Daria Galateria, La Repubblica, 04/01/2003 pag. 37, 4 gennaio 2003
Ammutolivano tutti, all’ arrivo della sagoma sottile e quasi smaterializzata dall’attillata redingote; aureolato dalla tenue luce di una lampada, e senza un appunto, Bergson parlava, spesso a mani giunte: proviamo a alzare un braccio, argomentava però
Ammutolivano tutti, all’ arrivo della sagoma sottile e quasi smaterializzata dall’attillata redingote; aureolato dalla tenue luce di una lampada, e senza un appunto, Bergson parlava, spesso a mani giunte: proviamo a alzare un braccio, argomentava però. Il gesto sarà determinato, e come recitato, da tutto il nostro passato; sarà una sorta di memoria in azione. E se quel braccio dovesse sollevare il peso di tutte le esperienze che plasmano il ritmo e la forma del gesto, rendendolo unico, non riusciremmo a spostarlo di un millimetro. Bergson lo disegnava alla lavagna, aereo e perfetto, il cono rovesciato della vertigine di tutto quello che abbiamo dimenticato, e che non abbiamo dimenticato affatto, e che ci portiamo addosso mentre avanziamo sempre, spostandoci leggeri, con la punta del cono di memoria che noi siamo, sulla superficie del presente. E’ questo getto permanente, la vita, che procede senza che nulla si perda, e sempre accrescendosi - l’ immensa corrente dell’ Evoluzione creatrice (il capolavoro del 1907 esce per la prima volta in forma integrale da Raffaello Cortina nella cura di Fabio Polidori, euro 24).