13 gennaio 2003
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Pialat Maurice
• . Nato nel dipartimento del Puy de Dôme (Francia) il 31 agosto 1925, morto a Parigi (Francia) il 10 gennaio 2002. «Uno dei grandi registi francesi rimasti coerenti a una grande idea del cinema, a un’autentica esplorazione dei sentimenti. Quando vinse a Cannes nell’ 87 la Palma d’oro per Sotto il sole di Satana da Bernanos, contestato, rispose: ”Voi non mi amate... tanto meno io”. Venuto dalla scuola del documentario con storie di bambini non desiderati, giovani proletari annoiati e sadismo affettivo delle coppie piccolo borghesi, ha speso una mezza dozzina di film impetuosi ed ispirati per contraddire il titolo del suo primo corto, L’amour existe, premiato nel ’60. Nessuno dei suoi personaggi troverà mai la felicità: tutti le girano intorno a vuoto, facendo sesso con gaudio o con colpa. Non saranno felici né la coppia Depardieu- Huppert di Loulou (’80), né l’inquieta Sandrine Bonnaire in Ai nostri amori (’83), né il violento Gérard, suo alter ego sullo schermo, di Police (’85), né tanto meno, nel ’95, il suo ultimo Le garçu ancora con l’amico e complice Depardieu. Stilista dei primi piani senza scampo e dei piani sequenza che tallonano i personaggi, si era innamorato del cinema dopo aver tentato pittura, teatro e tv. Poco incline in vita alla mondanità come ai compromessi sia di forma sia di sostanza» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 12/1/2003). «Regista appartato, non facente parte di nessun gruppo più o meno individuabile, fuori delle mode, chiuso in un suo mondo ostile, non facile, pervaso da un pessimismo esistenziale, [...] non era molto noto in Italia, né molto popolare in patria, nonostante avesse ottenuto non pochi premi, compreso il Leone d’oro alla Mostra cinematografica di Venezia del 1961 per il cortometraggio L’amour existe. Il fatto è che i suoi film, che spesso affrontavano temi e argomenti tristi, complessi, difficili, trattati senza infingimenti o concessioni allo spettacolo accattivante, non invogliavano certamente il grande pubblico né lo solleticavano con uno stile leggero, spumeggiante, divertente o anche soltanto scorrevole, anzi. Pareva che egli si sforzasse di contraddire le abitudini del cinema spettacolare, le sue regole codificate, per seguire una propria poetica e una propria estetica, nel massimo rigore della forma, senza tuttavia cadere nei tranelli della sperimentazione formale, negli esercizi di stile, in quel gioco del cosiddetto film d’autore che l’avrebbe allontanato dalla rappresentazione di quei contenuti che più gli stavano a cuore. A partire dai problemi quotidiani nella grande periferia di Parigi (il citato L’amour existe) per toccare via via il mondo dell’infanzia, dei suoi turbamenti, delle sue crisi esistenziali (L’enfance nue del 1969: suo primo lungometraggio), la crisi coniugale, l’incomprensione, il distacco (L’amante giovane del 1972), la malattia, la morte, la solitudine (La gueule ouverte del 1974), la scuola, gli adolescenti, il conflitto generazionale (Passe ton bac d’abord del 1979), la gelosia, la violenza, il disadattamento (Loulou del 1980), di nuovo la gioventù indifesa, gli scontri familiari, il ricatto dei sentimenti (Ai nostri amori del 1983). Un mosaico di situazioni e di personaggi che seppe comporre, di film in film, con quello sguardo per il particolare, quella comprensione per i più deboli e indifesi, quella serietà, che costituiscono i caratteri salienti del suo cinema appartato. Un cinema a cui egli era giunto relativamente tardi. [...] A Parigi fece i suoi studi, frequentando in seguito l’Accademia di Belle Arti e Arti Decorative incerto se diventare architetto o pittore. Per guadagnarsi da vivere, dopo la guerra, fece diversi mestieri, anche l’attore teatrale e l’assistente cinematografico. Solo nel 1960, a 35 anni, esordì come regista di cortometraggi e solo a 44 anni come regista di lungometraggi: in un periodo in cui imperversavano i giovani della Nouvelle Vague e ogni anno decine di registi muovevano i primi passi. Forse anche per questo, per l’impossibilità di inserirsi nella nuova corrente del cinema francese, egli rimase in disparte, solo con se stesso, senza compromessi, perseguendo un suo progetto cinematografico che avrebbe dato i suoi frutti (e quali frutti!) più tardi. E se i film che abbiamo citato formano il nucleo migliore della sua opera, forse la sua maturità stilistica la si trova in Police (1985), un poliziesco con Gérard Depardieu (il suo attore preferito, già interprete di Loulou); in Sotto il sole di Satana (1987), ancora con Depardieu, tratto dal romanzo omonimo di Georges Bernanos, uno dei suoi film più intensi e problematici; anche in Van Gogh (1991), non del tutto convincente ma ricco di osservazioni acute e di spunti originali nella descrizione della vita del grande pittore; nel suo ultimo film, Le Garçu (1995), in parte autobiografico. Un’opera non folta, molto personale, poco legata alla contemporaneità, intesa come cronaca dei fatti quotidiani, ma calata in una visione non indulgente del presente, lucida e disincantata, quasi crudele e tuttavia appassionata e partecipe del dramma dell’esistenza» (Gianni Rondolino, ”La Stampa” 12/1/2003). «Uno dei cineasti francesi più importanti e meno apprezzati degli ultimi trent’anni. L’uomo era ruvido, solitario, scontroso. I film che girava non facevano nulla per andare incontro al pubblico e nemmeno alla critica, che soprattutto in Italia fu a lungo sorda se non ostile (il produttore Pierre Braunberger una volta lo definì ”un emmerdeur monstrueux”, un rompiscatole terrificante, epitaffio che forse non gli sarebbe dispiaciuto). Ma dietro l’intransigenza di questo ex-pittore arrivato tardi al cinema (con L’enfance nue, 1968, prodotto anche da Truffaut), c’era una generosità umana rara. L’andatura aperta, disordinata, scucita, di lavori come L’amante giovane (suo unico successo commerciale, 1972), Loulou (1980), Ai nostri amori (1983) o Police (1985), rifletteva il dono di mordere nel vivo, l’arte di cogliere il nucleo incandescente dei rapporti, dei conflitti, degli amori e dei disamori. Come disse una volta, ”in fondo non si raccontano che le ferite”. E i suoi film, aspri fino alla brutalità, stanno lì a confermarlo. Poca psicologia, racconto traballante, senza sfumature, nessun gusto per il ”numero” d’attore o per la bella immagine, anche se sapeva scegliere e usare gli interpreti come pochi. In cambio, un susseguirsi di scene così vive e dirette da sembrare strappate alla vita stessa. Nell’autobiografico Nous ne vieillirons pas ensemble, Noi non invecchieremo insieme, titolo schietto diventato in Italia l’orribile L’amante giovane, Marlène Jobert e Jean Yanne (premiato a Cannes) non fanno che litigare e rappacificarsi, picchiarsi e fare l’amore. In Loulou il borghese Guy Marchand viene piantato da Isabelle Huppert per Gérard Depardieu, balordo di periferia che è il suo esatto contrario. In Ai nostri amori la 16enne Sandrine Bonnaire, da lui scoperta, manifesta il suo male di vivere e la sua ribellione a un padre assente o troppo presente (lo stesso regista) passando di letto in letto. Ma non c’è sociologia, non ci sono analisi o spiegazioni in questi film teneri e disperati, vicini a ogni personaggio quanto costretti a constatare la nostra totale incapacità di stare insieme, in coppia, in famiglia o in qualsiasi forma di società. Individualista, nichilista, materialista, il bastian contrario Pialat passò alla storia nel 1987 con Sotto il sole di Satana, da Bernanos, una delle palme d’oro più contestate (e meritate) nella storia di Cannes. Dove porterà nel ’91 un Van Gogh giocoso, sensuale, e ovviamente poco apprezzato. Ma il suo capolavoro resta forse Le garçu, 1995, ancora autobiografico, ancora con Depardieu, cronaca di una separazione impossibile, con il piccolo Pialat nei panni del figlio del protagonista. Un film nato ”per sputare il rospo, fino in fondo”. Come aveva fatto prima di lui un altro grande maledetto, Jean Eustache, con La maman et la putain» (Fabio Ferzetti, ”Il Messaggero” 12/1/2003). «’Era una specie di dissidente ma era anche il più vero erede di Jean Renoir”, ha detto di lui il produttore Daniel Toscan du Plantier che da un quarto di secolo gli era amico e ha finanziato cinque dei suoi film. [...] ”Amo un cinema dove succede qualcosa di umano”, diceva. La ricerca dell’autentico al fondo dei sentimenti era il suo chiodo fisso. E si considerava un marginale rispetto alla produzione cinematografica. ”Io stesso mi scoraggio, mi isolo, mi escludo”, confidava. [...] Scontroso, solitario, si era fatto la fama di carattere selvaggio, a volte violento. Alla consegna della Palma per Sotto il sole di Satana, con Depardieu e Sandrine Bonnaire, a quella parte di pubblico che lo fischiava aveva risposto: ”Se non mi amate, posso dirvi che anch’io non vi amo”. E in un’intervista al ”Figaro”, aveva dichiarato: ”Dei posteri, me ne frego”» (’la Repubblica” 12/1/2003).