Varie, 21 gennaio 2003
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COODER Ry Los Angeles (Stati Uniti) 15 marzo 1947. Chitarrista. Produttore dell documentario Buena Vista Social Club, che ha fatto conoscere al mondo i «vecchietti» della musica cubana
COODER Ry Los Angeles (Stati Uniti) 15 marzo 1947. Chitarrista. Produttore dell documentario Buena Vista Social Club, che ha fatto conoscere al mondo i «vecchietti» della musica cubana. «[...] è, assieme a Peter Gabriel, il più celebre, il più amato, il più appassionato e coerente tra i ”viaggiatori” della musica di oggi. Nel suo lungo viaggio lungo i confini della musica del mondo ha dato vita al Buena Vista Music Club, facendo conoscere a tutti alcuni dei più leggendari musicisti cubani, ha attraversato l’Africa, realizzando con Ali Farka Toure, uno dei grandi personaggi della musica del Mali, un disco carico di blues come Talking Timbuktu, e l’India con Vishwa Mohan Bhatt, con il quale ha inciso A meeting by the river, altro piccolo grande gioiello. E ha percorso in lungo e in largo l’America, ritrovando la musica messicana, il jazz, il blues e il gospel, riempiendo di suoni diversi i suoi dischi da solista come le sue colonne sonore. ”Non mi stanco mai di cercare [...] confrontarsi con altri suoni e altre culture, con musicisti grandissimi che dalle nostre parti sono poco conosciuti, è una delle cose più belle del mio mestiere di musicista [...] Non è stato facile per me lavorare in questo modo. All’inizio quando proponevo musiche particolari tutti mi prendevano per un pazzo. Poi hanno cominciato ad ascoltare, a capire, hanno iniziato a comprendere che il nostro mondo non è ”il’ mondo ma uno dei molti mondi musicali possibili. E hanno scoperto, come ho scoperto io, che ogni musica è collegata all’altra, che tutte le musiche del mondo si ”parlano’, si sono nel corso dei secoli mescolate, in alcuni casi fuse, dando vita a musiche sempre nuove e diverse [...] Non c’è suono che non sia ”contaminato’, non esiste musica ”pura’, soprattutto oggi. E i ragazzi hanno nelle orecchie una varietà di suoni e di musiche molto più ampia di quella che avevo io da ragazzo. Ma non basta. Sono i musicisti che si devono incontrare, che devono mettere insieme le loro conoscenze, al di la della loro cultura o della loro lingua. Ho inciso dischi con musicisti con i quali non riuscivo a parlare, ma ci capivamo suonando” [...]» (Ernesto Assante, ”la Repubblica” 16/1/2005). «Un virtuoso della chitarra che ha camminato per ogni strada e per ogni stile; ma avesse anche suonato l’Aida con la Telecaster, il suo nome rimarrà per sempre legato soprattutto al fenomeno Buena Vista, il celeberrimo gruppo di maturi musicisti cubani, che alcuni anni fa egli sdoganò da un’amara vecchiaia a rischio di avanzi di frigorifero, grazie a un disco bellissimo che registrò con loro, cui seguirono il celebre film di Wim Wenders e tonnellate di ulteriori dischi e concerti in giro per il mondo degli arzilli Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo, Ruben Gonzales e compagnia cantante. Erano costoro (e ancora restano malgrado lo sfruttamento intensivo cui sono stati sottoposti) il manifesto vivente di quanto possa giovare alla salute fisica una vita intera di forzata continenza alimentare, se accompagnata da una buona predisposizione di spirito come senz’altro i vecchietti hanno dimostrato di possedere. Ma se l’eco della novità si è andata inevitabilmente spegnendo, - e i vecchietti hanno perfino cominciato a lamentarsi che Wim Wenders non li aveva pagati per le prestazioni attorali - Ry Cooder ormai rapito da quel clima sonoro ha continuato a lavorare nell’isola bandita dal suo governo: nel 2001 lo hanno quasi messo sotto inchiesta perché andava e tornava da Cuba neanche fosse uno della Cia; si disse che fosse stato favorito nei permessi dalle generose donazioni che aveva fatto per la campagna elettorale di Hillary Clinton» (Marinella Venegoni, ”La Stampa” 21/1/2003). «Il jazz degli anni Cinquanta: mi rilassa. Nella musica commerciale non so nemmeno cosa accade […] Danno colpa alla pirateria, ma il problema è un altro. Le aziende sono diventate troppo grandi e stanno crollando su se stesse. Questo in tutti i settori, non solo nella musica […] Il pubblico è poco informato e la propaganda ti fa credere che Cuba è il nemico. Poi vedi Ruben Gonzalez e Compay Segundo, due anziani signori che suonano il piano, e capisci che non ti possono fare male. Se conosci qualcosa non puoi temerla. Ma la gente ha paura per colpa della tv che continua a dirci che là fuori ci sono i nemici […] La musica è qualcosa di positivo perché aiuta la gente a stare bene e a non aver paura. Ma se si trasforma in un prodotto da vendere diventa come un cheeseburger e perde il suo valore» (Andrea Laffranchi, ”Corriere della Sera” 19/1/2003). «Non solo Buena Vista Social Club, non solo Galbán, non solo Cuba. Ad appena 24 anni già indagava fra i suoni della sua America, un’America presa sempre di traverso e tagliata a fette con il coltello della curiosità, rendendo omaggio alla Grande Depressione (Into the purple valley, 1971). Si era già guadagnato la palma del più grande ”ficcanaso” della storia della musica popolare degli ultimi quarant’anni. Ha scandagliato generi, storie, culture, affamato ma pieno di tatto. Appena un anno dopo la love story con le canzoni di Leadbelly e Woody Guthrie, si è dedicato al blues di Sleepy John Estes (Boomer’s story, 1972) e con Paradise and lunch (1974) si è permesso di accostare la marcia dell’Esercito della Salvezza Jesus on the mainline (C’è Gesu in linea...) a Mexican divorce di Burt Bacharach. l’uomo dei tanti amori. Eppure è fedelissimo: fedelissimo a un certo modo di affrontare la vita, quindi il lavoro, la chitarra, i colleghi. Con Chicken skin music (1976) ha sfiorato la civiltà hawaiiana al fianco del chitarrista Gabbi Pahinui. Dopo un raffinatissimo tributo al jazz dell’era dixie (Jazz), si è innamorato del cinema scrivendo la sua prima colonna sonora, western, per I cavalieri dalle lunghe ombre di Walter Hill (1980) e diminuendo progressivamente le sue incisioni di studio. Paris, Texas (1984) ha avviato la collaborazione con Wim Wenders, perfezionata proprio con l’esperienza di Buena Vista (1997). stato anche in Africa (Talking Timbuktu) con Ali Farka Toure e in India (A meeting across the river) con Vishwa Mohan Batt. Dovunque sia andato ha preso tanto. Ma forse ha lasciato anche di più» (Enrico Sisti, ”la Repubblica” 27/1/2003).