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 2003  gennaio 16 Giovedì calendario

SPADA don Andrea. Nato a Schilpario (Bergamo) il 24 gennaio 1908, morto a Schilpario (Bergamo) il primo dicembre 2004

SPADA don Andrea. Nato a Schilpario (Bergamo) il 24 gennaio 1908, morto a Schilpario (Bergamo) il primo dicembre 2004. Giornalista. Direttore de ”L’Eco di Bergamo” dal 30 novembre 1938. Il quotidiano, sotto la sua direzione, è passato dalle mille alle sessantamila copie. Amico di Montanelli, maestro di Vittorio Feltri, spesso firmava i suoi fondi con lo pseudonimo di Gladius. «Non una né cento pagine basterebbero a valutare quello che sta dentro ogni direzione di giornale. Figurarsi in quella di don Andrea Spada - Gladius - dove in filigrana c’è più di mezzo secolo, il percorso lungo il quale egli ha diretto ”L’Eco di Bergamo” facendo del giornalismo un’eco della carità. Anche se anni fa fu nominato monsignore, chi ha lavorato con lui l’ha sempre chiamato don Spada. I più intimi: don Andrea. [...] deteneva un record mondiale, che difficilmente sarà superato nel campo giornalistico. Mezzo secolo di durata come direttore. Ha diretto ”L’Eco di Bergamo” dal 30 novembre del 1938 fino al 19 ottobre 1989. Senza cambiare mai testata. Era stato ordinato sacerdote nel ’31, e il vescovo di Bergamo l’aveva mandato al patronato San Vincenzo, a far pratica di Provvidenza, accanto a un illustre personaggio, don Bepo. Poi, nel ’35, gli aveva anche dato da dirigere il settimanale cattolico ”La domenica del popolo”, anche se don Spada non era ancora iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Fu iscritto come praticante il 26 novembre ’38, e quattro giorni più tardi sarebbe stato direttore. Uomo di montagna e lupo di mare (è stato cappellano su navi-ospedale e sommergibili), ha dimostrato di saper manovrare alla perfezione il giornale. Nessun’altra poltrona lo ha mai sedotto, anche se Lercaro lo voleva all’’Avvenire d’Italia”, Schuster alla testa dell’’Italia”, e qualcuno ancora più su lo aveva richiesto alla guida dell’’Osservatore Romano”. Innamoratissimo del suo lavoro, era solito sorridere: ”Ti si attacca addosso e ti entra dentro, come il respirare... dire di smettere di fare il giornalista, a uno che ci lavora dentro da mezzo secolo, temo proprio che sia come dirgli di smettere di respirare”. Con quello stesso sorriso don Spada diceva: ”Quando verrà il mio momento non penso proprio di fare scene o dra mmi, il segreto dei lunghi cammini è probabilmente quello di considerarli sempre provvisori. E anch’io, come diciamo noi scalvini, ho sempre tenuto il cappello attaccato al chiodo della porta”. Alla lettera: il suo cappello campeggiò lì per più di cinquant’anni. Quel cappello attaccato al chiodo della porta [...] la sua lezione su come si dovrebbe fare la cronaca: ”Apri la porta di colpo e, a quelli che ci sono dentro e stanno conversando, gli racconti cos’è successo. Glielo racconti in 20 secondi. Se quelli capiscono al volo, esci e vai a scrivere. Il tuo articolo deve cominciare con quelle parole che hai detto”. Erano tempi in cui non tutti i redattori avevano la macchina per scrivere. [...] Don Andrea, nel corridoio, andava avanti e indietro, in silenzio, leggendo e pregando. Passeggiava con il breviario in mano. Ma non gli sfuggiva niente di quello che succedeva, nella redazione e non soltanto nella redazione. Ogni tanto si infuriava, e allora bisognava proprio girargli al largo. Di non avere un carattere facile, del resto, lo sapeva anche lui. Ma gli operai lo avevano capito. In uno degli ultimi incontri per festeggiare il suo onomastico, uno dei più anziani gli aveva detto: ”Ma noi lo sapevamo che si arrabbiava per timidezza. O perché aveva troppi pensieri”. Comunque, il giorno che il cardinal Roncalli, amico suo e di don Bepo, fu proclamato Papa, per don Spada era uno di quei giorni là. Elettrico, volle fare tutto lui, come gli accadeva nelle notti dei risultati elettorali. A cominciare dal titolo di prima pagina, per uscire prima del concorrente locale, ”Il giornale di Bergamo”. E fu così che la rotativa cominciò a girare sfornando uno stupendo titolo a caratteri di scatola. Peccato che, anziché ”Papa Giovanni XXIII” fosse e scritto ”Papa Giuseppe XXIII”. [...] Un giorno, in risposta a una giuria che aveva assegnato un premio prestigioso ai suoi ”lunghissimi anni di direzione”, disse col suo sorriso intelligente e malizioso di rendersi conto che essere direttore da molti decenni della stessa testata costituiva un fatto giornalistico abbastanza fuori dal comune; ma poteva essere anche soltanto un fatto di buona salute, grazie a Dio, o di carenza di spirito avventuroso, o ”semplice frutto di quella fedeltà che, più o meno quando cominciai io, induceva a sposare la testata di un giornale come un matrimonio quasi indissolubile”. Quale era però l’alimento di quel matrimonio che durò più o meno felicemente sino all’ora della morte? ”L’aver creduto fermamente al giornale locale, a quel giornalismo, meno conosciuto, artigianale e prezioso delle nostre vecchie province che è stato il vivaio anche del grande giornalismo nazionale. L’avergli creduto fino al punto di ritenere che valesse la pena di spendergli dietro tutta una vita”. [...]» (Sandro Vavassori, ”Avvenire” 2/11/2004). «Cliccare, non serve. Di lui trovereste solo qualche cenno, perché Internet lo ignora. Nel secolo globale, è un miracolo che poteva riuscire solo a lui: il più longevo direttore del mondo, il recordman delle tipografie, il cronista che scriveva articoli quando Hitler incendiava l’Europa, se ne infischia della comunicazione che nulla tralascia e nessuno risparmia. Ha concesso un paio d’interviste appena, in vita sua. E si stupisce che qualcuno adesso lo cerchi nel suo paesino sulle Orobie: ”Morto Montanelli, che comunque diventò giornalista tre anni dopo di me, m’avevano chiesto di fare da decano della categoria. Ma io sono timido, mi vergogno. Sono un piccolo direttore di provincia, mica una grande firma...”. Sverna fra le vecchie miniere di Schilpario. Passeggia, dice messa [...] Ogni tanto si concede una sigaretta, una partita a scopa. Scrive sempre a stilo i suoi editoriali (’la mano mi trema un po’”) , legge senza occhiali la concorrenza. [...] – Lasciare questo lavoro sarebbe come smettere di respirare”, confessò una volta. Dall’89 gli hanno affiancato un responsabile alle grane quotidiane e lo riveriscono come un monumento. Ma non gli hanno tolto il respiro: direttore editorialista, ancora oggi conserva l’ufficio di viale Papa Giovanni. ”A volte guardo questi ragazzi che lavorano al giornale. Sono bravi, usano i computer, sanno molte più cose di noi. Li invidio un po’, perché noi mica eravamo così preparati”. La sua, altro primato, fu la più veloce gavetta che redazione ricordi: ”Mi chiamò il vescovo Bernareggi. Io non sapevo neanche da che parte cominciare, ma non potevo non obbedire. Così, il lunedì diventai praticante, il martedì redattore, il mercoledì caporedattore e il giovedì fui nominato direttore”. [...] Imparò presto i segreti del mestiere: ” come entrare in una stanza e interrompere chi sta conversando, per raccontare in venti secondi quel che è successo. Se loro capiscono al volo, vuol dire che sei un buon cronista”. Famosi i suoi titoli, pensati in bergamasco e tradotti in italiano: ”Montanelli mi diceva: beati voi in provincia, ché vedete in faccia i vostri lettori; io so a malapena che nome hanno! I grandi giornali hanno questo di brutto: sono dirigibili, a volte volano troppo lontano dal mondo che li circonda”. Quando scrive, Monsignore non usa archivio. Perché ricorda tutto. Di quando pubblicava Sturzo e Mazzolari, preti invisi al fascismo e a certa Chiesa, o dei nazisti che occuparono Bergamo e gli ordinarono subito un fondo contro l’America: il giovane don Andrea, intuito che i tedeschi capivano poco l’italiano e s’accontentavano di qualche ”negro” qua e là, se la cavò con un violento editoriale contro il jazz. Ma fu sotto il Papa bergamasco, l’Angelo Roncalli che per L’Eco aveva scritto corrispondenze da Gerusalemme, fu allora che divenne uno da leggere: ”La nostra amicizia si seppe ai tempi del centrosinistra. Al congresso di Napoli, quello dell’apertura ai socialisti, la Dc era isolata. Bisognava finirla con quella solitudine. Il Papa mi consigliò, già che andavo giù, di tenere le orecchie aperte. Moro m’invitò a cena. Era un uomo d’intelligenza meravigliosa. L’ascoltai, nient’altro. Ma bastò a qualche vaticanista come Zizola per sostenere che le fila del centrosinistra le tiravo io. Non era vero. Però tutti han continuato a pensarlo. Anche Montanelli: don Andrea, mi diceva, sul pranzo con Moro non l’hai contata giusta”. Spada e Indro, si conobbero in quegli anni: ”Aveva fatto un paio d’articoli contro Roncalli, definendolo un modernista. Io lo attaccai. Mi chiamò per spiegarmi che quel giudizio non era suo: gliel’aveva suggerito proprio un vescovo appena nominato (oggi c’è ancora, è diventato cardinale). Io ero pur sempre un sacerdote e informai il segretario di Giovanni XXIII, Capovilla. Il Papa però non prese provvedimenti. Fu chiamato in udienza privata solo Montanelli, che uscì stupito: ricordo gli occhi che aveva. Non mise giù mai una riga, però, né credo ne parlò mai a nessuno: allora si usava così. Del resto, Montanelli è stato il più grande di tutti. Sapeva ascoltare, ascoltare, ascoltare. E dopo, solo dopo scriveva. Un mese prima di morire, mi ha telefonato: don Andrea, vorrei venire a mangiare la polenta, ma mi sento stanco... Era un laico, si comportava da laico. Ma il coraggio, certi tratti erano d’un uomo in ricerca di Qualcosa. Mi diceva: potessi avere un decimo della fede di mia mamma! Ha cercato, fino alla fine, Qualcosa, chissà se l’ha trovata”. Sul suo giornale faceva gli editoriali Citaristi, il superindagato di Mani pulite, ma alla sua scuola sono cresciuti Marco Nozza, Daniele Vimercati, Vittorio Feltri... ”Feltri, lo leggo sempre. Ha ironia, a volte è cattivo cattivo, ma sa prendere posizioni difficili. Viene a trovarmi spesso. Racconta un sacco di barzellette. La più divertente, è su di me. Perché io un tempo firmavo gli articoli col disegno d’una rondinella, simbolo di libertà. Una sera, quando si stampava a piombo, il proto non trovava la rondinella e ad alta voce, innervosito, si mise a gridare in tipografia: chi l’ha est l’osèl del diretùr? Chi ha visto l’uccello del direttore? Rido tutte le volte che ci penso”. Dell’informazione di oggi, Gladius non capisce ”i giornali troppo grassi, ma chi riesce a leggerli tutti?”, e poi ”questa manìa d’ingigantire. Con una stupidata fanno otto colonne, le aperture dei telegiornali! Io preferivo i giornali con poche notizie importanti, il resto di contorno. C’è un’esagerazione di notizie. A volte, sapere tutto dà la sensazione d’avere perso le cose essenziali. Di non avere capito, di non sapere più niente”» (Francesco Battistini, ”Corriere della Sera” 16/1/2002).