13 gennaio 2003
Tags : Stefano Nava
Nava Stefano
• . Nato a Milano il 19 febbraio 1969. Ex calciatore, adesso allenatore. Ha mosso i primi passi nella storica società ”Frassati” dove sono transitati molti grandi giocatori tra cui il c.t. della nazionale Giovanni Trapattoni. E’ passato alla Pro Sesto, quindi al Milan dov e è rimasto otto anni (parentesi al Parma), conquistando due scudetti. Poi ha giocato nel Padova, in Svizzera nel Servette e quindi nella Sampdoria. Ha concluso la sua carriera, a causa di un infortunio muscolare, nel 1999. «’Quando ero ragazzo si giocava a pallone all’oratorio, ma soprattutto per strada. Ora purtroppo non si fa più o non si può più”. Nato a Milano, zona Niguarda, a Nord. Primi campi quelle vie d’inizio di periferia. Anni 70: estati con l’asfalto rovente della metropoli a friggere sotto i piedi, inverni di nebbie che ancora timidamente si affacciavano in città. Papà Giorgio dipendente di una piccola azienda farmaceutica, mamma Laura casalinga. Lui, Stefano, figlio unico, più che viziato marcato stretto, all’italiana. Il calcio, per due genitori milanesi dotati di grande realismo, non è un buon investimento. Stefano comincia la sua avventura con lo sport impugnando una racchetta da tennis. ”La mia è stata un’infanzia felice. I miei genitori si sono fatti in quattro per non farmi mancare nulla. Però volevano che studiassi e il calcio - non avevano tutti i torti - mal si abbinava ai libri. Però la mia passione era grande. Mi hanno messo subito in difesa, perché ero più sviluppato rispetto ad altri [...] Due anni in nerazzurro, poi la società passò da Fraizzoli e Pellegrini e il settore giovanile venne ridimensionato. Io finii alla Pro Sesto, ma non fui il solo a dover cambiare club. Ricordo che con me c’era Beppe Signori che andò a Leffe”. Alla Pro Sesto Nava resta poco, perché lo vuole il Milan. Ma suo padre e suo madre si oppongono. L’impegno è troppo gravoso. La signora Laura, per lasciargli vivere quest’avventura, pretende (tempra da procuratore) una carta privata dal presidente della Pro Sesto, Pasini Peduzzi: se il rapporto con il Milan non andrà a buon fine, Stefano potrà tornare alla vecchia società così da continuare a giocare a pallone vicino a casa. ”Stavo in ballo dodici ore al giorno. La mattina a scuola, poi mia madre mi accompagnava a piazzale Lotto a prendere il bus per Milanello. Tornavo a casa alle nove e dovevo studiare. Una faticaccia. Però ho raggiunto la maturità scientifica e per me è stata una grossa soddisfazione. Non è stato facile, i professori erano poco comprensivi nei confronti del calcio. A parte la signora Zanaboni. Mi ha rimandato, ma ha lottato con gli altri docenti perché i miei sforzi fossero premiati”. Percorre tutta la trafila rossonera. ”Un nome su tutti: Italo Galbiati . Fondamentale come allenatore, ma soprattutto come educatore. Ha avuto un ruolo decisivo nella mia maturazione”. Invece, sul Milan in cui il giovane Nava sta crescendo, ha un impatto clamoroso l’arrivo del nuovo presidente, Silvio Berlusconi. ”Nel 1984-85, prima del suo insediamento, i problemi economici e organizzativi della società erano enormi. Vivere il passaggio è stato entusiasmante: ogni cosa, improvvisamente, era seguita e curata, dalle grandi infrastrutture, come il centro sportivo di Milanello, ai piccoli dettagli del settore giovanile”. Mette un piede in serie A il 3 marzo 1991, Milan-Napoli 4-1. In panchina c’è Arrigo Sacchi, in campo c’è Maradona. Ultimi fuochi per entrambi. ”Maradona me lo ricordo grassottello, ma sempre ricco di intuizioni geniali. In quella partita ho capito cosa vuol dire ’campione’ e cosa devi possedere per giocare in serie A. Maradona andava da una parte, Careca dall’’altra. Pareva impossibile, ma Maradona ha spedito il pallone tra i piedi di Careca. Mi sono detto: qui di occhi ne occorrono quattro”. Passa da Sacchi a Capello: ”Il primo un innovatore, studiava tutto nei minimi dettagli, ai limiti del fanatismo. Il secondo ha saputo valorizzare il lavoro del primo, ha trasferito le sue qualità nel gruppo: mi ha insegnato a essere caparbio, grintoso. Ho una grandissima stima di lui, ma il rapporto era sempre conflittuale, non semplice”. Forse, per lui, è sbagliato parlare di scudetto per caso. Il suo è il ruolo del gregario di lusso che è indispensabile in qualsiasi grande squadra. Di scudetti ne vince due, 1992-93 (14 presenze) e 1993-94 (3 presenze). ”Veramente, se dovessi contare i premi scudetto, allora sono tre: avendo cominciato al Milan anche la stagione 1995-96, prima di andare al Padova, ho ricevuto i soldi anche per quel titolo”. Da Padova emigra al Servette con Boskov, poi alla Samp dove, nel 1999, a neanche trent’’anni, termina la sua carriera a causa di un brutto infortunio muscolare con ricaduta. ”Grosso ramm arico, ma compensato dalla convinzione di aver vissuto la vita che volevo e dalla felicità per aver trovato subito una mia collocazione. Vedo le difficoltà di altri giocatori a fine carriera. Io non le ho trovate”» (Roberto Perrone, ”Corriere della Sera” 29/12/2002).