13 gennaio 2003
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DiCaro Vincenzo
• . Nato a Camastra (Agrigento) il 6 febbraio 1925. Politico. Socialista da sempre (è stato anche segretario della federazione Psi di Agrigento), è stato deputato nell’Assemblea regionale siciliana (Ars) tra il 1971 e il 1986 e ha ricoperto diversi incarichi, tra cui quello di assessore ai Lavori pubblici, quello di assessore alla Sanità e quello di vicepresidente della Regione. Sindaco di Camastra dal 10 giugno 1952. «Un quarto di secolo fa, ai tempi in cui cadde lo Scià di Persia e morì Paolo VI e Guido Carli lasciò la guida della Banca d’Italia, confida che capì come ”forse dopo tanto tempo era giunto il momento di fare un passo indietro”. Ma sapete come vanno queste cose... Un giorno tira l’altro... Fatto sta che Sua Eccellenza Vincenzo Di Caro, al terzo anno del terzo millennio, è ancora assiso sulla sua poltrona di sindaco socialista di Camastra, provincia di Agrigento, dove è imbullonato dal 1952. Dice che sì, gli risulta che ”forse in Corea del Nord, ma forse” gli pare di aver sentito che c’è un altro sindaco ”che sta lì da quarantatré o quarantaquattro anni” ma scusate, signori miei, vogliamo mettere? Qui la democrazia c’è. Il voooto! Il popolo so-vrano. ”E in ogni caso mica ci arriva al record mio! Dicono che adesso, forse forse, mi mettono pure nel ghinnessi!”. E che è ’sto ”ghinnessi”? ”’U ghinnessi! Non conosce u’ ghinnessi dei primati?!”. E merita sì di finirci, ”Zu Vicie’” (Zio Vincenzo) nel Guinness dei primati: quando venne eletto la prima volta dai concittadini di Camastra, un paese agricolo di tremila e rotte anime a una trentina di chilometri dal capoluogo (’ma avrei potuto essere eletto pure prima, solo che non avevo l’età per candidarmi”) Fulgencio Batista aveva appena preso il potere a Cuba, Nehru faceva il premier in India, Dwight David Eisenhower si stava sistemando alla Casa Bianca per il suo primo mandato e a Roma era in carica un governo i cui nomi ci sembrano scolpiti nelle rocce dell’Era Mesozoica. Presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi (’Minchia! De Gasperi, me lo ricordo bbene!”), agli Interni Mario Scelba (’Minchia! Scelba, me lo ricordo bbene!”), all’industria Giuseppe Togni (’Minchia! Togni, me lo ricordo bbene!”), ai Lavori Pubblici Salvatore ”Totò” Aldisio. Il quale un giorno passò per il paese e gli fece lo sgarbo di non invitarlo (lui! Il sindaco!) all’incontro. Così Vincenzo gli fece trovare tutti i muri tappezzati con manifesti che attaccavano il governo perché mancava l’acqua e l’elettricità e le fognature: ”E quando provò a fare il suo comizietto lui aveva ad ascoltarlo venti poveretti e io di paesani ne avevo dietro settecento!”. Bei tempi. La prima volta, dopo l’insediamento voluto esattamente il 10 giugno (’era l’anniversario dell’uccisione di Giacomo Matteotti: sempre stato socialista, io”) finì con una cantata sulle note del ritornello che stava spopolando, Papaveri e papere di Nilla Pizzi. La seconda, nel 1957, intonarono tutti La casetta in Canadà del Duo Fasano. La terza, nel 1962, si sgolarono con Lui andava a cavallo di Aurelio Fierro. Nel 1967. Vabbè, a farla corta, ”dodici volte sono stato rieletto. Dodici consecutivamente, senza una sola interruzione”. E gli avversari? ”Quali? Mai avuti”. Neanche la Democrazia Cristiana dell’epoca? ”Massì, la Dc era grossetta. Ma non mi dava fastidio. Un anno, siccome non sapevano come battermi, provarono pure a fare il giochetto di non presentare la lista. Per fare annullare le elezioni. Furbi. Sa cosa feci? Quattro e quattr’otto, la lista d’opposizione me la feci io. E ci misi alla testa mio fratello Cesare”. E per favore, non offendetelo chiedendogli se hanno mai cercato, in mezzo secolo, di fargli le scarpe: ”Qualche cretino sì, ci ha provato. Ma che poteva fare. Il partito socialista da noi è sempre stato troppo forte. Il primo. E l’unico pure, perché io non ho mai permesso che mi crescessero in casa i comunisti. Mai. Così una volta pigliavo il 60 per cento, un’altra il 70%, un’altra il 75%. Io ho portato l’acqua, la rete elettrica, le fognature (col depuratore, mica come a Milano), gli impianti sportivi, il campo da calcio, la pista di atletica, la piscina per i picciriddi”. Gli venne tutto più facile, spiega, dal 1971 al 1986, i lustri durante i quali non solo fu deputato a Palermo ma pure assessore regionale ai Lavori Pubblici e poi alla Sanità. Braccio destro del discusso Salvatore Lauricella. ”Macché discusso e discusso! Una persona integerrima, era”. Lui pure, dice, non ha mai avuto grane con la giustizia: ”Meglio: mi hanno attaccato varie volte. Abuso d’ufficio, mancato controllo. Cose così. Quando amministri per tanti anni è normale. Ma sono stato sempre assolto. Sempre. E in ogni caso non sono mai stato manco accusato (manco accusato, dico) di aver preso una bustarella. Mai. Neppure quando ero presidente dell’Esa, l’ente per lo sviluppo agricolo”. Morto il vecchio Psi, la sua casa, quella di Piero Nenni e Sandro Pertini e Bettino Craxi dei quali conserva una montagna di fotografie ingiallite in cui lui aveva i capelli neri neri e la cravattina nera e gli occhiali neri, dice che oggi si riconosce con qualche mal di pancia nell’Ulivo. Ma solo perché ”di sinistra ero e di sinistra resto”. Dice che sì, anche a Camastra, la cittadella da cui ha visto passare la Prima e la Seconda e la Terza Repubblica e ha visto emergere e dominare e declinare gli astri di Emilio Colombo e Amintore Fanfani e Fiorentino Sullo e Mariano Rumor e Giulio Andreotti e Giovanni Spadolini e decine e decine di padri, padrini, padroni e padroncini della patria, sono arrivati ”questi partiti nuovi come Forza Italia e Alleanza Nazionale e pure l’Udc”. Ma se la legge non gli impedisse di candidarsi per l’ennesima volta lo sa lui, chi sarebbe eletto. A meno che s’intende, questa legge non la cambino. Non penserà mica di ricandidarsi! ”Se gli amici dovessero insistere. Anche se l’ammetto: un tantino stanco lo sarei”» (Gian Antonio Stella, ”Corriere della Sera” 11/1/2003).