20 gennaio 2003
Un bambino, di anni 10. Figlio di due disoccupati, a volte spacciatori, una casetta in un vicolo del quartiere Sant’Antonino, Ribera, Agrigento
Un bambino, di anni 10. Figlio di due disoccupati, a volte spacciatori, una casetta in un vicolo del quartiere Sant’Antonino, Ribera, Agrigento. Tempo fa suo padre, Cavalcante Giuseppe, se n’era andato via, forse in Veneto, forse in Inghilterra. Per tutta risposta sua madre, Catarinicchia Rosetta, di anni 37, tipetto elegante, magra, capelli sempre in ordine, aveva messo in collegio le altre due figlie di 14 e 8 anni e s’era affezionata all’alcol. La mattina mandava il bambino a scuola, ma erano le suore dell’orfanotrofio di San Giuseppe a riprenderlo e tenerlo in istituto per i compiti e la merenda, fino a sera. Nella notte di mercoledì 15 la Catarinicchia ingollò il solito miscuglio di vino e brandy, poi si avvicinò al letto del figlio dormiente e prese a colpirlo con le forbici da sarto. Lo ferì cento volte, alle braccia, viso, testa, petto, gambe. Fu costretta a interrompere per l’arrivo dei carabinieri. S’avventò contro di loro brandendo l’arma, fu ferita alla gamba da un colpo d’avvertimento. Sciolse il suo pit bull e lo aizzò contro i militari, che lo fecero secco. Riprovò allora l’assalto: fu ferita di nuovo, stavolta al piede, e s’accasciò. Suo figlio ebbe 400 punti di sutura: mentre i medici glieli applicavano ripeteva ”Signore aiutami”. In un appartamento dalle persiane bianche in plastica che si aprono sul marciapiede, cucinotto, bagno, rampa di scale e camera da letto, nel paese detto ”la capitale delle arance”, tra Sciacca e Agrigento.