Varie, 13 gennaio 2003
BIANCHINI
BIANCHINI Eva Firenze 5 luglio 1978. Torera. «Un giorno fu rapita da un sogno, bizzarro come molti sogni, che si installò nella sua mente e cominciò a martellarle il cuore. Era un sogno inondato di luce, la luce accecante dell’estate che taglia le ombre come il bisturi la pelle e dalle ore torride del pomeriggio spreme polvere e sudore. Era un sogno pieno di colori, tinto di rosso, di nero e di oro, era accompagnato da una musica orgogliosa e dalle grida compatte di una folla elettrizzata. La gente gridava eccitata perché assisteva a uno spettacolo tragico che aveva il sapore del rito, una danza tra un uomo molto coraggioso e un animale molto feroce, una danza di morte. Quel giorno fatidico incontrò le pagine di Hemingway dedicate alle corride, aveva 14 anni allora, e quei libri le cambiarono la vita per sempre. Ma forse sarebbe cambiata comunque perché le passioni così forti appartengono a un destino già scolpito da qualche parte, forse nell’anima di chi le insegue. Il suo sogno lo sta costruendo giorno dopo giorno, con allenamenti duri e pericolosi, all’inseguimento della perfezione, come qualunque artista che si rispetti. Vive in Andalusia e fa la torera, laggiù si è fatta conoscere come Eva Florencia, un omaggio a Firenze, la sua città natale da cui scappò a 17 anni per raggiungere la Spagna, per respirare l’odore dell’arena. ”Ricordo la prima corrida da spettatrice, quando finì mi sentii svuotata. E’ uno spettacolo crudo, forte, ti prosciuga. Tornai in Italia e sapevo qual era la mia strada: la stessa di Cristina Sanchez, se lo faceva lei potevo farlo anch’io”. Così convocò mamma e papà, lui un dipendente della Regione Liguria, e disse davanti ai loro occhi sgranati, alle loro bocche ammutolite: voglio diventare matador. E tornò in Spagna, frequentò la scuola taurina di Siviglia, poi i primi contatti con le vacche di allevamento, più piccole ma non meno pericolose dei tori. Nel ’98 il suo debutto in pubblico[...] è diventata ”matador de novillos con picadores”: affronta tori con meno di tre anni al comando di una cuadrilla, squadra formata da sei persone tra aiutanti, picadores e banderilleros. Per diventare matador de toros, il coronamento della carriera, dovrà vedersela con animali tra i quattro e i sei anni. E’ stata incornate tre volte, senza gravi conseguenze. ”Un giorno in allenamento una vacca mi ha tirato in aria, sono caduta di testa e ho schiacciato una vertebra, quindi di corsa all’ospedale. La cornata vera, quella da venti centimetri, non è ancora arrivata. L’aspetto, anche se non so quando né dove”. C’è un’ombra che segue il torero e al di là di pregiudizi e diffuse idiosincrasie conferisce solennità ai suoi gesti, dignità alla sua scelta, la stessa ombra che accompagnava i gladiatori nell’arena: è la possibilità concreta di morire, resa tangibile da una sfida il cui esito non è mai prestabilito. ”Il pensiero della morte – dice Eva – dà un senso alle vite di noi esseri umani, se fossimo immortali non ci importerebbe niente di niente. La corrida rappresenta l’essenza della vita perché è strettamente legata alla morte. Chi ha paura di morire non ha il coraggio di vivere. Ma è un pensiero difficile da digerire in una società materialista come la nostra”. Il toro da combattimento è una belva che insegue gli oggetti in movimento. ”Non è vero che viene attirato dal rosso, i tori vedono in bianco e nero”, dice Eva sfatando il luogo comune. Ha la forza di un bulldozer, due corna taglienti come un rasoio, la ferocia di un killer. In dieci minuti il torero deve riuscire a sottomettere la furia del partner alle esigenze plastiche, scultoree di un balletto che per gli aficionados sarà tanto più emozionante quanto più pericoloso, quanto più cioè il matador si avvicinerà alle corna, questione di millimetri. ”La corrida è un’arte in movimento, come la musica e la danza. La cosa più difficile è fondersi con il toro, farlo caricare il più lentamente possibile, tenerlo a bada con la cappa e la muleta e poi ucciderlo nel modo giusto, infilando la spada tra le scapole, senza colpire le ossa e schivando le corna. Psicologicamente il momento peggiore è prima, in hotel, quando fai la doccia e su di te gravano responsabilità pesanti, rispetto al pubblico, ai colleghi, a te stesso. Poi ti vesti e ogni volta pensi che potrebbe essere l’ultima”. Il senso religioso. ”Prima di combattere prego. Sono cattolica e penso che Dio risieda nel nostro cuore. A ognuno di noi è affidata una missione, al Signore chiedo una sola cosa, di aiutarmi a seguire il mio cammino. Se sta scritto che devo morire, morirò. Mi dicono chi te lo fa fare ma io ho deciso di vivere fino in fondo la mia passione, di accettare la mia strada. E quando trionfi non ti cambieresti con nessuno”. Il coraggio. ”Serve per tenere a bada gli istinti, ti impone di svolgere il tuo dovere anche se avresti voglia di scappare. E il tuo dovere lo devi sostenere con grazia ed eleganza, in modo estetico, mentre lui ti cerca per ucciderti e si lascia ingannare dal drappo solo perché è la prima volta, e per lo stesso motivo sarà l’ultima, che combatte in arena. Coraggio è dominare te stesso e dominare il toro, e far sembrare tutto ciò la cosa più semplice, più naturale del mondo quando invece è la cosa più difficile che esista perché ogni toro è diverso, ogni corrida è diversa. Il coraggio è l’altra faccia della paura”. La barbarie. ”La corrida è bollata come spettacolo crudele da molte persone, gli animalisti vorrebbro abolirla ma per quanto barbara possa sembrare vale sempre la riflessione di Hemingway. Cosa sceglierebbe il toro se potesse: essere allevato in una prateria, tutta la vita libero e morire in combattimento oppure essere castrato, legato e ucciso al macello?”. Una vita da macho. ”Quando stai davanti al toro non esiste sesso, lui non fa distinzioni e neanche la cuadrilla, se sei brava e coraggiosa ti rispettano perché rischi la pelle quanto un uomo. Affermarsi è difficile, è un mondo pieno di intrallazzi come qualsiasi altro, ci sono i raccomandati, i figli di papà, le mafie. Prima si faceva il matador per diventare ricchi oggi bisogna essere ricchi per fare il matador. La discriminazione semmai la fanno gli impresari, alcuni non ti prendono neanche in considerazione perché sei donna anche se, devo ammetterlo, sono facilitata con i mass media”. Che infatti la corteggiano perché in lei, in Eva Florencia di professione torera, quando scende in arena ritrovano l’incarnazione di un mito inscritto nel profondo della fantasia collettiva, quello della bella e della bestia o, in altre parole, la forza bruta che si lascia domare dalla leggiadria, l’istinto sottomesso alla ragione, l’incubo sconfitto dal sogno» (Luigi Pasquinelli, ”Il Messaggero” 30/12/2002).