varie, 13 gennaio 2003
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Damasio Antonio
• Lisbona (Portogallo) 25 febbraio 1944. Capo del dipartimento di neurologia all’università dell’Iowa, professore aggiunto allo Stalk Institute di La Jolla, interessato anche alle ricerche sul morbo di Parkinson e sull’Alzheimer, membro di varie accademie, pubblicato in Italia da Adelphi, nel 2003 ha ricevuto il premio Nonino ”A un maestro del nostro tempo”.Dice la motivazione: «Ha aperto una nuova prospettiva sulla struttura della natura umana. Una vera ”via di mezzo”, tra il superordinatore cartesiano, arroccato nella torre d’avorio della ragione, e l’attuale neodeterminismo biologico. Integrando la sua rigorosa ricerca sull’attività neuronale con una profonda comprensione della ricca e imponderabile natura dell’esperienza umana, legata alla sua insaziabile curiosità e conoscenza dell’arte, della musica e della filosofia, ha ristabilito il giusto equilibrio fra corpo, emozioni, memoria e coscienza, riportando l’individuo a quell’essere unico e irripetibile che è» (L.V., ”Il Messaggero” 10/1/2003). « uno dei più famosi neuroscienziati del mondo, non solo tra gli specialisti, ma anche tra un più vasto pubblico, grazie a saggi di alta divulgazione tradotti in molte lingue. [...] Il feeling brain di Damasio non è semplicemente l’organo delle sensazioni, bensì il tempio laico della mente, il riscontro biologico, appunto, dei sentimenti. [...] La molla che lo ha sempre spinto a studiare il cervello è il poter capire il funzionamento della mente. La sua massima ambizione è contribuire, mediante scoperte neuro-scientifiche, alla soluzione dei conflitti sociali. [...] ”Sono convinto, e l’ho scritto già nel passato, che la sostanza del cervello e quella della mente sono la stessa, a un livello profondo, e così per la sostanza dei sentimenti e quella della ragione. Dobbiamo correggere, in quanto studiosi della mente e del cervello, alcuni fraintendimenti sulla natura umana”.Confessa che da giovane era incerto tra una carriera scientifica, una carriera medica, una carriera letteraria e una carriera di regista cinematografico. Parrebbe che sia riuscito a combinare almeno tre di queste, essendo diventato scienziato, clinico e scrittore. Dalle sue prime pubblicazioni medico-scientifiche sulla neurofisiologia della presa di decisione, agli inizi degli anni Novanta, oggi è scaturito un settore intero, con tanto di test clinici standardizzati, convegni internazionali e propaggini che toccano perfino l’economia pura. Con il suo gruppo di clinici e ricercatori ha recentemente abbordato con successo anche le cause della dipendenza da droghe e il trattamento dei giocatori d’azzardo ”compulsivi”.[...] ”Sappiamo ancora troppo poco sulle emozioni collettive, sulle radici dei conflitti sociali, sulla possibile buona gestione delle emozioni nella società. Il campo della presa di decisione e delle sue patologie è ancora troppo giovane. Non ha ancora attratto una massa sufficiente di eccellenti clinici e ricercatori. Dobbiamo forse aspettare ancora qualche anno”.[...] Come Oliver Sachs, come Ronald Laing e come lo stesso Freud, anche lui ha arricchito il genere letterario-neurologico con famosi casi clinici, con descrizioni vere di pazienti reali, che, però, assurgono a un olimpo di tormenti umani emblematici. L’eroe del suo primo libro era un cerebroleso che si rovinava finanziariamente, ripetutamente, allegramente, senza rendersene conto, con un cervello decisionale staccato dai segnali di pericolo normalmente e sanamente inviati, su in alto, dalle infime viscere. L’eroe del suo ultimo libro, invece, è un paziente neurologico (lesionato in altra sede cerebrale) che scoppia a piangere quando gli si raccontano barzellette e, invece, ride a crepapelle ai funerali. Colpito da un ictus al tronco cerebrale e posto sotto le competenti cure di Damasio, questo sventurato sovverte tutto quanto normalmente ci sembra scontato sulle emozioni, i sentimenti e la corrispondente gestione dei comportamenti. Il sentimento di sé (il self) viene polverizzato, quando i comportamenti fanno a pugno con le situazioni e con i sentimenti, e abbiamo la sventura di rendercene conto» (Massimo Piattelli Palmarini, ”Corriere della Sera” 18/1/2003).