varie, 16 gennaio 2003
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Florez Juan
• Diego Lima (Peru) 13 gennaio 1973. Tenore • «Bello, occhi neri vivacissimi e riccioli scuri, giovane, magro ed esuberante, voce cristallina facile agli acuti. Da qui a far scattare la pubblica adorazione il passo è breve [...] stato presto inserito dai giornali italiani e inglesi nella rosa dei possibili successori di ”big” Luciano Pavarotti. Lui, però, al solo paragone si mette a ridere: ”Impossibile sostituire Pavarotti, la più grande voce degli ultimi cinquant’anni, una vera icona dell’opera. Mi fa piacere essere avvicinato a lui, ma tra noi ci sono più differenze che affinità. Diverso il repertorio, diversa la voce: lui è un tenore lirico pieno, io un tenore lirico leggero. Non potrò mai cantare Vincerò, o Trovatore. Insomma, tutte le arie che più entusiasmano la gente non sono nelle mie corde [...] Conduco una vita normale, evito l’aria condizionata, cerco di mangiare e dormire bene. Non mi piace fare troppe prove prima di un debutto, preferisco puntare sulla spontaneità. Rossini scriveva un’opera in 15 giorni, e i cantanti dovevano adeguarsi”» (Paola Zonca, ”la Repubblica” 22/6/2002). «Per molti addetti ai lavori [...] si può già considerare il numero uno al mondo, in fatto di tenori. Non per niente ha vinto più premi di un veterano. [...] ”Mio padre cantava con naturale eleganza le musica popolare costeña (della costa). Poi il Perù ha prodotto due tenori di vaglia come Luigi Alva ed Ernesto Palacio: questi mi ha fatto studiare negli Stati Uniti e perfezionare in Italia, e ancora oggi mi assiste come manager e consigliere [...] Ho cantato musica leggera, pop, rock, anche per guadagnare qualcosa. Poi al Conservatorio ho scoperto Haydn, Händel, Mozart, Bach: un altro mondo. Un giorno ho visto il video del Barbiere di Siviglia diretto da Abbado, con Alva che sosteneva la parte di Almaviva. Non avevo mai visto un’opera: ne fui folgorato [...] In Italia ho debuttato, nel 1994, tenore in una incisione del Tutore burlato di Martin y Soler. Poi c’è stato un altro disco, musica di Zingarelli, che mi è valso l’ammissione all’Accademia di Pesaro. Da lì al Rossini Opera Festival il passo è stato breve”. E subito dopo ha deciso di vivere qui, rinunciando persino alla cerimonia di conferimento della laurea, conseguita nel frattempo negli Stati Uniti, a Philadelphia. ”E dove mai dovrebbe vivere un tenore che ama Rossini, Donizetti e Bellini? In Italia si sta magnificamente: soltanto voi italiani vi lamentate sempre. Nonostante i problemi, la vita musicale è ricchissima. Ed è pieno di artisti di valore. Poi, scusate l’ovvietà, ci sono belle donne, si mangia bene e il calcio è di alto livello, anche se da interista sono costretto a soffrire”. I suoi pregi sono noti: sa scegliere il repertorio senza avventurarsi in territori non adatti alla sua vocalità, possiede naturalmente eleganza, fraseggio, agilità, estensione, intonazione. Ma cosa gli permette di esibire una dizione così nitida? ” un fatto di tecnica. In gergo diciamo che bisogna cantare ’avanti’, articolando le sillabe nella parte anteriore dell’apparato fonatorio. Molti cantanti faticano perché, al contrario, cantano ’dietro’ e l’articolazione va a farsi benedire. Corelli, per esempio, per grande che fosse, faceva così. E ho cercato di non seguirne l’esempio. Le donne in questo senso sono meno favorite anatomicamente; per loro è quasi inevitabile far leva su altre parti del loro apparato fonatorio, che stanno più in basso. Nel petto”. Modelli? ”Ho imparato molto ascoltando i dischi di Pavarotti e di Kraus, due voci ’italiane’, non artefatte. Non cantano mai ’di testa’, come gli inglesi e i tedeschi”. Da quali direttori d’orchestra ha imparato di più? ”Muti, Gatti, Chailly”. E da quali registi è rimasto più impressionato? Che ne pensa del cosiddetto ”teatro di regia”? ”Se non c’è conflitto col libretto mi va bene. Mi spiace che in Italia se ne faccia poco e si privilegi la tradizione vecchia. Tra gli italiani, comunque, stimo molto Pizzi e Ronconi”. Il suo repertorio sarà sempre questo o ha in mente incursioni in altri territori? ”Voglio cantare ancora molto Rossini, Donizetti e Bellini, ma non escludo i francesi del periodo di Auber e Boieldieu, né escludo Mozart o il Settecento napoletano”. Ha ragion d’essere la fama da dongiovanni che lo precede nei teatri d’opera? ”Voi italiani dite: ’Fatti l a fama e siediti’. Da noi suona così: ’Fatti la fama e mettiti a letto’ e, dato l’argomento, mi sembra più pertinente il proverbio peruviano”» (Enrico Girardi, ”Corriere della Sera” 3/1/2003).