Varie, 13 gennaio 2003
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Banville John
• Wexford (Irlanda) 8 dicembre 1945. Scrittore. Pubblicato in Italia da Guanda. Vincitore del ”Premio Nonino” 2003, spiega la motivazione: «Scrittore di grande fantasia, implacabile precisione, geniale invenzione linguistica e tormentata chiarezza morale, abbraccia nei suoi poliedrici romanzi i grandi temi della nostra epoca - la scienza, l’incubo della guerra, lo scontro epocale di civiltà - cogliendoli nel cuore dell’uomo, là dove essi si intrecciano a tutte le ambiguità, le contraddizioni, i labirinti, gli incanti e gli abissi delle passioni umane». «’Io posso concentrarmi per ore e ore su una sola frase. E per esempio per completare le prime righe di La notte di Keplero, anni fa, ci sono voluti otto mesi”. Talvolta questa smania, o fame, o autoflagellazione attorno alla perfezione delle parole che tanto esalta i critici, può lasciare senza fiato il comune lettore, esausto come dopo una corsa eccessiva: ”Una volta ho sentito un uomo dire a sua moglie, a proposito di un mio romanzo: ”Troppe parole’. la critica più succinta che abbia mai avuto, e mi è piaciuta”. I suoi romanzi più celebri, tra i cinque pubblicati anche in Italia da Guanda, sono La spiegazione dei fatti, uscito da noi nel ”91 e L’intoccabile, nel 1998. Chi li ha letti ne ha subito una fascinazione profonda, si è sentito precipitare in una voragine di misteri metafisici, di labirinti morali, di doppiezza oscura e di luminosi enigmi, di cui è difficile liberarsi, come da una tenace e vischiosa ragnatela. Nel primo un uomo uccide a martellate una giovane cameriera che lo ha sorpreso a rubare nella casa di un collezionista un quadro fiammingo che lo ha affascinato, nel secondo il protagonista Maskell, storico dell’arte, curatore della raccolta reale, spia per i sovietici e omosessuale, si ispira ad Anthony Blunt, smascherato nel suo doppio gioco nel 1979. Nell’ultimo romanzo pubblicato da Guanda, Eclisse, un celebre attore di teatro si lascia tutto alle spalle e si ritira, solo, nella casa dei genitori defunti. I suoi libri sono ossessivi monologhi di personaggi dalla doppia vita, che compaiono da un libro all’altro, spesso appassionati d’arte, talvolta freddamente assassini, per caso o indifferenza. Onorato dalla critica, non è autore da best seller, neppure adesso che l’Irlanda è tanto di moda, sia nel cinema che in letteratura. Non racconta di poveracci e di ubriaconi, di bigottismo e violenza. Non ha legami con film come Magdalene di Peter Mullan o con romanzi, di grande successo anche in Italia, come Due sulla strada di Roddy Doyle. Soggiogati dal fascino del suo ipnotico linguaggio, c’è chi lo ha paragonato a James Joyce, chi a Samuel Beckett, gli scrittori che, con Henry James, lui ammira di più. ”Ho cominciato a scrivere a dodici anni, e solo perché una mia zia aveva una macchina da scrivere. Il mio modello era Gente di Dublino di Joyce, ma inevitabilmente i miei racconti cominciavano con frasi tipo ”Petali bianchi cadevano sulla tomba...” Però già sapevo che volevo diventare un’artista: provai a dipingere, ma non avevo talento, a comporre musica, ma fu un disastro. Poi sono state le parole a catturarmi”. Famiglia piccolo borghese, due fratelli maggiori, un padre contabile in un garage, una tipica forte madre irlandese. ”Troppo forte, una vera dea-madre che mi voleva a tutti i costi architetto, per far denaro”. Già a sei anni sapeva che a casa stava perdendo tempo, e recitava ad alta voce le poesie inglesi per perdere l’accento irlandese. ”Sono scappato per sfuggire al dominio di mia madre e alla tirannia dei preti. Eppure alla Chiesa cattolica sono grato, perché mi ha insegnato la paura e l’angoscia, senza le quali non ci sarebbero i miei romanzi”. Non ha studiato, l’erudizione dei suoi libri è quella di un disciplinato autodidatta, quasi una rivalsa. Era impiegato all’Air Lingus, compagnia irlandese di bandiera, quando ha conosciuto a San Francisco Janet, una bionda e candida studentessa americana e se l’è subito sposata. Sono nati due figli, lui si è messo a scrivere e per vivere, a occuparsi di letteratura all’’Irish Times”. Non si è mai arricchito coi libri. Anche per questo non ha mai perdonato a Graham Greene il tentativo di far assegnare nell’89 a un suo sconosciuto protetto un ricco premio letterario, 50 mila sterline, che poi la giuria ribellandosi, diede a lui per La spiegazione dei fatti. Si è vendicato in L’intoccabile, dove di uno scrittore che potrebbe essere Greene dice ”Era sinceramente curioso della gente, il tratto saliente del romanziere di seconda scelta”. E in più lo descrive come un appassionato di prostitute bambine. A tavola mangia contento gli ottimi gamberi fritti da sua moglie, beve bianco e poi rosso in bei bicchieri di cristallo, porta i piatti, sparecchia, con sapienza da massaia. Inutile tentare discorsi politici ”perché un artista non può occuparsi di politica”, e Janet serafica conferma, ”sono io, americana non anti-americana ma anti-Bush la sua coscienza politica”. Sull’Irlanda del Nord non ha niente da dire anche perché, ”quando passo il confine mi sento in un altro mondo, che non capisco”. Ha scelto di vivere in Irlanda, racconta, ”Perché ho bisogno di questo cielo, di questo vuoto, della poggia, che mi costringono a stare in casa a lavorare: se vado in vacanza, lontano, vorrei sempre star fuori, e perdo un sacco di tempo”. Al momento del caffè è diventato meno guardingo, si fa meno artista e più persona: ”Una volta ho visto un Botticelli a palazzo Pitti e le lacrime hanno cominciato a bagnarmi la faccia. Sono in fondo facile alle emozioni: da ragazzo perdevo la testa per il cinema italiano, restai folgorato da L’avventura, di Antonioni, mi dicevo, voglio essere tremendamente infelice per poter vivere storie come queste. Invece ero felice perché credevo che le donne fossero divinità e amavo una mia cuginetta come fosse la Madonna. […] Licenziato due anni fa dall’’Irish Times” assieme ad altri 200 giornalisti, adesso lavora molto per la televisione» (Natalia Aspesi, ”la Repubblica” 24/1/2003). «Considerato dal grande e intransigente George Steiner il maggiore romanziere vivente di lingua inglese […] è grande perché scende al fondo più oscuro dell’esistenza, confrontandosi con la Medusa senza nome dell’abiezione e della tragedia, ma conservando un profondo, indistruttibile senso dell’umano, dei suoi affetti e valori, della fraternità esistenziale. Spesso i suoi personaggi soccombono dinanzi al male e a se stessi, ma nella loro caduta balena, come un lampo livido e struggente, un estremo e irriducibile significato dell’esistenza. In questo scrittore irlandese che ha diretto per molti anni le pagine dell’’Irish Times”, rivelandosi un critico acutissimo, che abita sulla punta Nord della baia di Dublino, vicino ai mitici luoghi joyciani e che si colloca ”fra Joyce e Beckett” sottolineando pure l’influenza di Nabokov, c’è qualcosa che ricorda, nella radicale differenza di temi e di stile, Joseph Conrad, la sua capacità di far capire cosa siano il coraggio, la fedeltà, l’amore, raccontando storie di viltà, di tradimento, d’infamia. Banville – osserva Licia Governatori, la solitaria e originale studiosa scomparsa un anno fa – scrive in ”anglo- irlandese”, ossia in una lingua sotterraneamente influenzata da forme e modi del gaelico, metabolizzati in un inesorabile e sanguigno inglese. Di ambiente irlandese sono pure i primi romanzi’ Long Lankin (1970), Nightspawn (1971) e Birchwood (1973) – peraltro lontanissimi da ogni tradizionale e accattivante Irlanda di prati verdi e fanciulle dai capelli rossi, che tanto infastidiva Bobi Bazlen, un’Irlanda rurale e ossessionata dalle proprie radici e che da alcuni anni per fortuna non esiste quasi più. Già in queste opere ancora lontane dai capolavori successivi, s’immerge nel suo mondo cogliendolo, con un realismo fisico e preciso, nella sua corposa concretezza e insieme stravolgendolo in una luce visionaria. S’incontrano già in questi romanzi i suoi personaggi appassionati, vulnerabili e sinistri, le sue storie di doppiezza e d’ombra; le vicende sono spesso raccontate – come verrà più tardi, con grande potenza poetica – da un io narrante, una voce oscura in cui sembra parlare con più libertà la vita stessa, brada, violenta e indifesa, e che lo scrittore ascolta e registra meticoloso e stupefatto, immedesimato e insieme straniato. L’ossessione del doppio è già presente in Birchwood, in cui il protagonista-narratore cerca la propria identità e alterità nel gemello perduto – tema che, in Italia, è incisivamente presente nella narrativa di Giorgio Pressburger. Una svolta, nella sua opera, è costituita tetralogia sulla scienza, dedicata a quattro scienziati-cosmologi: Doctor Copernicus (1976), La notte di Keplero (1981), La lettera di Newton (1982) e Mephisto (1986), quest’ultimo imperniato su un personaggio forse vagamente ispirato a Einstein. La notte di Keplero e La lettera di Newton sono accessibili al lettore italiano nelle ottime versioni di Laura Noulian e Francesca Olivieri. Combinando magistralmente realtà e fantasia, lo scrittore narra grandi avventure conoscitive che hanno trasformato il mondo e la sua immagine, ma calandole nella realtà polverosa e tormentata del vissuto, la dove il rigore della scienza e la sfida della ricerca si intrecciano all’ambiguità della vita e delle passioni. Il romanzo su Keplero o su Newton diviene così il racconto della scoperta di nuovi ordini del mondo e disordini del cuore, mentre la struttura narrativa si fa sempre più complessa, un gioco di variazioni musicali che fonde la musica delle sfere celesti e gli umili rumori dell’esistenza quotidiana, intrecciando tempi ed epoche diverse e muovendosi lungo la frontiera tra il dicibile e l’indicibile, sempre con un’amorosa, partecipe ”pietas” per l’affanno del vivere. La sua vera statura di grande scrittore l’ha tuttavia raggiunta con gli ultimi romanzi, tra l’altro magnificamente tradotti in italiano: La spiegazione dei fatti e L’intoccabile da Massimo Birattari, Athena da Cristina Prasso Res, Eclisse da Marcella Dalla Torre. Sono libri che segnano per sempre per l’intensità, l’asciutta poesia e la violenza con la quale si addentrano nei meandri più oscuri dell’esistenza e della passione – confrontandosi col nulla e col male ”inerte, neutro, autosufficiente”, che avvolge gli uomini e si insinua, impalpabile come la polvere, nel loro cuore e nella loro mente – ma facendo balenare l’incanto misterioso della vita e la fraterna umanità di cui gli uomini, nonostante il male e il dolore, sono capaci. Affascinato dall’arte figurativa – che compare con insistenza nelle sue pagine, quale rivelazione e insieme occultamento della verità dell’esistere ”è possente nella trama generale e soprattutto nei dettagli, che afferrano con devastante e sobria intensità alcune corde fondamentali dell’uomo e del mondo. I suoi personaggi, come si dice nella Spiegazione dei fatti, si trovano spesso sulla prua di una nave che affonda, ma intravedono, inabissandosi, una nuova terra che emerge. Ho incontrato più volte quest’uomo fraterno e di radicale, scabra autenticità: a Dublino, a Londra, a Trieste, a Torino, dove cercava le strade in cui aveva vagabondato ed era precipitato nella follia Nietzsche, schiantato da un’altissima tensione e da una bruciante pietà per la sofferenza, invano soffocata dall’esaltazione della forza e della potenza. Lo sguardo dei suoi personaggi, come dice una pagina di Eclisse, è talora quella ”che si può ricevere attraverso il casco di un sommozzatore quando è stato staccato il tubo che consente di respirare”. Ma questo scrittore capace di scendere in tali cupe profondità senza ritorno è uno dei pochi capaci di raccontare quanto amore, amicizia e tenerezza ci possono essere nel cuore dell’uomo» (Claudio Magris, ”Corriere della Sera” 24/1/2003).