Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  gennaio 16 Giovedì calendario

Petronio Giuseppe

• Marano (Napoli) 1 settembre 1909, Roma 14 gennaio 2003. Storico della letteratura «fra i più noti, soprattutto perché autore di una Storia dell’attività letteraria in Italia che ha avuto grande diffusione nei licei fra la metà degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta. E’ stato professore a Cagliari e a Trieste, ha scritto su ”Paese Sera” e sull’’Unità” e nel 1967 ha fondato la rivista ”Problemi”. Ma nel titolo di quel libro (che risale al 1964 e che almeno una decina di volte è stato ristampato e aggiornato) si condensa bene la concezione che ha nutrito del suo lavoro. Che in primo luogo si concentrò sulla storia dei fenomeni poetici e narrativi: sui loro nessi, sulle concatenazioni, più che sui fenomeni in sé. In ciò, sosteneva, la storia letteraria ha il suo statuto e in ciò, aggiungeva, si differenzia dalla critica letteraria. Il termine ”attività letteraria”, poi, termine di matrice desanctisiana e gramsciana, attribuiva alla letteratura una dimensione materiale, sottraendola alle interpretazioni idealiste e calandola nella vita degli uomini. Era un marxista di ascendenza storicista e si muoveva nel cuore della tradizione. Lo attestano i saggi su Verga e sul Verismo, quelli su Boccaccio, su Manzoni e su Parini, ma anche la sua avversione nei confronti delle avanguardie novecentesche e, arrivando a tempi più recenti, del Gruppo 63. ”Dal punto di vista letterario”, disse in un’intervista, ”il suo ruolo è stato pressoché nullo”. Salvava solo un paio di poesie di Pagliarani e di Sanguineti e qualche romanzo di Malerba e di Manganelli. Ma la polemica con il Gruppo 63 rivelava qualcosa di più che la semplice diffidenza verso chi scardinava la sintassi. La neoavanguardia, ai suoi occhi, era responsabile di un male che ciclicamente affiora nella storia della letteratura italiana: il vuoto fra la letteratura e i lettori. Nel 1993 pubblicò il primo volume di un Racconto del Novecento letterario in Italia con il quale si proponeva, più di quanto non avesse già fatto, di accorciare quella distanza e di battere ”lo snobismo sprezzante” di chi aveva ”assolto una funzione simile a quella assolta dalla politica yuppie degli anni Ottanta”. Nell’introduzione a quell’opera sostenne che il suo interlocutore era ”la gente”. L’attitudine a caricare tutto il peso dell’interpretazione sulla storia lo rese scettico nei confronti del formalismo e dello strutturalismo (che pure indagò con acume). Ma non lo chiuse in spazi angusti. Lo dimostrano le sue indagini sulla letteratura popolare, sulle tendenze del mercato editoriale, sui gusti del pubblico e sul consumo letterario. E quel libro, pubblicato nel 1985, Il punto sul romanzo poliziesco, dove si dava rilievo, anche in questo contesto, a un autore che amò molto, Leonardo Sciascia» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 15/1/2003). «Aveva trascorso gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza in Calabria, prima di trasferirsi a Roma dove si laureò nel 1929. Insegnò nei Licei di Alba e Venezia. Poi fu lettore all’Università di Graz, tra il ’36 e il ’38 e a quella di Jassi in Romania, dal ’38 al ’43. Rientrato in Italia divenne titolare di letteratura italiana prima a Cagliari e poi a Trieste. stato presidente dell’’Istituto Gramsci” e direttore del ”Centro internazionale per lo studio della letteratura di massa”. [...] Di lui resta soprattutto il profilo simpatico di un maestro di lettura, sempre attento a farsi capire dai suoi allievi più giovani e dai non addetti ai lavori. Ne è testimonianza la recente pubblicazione, negli Oscar Mondadori, del Piacere di leggere: cento e una schede dedicate a libri che vanno dalla Divina Commedia al Giorno della civetta di Sciascia, dal Decameron di Boccaccio agli Indifferenti di Moravia. [...] Legato alla sua formazione storicistica e marxista ha sempre predicato una rigida visione sociologica della letteratura, talvolta un po’ deformante. Ma di lui rimane l’immagine cordiale di un accademico spregiudicato, di un polemista arguto, capace di suscitare sempre dibattito. Studioso della letteratura di massa e della letteratura di consumo, è l’unico professore universitario che abbia tentato un approccio serio alla letteratura poliziesca (Sulle tracce del giallo), intesa – secondo l’insegnamento di Gramsci – come letteratura ”nazional- popolare”, ma indagata con passione e anche con divertimento. ”Lo studio del giallo – ha scritto – può impartire al critico un’alta lezione e inculcargli una virtù capitale: la modestia”. l’insegnamento più vitale che ha lasciato: ”La modestia come chiave della conoscenza, di qualsiasi conoscenza”. Se ne trova traccia visibile nell’autobiografia, Le baracche del rione americano, dove ripercorre la propria vita: il legame viscerale con la famiglia, il tormentato rapporto con la Calabria, ”mitizzata con fantasiosa magia”, la scoperta e la ”fascinazione” del libro, il culto della poesia e dello studio come ”viaggio dell’anima”, ”la fedeltà a sistemi di ideologie e di valori creduti eterni e sfarinatisi nell’urto con il mondo grande e terribile”» (Giorgio De Rienzo, ”Corriere della Sera” 15/1/2003).