbo fare del carnevale - ricordò un giorno ai colleghi - lo faccio nella mia intimità”. Ma si malignò anche che avesse subito il fascino di Giscard, allora presidente, principe tecnocratico e scanzonato donnaiolo. Era stata un’accanita sostenitrice della pillola che, a suo parere, aveva ucciso lo squallore dell’Assommoir di Emile Zola. Ma l’asprezza della lotta civile l’aveva a mano a mano delusa più che logorata. Con l’andare degli anni, nella sua casa borghese di boulevard de La Tour-Maubourg, amava allungarsi sul divano giallo e frugare tra i suoi ricordi. Nascevano libri scintillanti e nostalgici, intervallati di tanto in tanto da biografie di donne fedeli e infedeli sposate a uomini celebri, appunto come Jenny Marx e Cosima Wagner. Non poteva rinunciare al giornalismo, ne era stata sempre malata. La sua rubrica sul ”Nouvel Observateur” era una specie di accademia di civismo. Il Corriere l’ebbe tra i suoi collaboratori e non ci fu una volta che rifiutò un’intervista o un incontro. In Italia era molto conosciuta per i suoi libri, tra i quali ricordiamo: Parola mia (1974, Garzanti), Marie Curie (1982, Rizzoli), Alma Mahler (1995, Garzanti), e un saggio particolare, Gli uomini e le donne (1994, Rizzoli), che scrisse insieme con il filosofo Bernard-Henri Lévy. Era una sorta d’incontro-scontro, ma dialetticamente amoroso, fra i due personaggi sulle ”choses de la vie” che contraddistinguono l’identità femminile e quella maschile. Ma è nelle sue Leçons particulières, nelle sue lezioni che si avverte la presenza della vera Giroud. S’incontra la Giroud memorialista e ironicamente nostalgica di tempi irripetibili, nella dispersione dei ritratti, nella successione delle sequenze, nella scattante traversata del secolo: i misteriosi gioielli della signora Tito e i capelli tinti del maresciallo; l’innamoramento della giovane Benazir Bhutto per Alain Delon; i trucchi di Mauriac quando mancava d’immaginazione; le lezioni di yo-yo che la ragazzina Françoise dava a Gide che aveva un volto da idolo giapponese; un Camus con il suo ”sorriso azzurro automatico”. Il Journal d’une parisienne, il Diario di una Parigina, negli anni Novanta, la trasformò in una più attenta narratrice di se stessa, della sua quotidianità e delle sue tragedie, come la morte del figlio caduto mentre sciava e l’improvvisa scomparsa dell’uomo che amava. Pareva che fosse sempre allungata su quel divano del salone che aveva, alla sua destra, un allegro caminetto. E narrava, narrava. Raccontava di Françoise, parigina nella sua ”pariginità”, diceva, con quella sua risata calda, di sentirsi la ”più parigina delle parigine”. Le sembrava di essere una figura femminile del Settecento, secolo di donne libere e decisioniste. Guardava con una punta d’irrisione agli intellettuali di oggi. Diceva: ”Ricorda Sartre? Era una divinità negli Anni Cinquanta e Sessanta. Oggi non esiste più niente del genere”» (Ulderico Munzi, ”Corriere della Sera” 20/1/2003).