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 2003  gennaio 17 Venerdì calendario

Arbour Louise

• . Nata a Montreal (Canada) il 10 febbraio 1947. Giudice. Prima docente, poi vicepreside alla facoltà di Giurisprudenza di Toronto, nel 1990 diventa giudice presso la Corte d’Appello dell’Ontario. Nel 1996 viene nominata procuratore generale al Tribunale dell’Aja. Quando arriva in Olanda, solo sette criminali di guerra della ex Jugoslavia si trovano in prigione. A maggio 1999, prima di lasciare l’incarico con un anno di anticipo, emette l’atto di incriminazione contro Slobodan Milosevic. Lascia il posto al magistrato ticinese Carla Del Ponte. Oggi lavora come giudice presso la Corte suprema del Canada, a Ottawa. «Del giustiziere non ha davvero il phisique du role: minuta, sempre preoccupata per il suo peso, ben pettinata, sembra quasi furoi posto nei luoghi di guerra e devastazione che deve frequentare. Eppure con il suo impegno ha mutato le sorti del primo esperimento di giustizia internazionale dopo il processo di Norimberga. Con una fissazione: ”E’ intollerabile che persone accusate di crimini orrendi possano restare in libertà solo perché la comunità internazionale non fa nulla oppure perché certi Paesi non si muovono”. [...] Stupisce che prima di arrivare all’Aia non aveva sbattuto in galera nessuno [...] E’ diventata magistrato molto tardi, dopo una lunga carriera come professore universitario di Diritto Penale. Nel 1987 è nominata giudice di prima istanza alla Corte suprema dell’Ontario e nel 1990 arriva alla Corte d’appello. Non esita a prendere posizioni scomode, come quando difende i diritti degli uomini nella legge contro la violenza sessuale, giudicata poi incostituzionale, prendendosi gli insulti di tutte le femministe canadesi. Oppure quando cerca di bloccare il processo a un presunto criminale nazista, Imre Finta, che poi verrà assolto. Da vicepresidente dell’Associazione per le libertà civili riuscì a far concedere il diritto di voto ai carcerati perché, disse, ”possono leggere i giornali come tutti i cittadini”» (Giuseppe Cruciani, ”liberal” 9/4/1998). «Aspetto professorale, giacche larghe su un fisico minuto [...] Quando si insediò all’Aja, un filo di perle al collo, le unghie tinte di viola, un’esperienza di giudice presso la Corte d’appello dell’Ontario, era il 1996. La ”preistoria” del Tribunale. Gli anni delle polemiche sul rodaggio troppo lento della nuova Norimberga, dei difficili rapporti con i soldati della Nato chiamati a pacifare la Bosnia, dell’ostilità manifesta di gran parte delle autorità balcaniche. Ereditava dal precedente procuratore generale, il sudafricano Goldstone, sette detenuti appena chiusi nella prigione di Scheveningen. Piccoli calibri, si polemizzava allora. Ma c’era già un dossier ”forte” sulla sua scrivania. Intestazione: Slobodan Milosevic. ”Il Tribunale - ricorda - aveva cominciato a esaminare le responsabilità del leader serbo in Bosnia e in Croazia, anche se poi l’atto di incriminazione si è concentrato sulla campagna del terrore orchestrata in Kosovo tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999” [...] Per mesi aveva attaccato il Pentagono: ”Non ci aiuta, non fornisce informazione”, protestava la signora. Tanto che la sua uscita di scena con un anno di anticipo sul mandato fu letta come una scelta polemica. Allo stesso tempo fu proprio un americano, ex agente dell’intelligence, William Walker, capo dei verificatori Osce, a fornirle le prime prove sul massacro di Recak (una quarantina di albanesi trucidati in un villaggio) che tuttora rappresenta uno dei pilastri dell’incriminazione di Milosevic. Prove controverse? ”Su Racak si è speculato molto. Si è arrivati a dire che la strage era stata commessa dall’Uck, che erano stati i guerriglieri albanesi a trasportare i cadaveri. Ma so che quando ho cercato di raggiungere il villaggio sono rimasta bloccata a Skopje: le autorità di Belgrado mi hanno negato l’accesso in Kosovo. Walker era sul posto e, senza dubbio, anche le prove raccolte in seguito dimostrano che l’eccidio fu compiuto dai serbi”» (Maria Grazia Cutuli, ”Corriere della Sera” 5/7/2001).