Varie, 13 gennaio 2003
Tags : Herb Ritts
Biografia di Herb Ritts
RITTS Herb Los Angeles (Stati Uniti) 13 agosto 1952, Los Angeles (Stati Uniti) 27 dicembre 2002. Fotografo. «Fotografava attori e giganti del jazz, cantanti e modelle. [...] In quasi trent’anni di lavoro, ha ritratto i protagonisti del cinema e della moda, privilegiando il bianco e nero. Fra i suoi scatti più famosi, quelli per immortalare personaggi dello spettacolo come Madonna, Michelle Pfeiffer e Dizzy Gillespie, foto per riviste di moda e di cultura. Nella sua carriera aveva anche ideato copertine di album e cd e diretto video-clip. Suoi lavori sono esposti in diversi musei. L’ultimo conosciuto è l’immagine di Ben Affleck per la copertina di ”Vanity Fair”. La sua carriera è legata a doppio filo a quella di Richard Gere. Conobbe per caso, negli Anni Settanta, il protagonista di American Gigolo allora ancora semisconosciuto. Quando Gere divenne famoso, una sua immagine nel deserto scattata da Ritts diede il via al successo del fotografo» (’la Repubblica” 28/12/2002). «Nel 1978 era solo uno come noi, uno che cercava il suo posto nel mondo. Faceva fotografie per ”Newsweek” e c’era già qualcuno che diceva che era bravo quando puntava l’occhio della sua macchina sugli uomini e sulle donne. Però, la fama l’ha presa per una fotografia scattata a un amico che allora non conosceva quasi nessuno, Richard Gere. Poi è diventato il fotografo di tutte le star di Hollywood e di tutti i grandi stilisti della moda. morto che teneva il suo posto nel mondo da più di vent’anni. Dicono che fosse malato di Aids. [...] Per diventare così bravo, però, ha avuto bisogno della fortuna. Nel 1978, i suoi amici erano ancora quasi tutti gente comune, anche se facevano gli attori. Richard Gere era un suo amico: pure lui, allora, era solo un giovane attore alle prime armi che cercava il suo posto nel mondo. Un pomeriggio i due decisero di fare una gita nel deserto. Nei pressi di San Bernardino si fermarono in una stazione di servizio. Mentre facevano il pieno di benzina, Ritts tirò fuori la macchina fotografica e fece qualche scatto al compagno di gita, canottiera bianca e sigaretta in bocca. Poco tempo dopo quelle immagini vennero stampate su riviste prestigiose: ”Esquire”, ”Vogue” e ”Mademoiselle”. Stava diventando famoso, con il film American Gigolo. E di pari passo lo diventò pure Herb Ritts, che aveva immortalato l’astro nascente di Hollywood. Glielo chiesero un mucchio di volte com’era andata, come se si potesse imparare qualcosa dai colpi di fortuna che ci cambiano la vita. Lui rispondeva: ”Io non posso ricordare come chiesi a Richard di mettere le braccia sopra la testa e neppure come scattai la foto mentre lui si stirava. Ricordo che lui fumava veramente un mucchio. Ed era lui che era così, come quelle immagini, un ragazzo molto carino e molto sexy”. Herb poteva fare il modesto. Passò dall’altra parte dell’Oceano, inseguendo il mondo della moda. Era gay e non ne faceva mistero. Aveva una faccia simpatica, e un profilo grifagno, con un naso lungo, a becco. Ha fotografato per la Levi’s, e piaceva molto a Gianni Versace. Diventò noto per diverse serie di forte impatto visivo: i servizi a Madonna nella sua fase trasgressiva; i maschi nerboruti ripresi in tuta da meccanico dentro a un garage californiano; il Jack Nicholson clownesco; Cindy Crawford nuda come una Paolina Borghese postmoderna; la bocca larga e oltraggiosa dell’attrice comica Sandra Bernhard (’Quando vedi questa foto”, disse una volta, ”tu non puoi vedere altro che la sua bocca e le sue labbra, eppure capisci quasi subito che sono la sua bocca e le sue labbra”); gli intensi ritratti del vecchio jazzman Dizzy Gillespie e del coreografo Merce Cunningham. stato un lavoratore senza pause, e senza steccati. Ha firmato splendidi calendari Pirelli, e ha ritratto personaggi della politica come Ronald Reagan e della cultura, come il Dalai Lama. Non è stato solo glamour, come dimostrarono le sue toccanti foto di Christopher Reeve paralizzato sulla sedia a rotelle o di Liz Taylor appena operata alla testa. Prediligeva il bianco e il nero per i suoi sensuali ritratti, chiaroscuri che scolpivano il corpo perfetto di Naomi Campbell o delle bellissime donne Masai. Il ”Museum of fine arts” di Boston gli aveva dedicato una mostra. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, Italia compresa. Una sua grande retrospettiva era stata organizzata al palazzo delle Esposizioni a Roma. A sentir lui faceva tutto con semplicità. Ammirava Man Ray, Helmut Newton e Bruce Weber. Però ha cambiato il loro modo di ritrarre. Ha calcato sull’ambiguità sessuale del soggetto, mostrando un suo lato nascosto e personale. stato un maestro di sensualità che giocava con una luce viva, con i contrasti del bianco e nero esaltando il corpo umano. Eppure, secondo lui, l’arte in fondo stava solo nella persona da ritrarre, e in nient’altro. Questo era il suo segreto, diceva. Della foto di Liz Taylor sottolineava che ”i suoi capelli sono corti, e tu puoi vedere una cicatrice sulla sua testa. Ma lei è meravigliosa”. E delle immagini di Madonna, disse: ”Fra cinquanta o sessant’anni, se qualcuno vedrà un ritratto di Madonna non si preoccuperà se quella era Madonna e non vorrà nemmeno sapere chi era quella donna. Ma lo prenderanno soltanto come il ritratto di una donna che tu avresti voluto conoscere. Tu la senti. C’è qualcosa che viene da lei”. Tutto qui. Il merito è sempre nell’immagine da fermare, in quello che ci sta dentro e in quello che esprime. sempre così il lavoro di un fotografo. uno che insegue la vita, un momento da ricordare, qualcosa da riprendere per farci pensare o per farci gioire, e lo fa quando va in guerra o quando si mette nel suo studio a scolpire un corpo, un volto, una persona. Adesso che il suo contaminuti si è inceppato, restano i suoi lavori a parlarci. Diceva: ”La celebrità è fugace”. Le sue foto non lo sono. Deve la sua fama soprattutto ai divi di Hollywood, ma è riuscito a cercare anche in mezzo alla loro vita, dentro ai loro cuori. Alla fine aveva trovato un posto nel mondo, il suo posto, ed era come dicono tutti quelli che si ritengono fortunati, ”l’unica cosa che sapeva fare”. Guardava. E fermava così il suo sguardo. In fondo, faceva solo quello. Ma riusciva a dire tutte quelle cose, che qui da noi non hanno parole» (Pierangelo Sapegno, ”La Stampa” 28/12/2002). «Trasformava gli uomini in icone. [...] E’ la forma del nudo la cifra stilistica che caratterizza il suo sguardo: i corpi delle sue modelle sono ritratti sempre in un gioco di esaltazione straordinaria dove la luce contrastata diventa il segno primario di un linguaggio riconoscibile e invidiato. Sembra che abbia guardato soprattutto alle radici della storia dell’arte e sia rimasto affascinato dai corpi possenti di Michelangelo: gli uomini che ritrae sembrano portati via da un affresco della Cappella Sistina, in un cocktail di classicità e alta tecnologia. E le sue modelle sono avvolte da veli, da vernici, le forme mostrate con generosità in immagini che ci raccontano il sogno della bellezza. Ma nella sua ambiguità. E’ una fotografia profonda, carica di implicazioni psicologiche, dove il suo sguardo taglia con freddo rigore tutto ciò che appare superfluo alla narrazione. E se da una parte abbiamo le figure muscolose di modelli californiani, come vere sculture in forma di immagine, ecco soprattutto gli intensi ritratti di attori, uomini celebri e splendide modelle, dove la fotografia appare come fatale occasione per un viaggio interiore. Così, un assorto Nelson Mandela fa da contrappunto a un Jack Nicholson dove una lente evidenzia un sorriso carico di inquietudine. E poi c’è l’irriverente e giocosa sensualità di Madonna: sexy, ma con due grandi orecchie da Mickey Mouse. Da grande autodidatta si è imposto con forza sulle copertine di ”Vogue”, ”Esquire”, ”Vanity Fair” (per citarne solo alcune), grazie soprattutto a un occhio attento alla tradizione. I suoi maestri sono stati i surrealisti, le avanguardie, Man Ray in particolare. Non è soltanto un fotografo di moda e celebrità: è soprattutto un artista che ha guardato alle forme come metafora, come ricerca per una esplorazione verso il mondo della contemporaneità. [...] L’uomo che trasformava gli altri uomini in icone, non ha esitato anche ad avvolgere di fango le proprie modelle. Le ha trasformate in statue, dove la carne diventava argilla. Forse, la materia del corpo umano non gli bastava per dirci che terra siamo e terra diventeremo» (Gianluigi Colin, ”Corriere della Sera” 28/12/2002).