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 2003  gennaio 10 Venerdì calendario

Cimurri Giannetto

• . Nato a Reggio Emilia il 27 settembre 1905, morto a Reggio Emilia il 24 dicembre 2002. «È stato massaggiatore sportivo di un tipo speciale. Di quelli, per intenderci, che di un campione massaggiano anche l’anima. Aveva operato, pure nel calcio. In un certo Bologna, ai confini dei suoi anni d’oro (quando il portiere Gianni e il terzino destro Monzeglio avevano ”staccato”, e, in difesa, li avevano sostituiti Ceresoli in porta e Fiorini a lato di Gasperi) e poi nella boxe (il campione europeo Bondavalli). Il ciclismo, il suo regno, gli aveva consegnato, di volta in volta, Coppi, Bartali, Magni, Vicini, Martini, i fratelli Maggini, Casola, l’inseguitore Gandini eccetera ecc. La nazionale ciclistica, pista e strada, era stata casa sua (nove équipe azzurre, nei mondiali e alle olimpiadi, aveva avuto per le mani). Credo che pochissimi abbiano amato il ciclismo (sport di poveri e per poveri, dalla problematica evoluzione) quanto lui lo ha amato. Era socio-fondatore del V.C. Reggio: faceva parte di squadre dell’industria, come si diceva, ai tempi in cui erano espressione di Case, che avevano quale ragione sociale, la produzione delle biciclette. Aveva, quindi, vissuto la parabola dell’antico sport delle due ruote, che con Fiorenzo Magni, era approdato all’abbinamento con i gruppi extra-sportivi, gli ”abbinati”. Aveva educato i suoi figli (la dolce Raffaella, Chiarino, che farà carriera dirigenziale nel tennis, e Giorgio) secondo i canoni degli artigiani: la scuola, che - lamentava - aveva appena sfiorato; l’onestà, che - diceva - era l’astuzia più grande e il lavoro. Era arrivato in età, fino alla piccola azienda, un negozio bene avviato di articoli sportivi. Affermatissimo in città. Gli era rimasto nel cuore il Museo della bicicletta, che aveva dedicato a Coppi, nella sua Reggio. Ne seguiva pressoché quotidianamente le corsie: e mi confidava, sempre a ritroso. ”Sono come i libri d’oro, Mario - sorrideva - Rileggili, dal fondo. Io, attraverso Girardengo, Binda e Guerra, arrivo a Bottecchia. E’ un modo di ringiovanire”. Di Giri d’Italia, ne ha compiuti quaranta; di Tour, undici. La sua parlata era aperta. La sua voce si smussava. L’esercito dei ricordi ci divideva a schiera. La squadra a cui era maggiormente affezionato, era seria e signorile, l’Atala di Sivocci, ex corridore, fratello di un Sivocci, pioniere dell’automobilismo. Spesso chiedevo notizie a un giovane collega, il mio amico Costa. ”Mi ha raccomandato di annunciarti il suo passaggio alle quattro ruote... la carrozzella. E ancora: che gli andrebbe tanto di rivederti davanti a un buon bicchiere. Noi siamo un po’ preoccupati quando piglia su e va tutto solo, nel ’sottozero’, al suo Museo ma lui protesta che gioie, aspirazioni, rimpianti sono tutti lì dentro”. Era orgoglioso del figlio Chiarino, che si è assunto, a Reggio, l’onere di tenere in linea di volo la Reggiana calcistica» (Mario Fossati, ”la Repubblica” 27/12/2002). «Era famoso per le sue ”borracce furbe”, le sue pomate prodigiose. Aveva mani di velluto. I corridori lo chiamavano Mani d’oro, ma, anche, Albero di Natale, perché ai rifornimenti, da solo, riusciva a dare il sacchetto a tutti. Era molto di più di un fisioterapista. Era un uomo saggio. Curava l’anima, oltre al corpo. Si era affermato al tempo in cui non c’era il medico di squadra e il massaggiatore era tutto: curava, nutriva, leniva, consigliava. Per i corridori era un mentore prezioso, discreto e necessario. Raccomandava la puntualità, la precisione, l’educazione, il rispetto. Ha allevato decine di campioni. Accompagnò Fausto Coppi nel volo iridato di Lugano del ’53. Seguì Bartali sulle montagne del favoloso Tour del ’48. Assistette Guerra, Vicini, Fiorenzo Magni, Koblet, Baldini, Bevilacqua, Astrua, Maspes, Gaiardoni, Renato Longo... Strada, pista, ciclocross. Era dovunque. Ha conosciuto la polvere e l’asfalto. Era amato da tutti. [...] Si è portato via grandi segreti. Un giorno confidò il motivo per cui Bartali, l’Uomo di Ferro, crollò ai mondiali di Moorslede ’50: ”Non fu una crisi. Corrieri e Leoni nella sua borraccia misero champagne e stimolanti. Bartali era nemico di ogni droga. Fu una bomba per lui”. La bici era per Cimurri un’arpa. I muscoli erano corde musicali. Con le sue mani ricamava sinfonie. ”Il muscolo va letto come uno spartito. Nelle mani devi avere la sensibilità del pianista”, ci aveva detto un giorno. Forte di questa filosofia mise insieme 34 Giri d’Italia, 11 Tour, 7 Olimpiadi, da Londra ’48 a Monaco ’72 . Era diventato massaggiatore per disgrazia. Da ragazzo sognava di correre. E, quando, a 16 anni, venne il giorno dell’esordio, a San Maurizio, un vicino di casa, Celestino, gli prestò la sua bici da corsa. Quelli, nel 1921, erano tempi duri di scontri di strada tra neri e rossi. Bastone e olio di ricino. Giannetto non fece caso al tricolore e al fascio dipinti sulla canna, ma bastarono per la rissa. Non raggiunse mai la linea di partenza. Fu buttato in un fosso, si sfasciò un ginocchio. La sua carriera finì ancor prima di nascere. Irriducibile, divenne suiveur. Imparò i massaggi da suor Amelia. Corridori, calciatori, pugili e biciclette. Amava a tal punto la bici da mettere insieme una strepitosa collezione di pezzi d’autore [...] Bici, come gioielli. Le Bianchi di Bordin, autore, il 28 maggio 1914, della più lunga fuga della storia del Giro, e di Fausto Coppi, le bici di Gerbi, il Diavolo Rosso, e di Girardengo, il primo Campionissimo, la Wolsit di Pesenti, lo Scarpone di Zogno, e la Masi di Fuente, fino alla bici di Pantani. Bici, come cavallette, capaci di aprire le ali e di volare. Se n’è andato in un giorno di festa. Ultimo, prodigioso effetto dell’ultima delle sue ”borracce furbe”. Ha scelto il Natale. Il giorno in cui nasce la vita e sboccia la fede, in cui gli uomini diventano bimbi e credono, come Chagall, che le bici volino. Quel giorno Giannetto pedalava contro la Luna» (Claudio Gregori, ”La Gazzetta dello Sport” 27/12/2002). «Per tanto tempo è stato soprattutto il massaggiatore di Fausto Coppi, ”lasciatogli” dall’orbo di Novi, quel Biagio Cavanna che, cieco, indovinava il passato e il presente e il futuro di un giovane soltanto toccandogli un polpaccio. Ha avuto materialmente nelle sue mani Bartali e Magni e Maspes e un po’ tutti. Di ognuno nel museo (’mi costa un occhio per l’assicurazione”) teneva cimeli straordinari: quella bicicletta, quella maglia, quella coppa che il campione aveva deciso essere più di Giannetto che sua. Il massaggiatore allora era anche del pedalatore stratega, medico, infermiere, mago, programmatore, ginnasiarca, manager, psicologo, dietologo, farmacista, meteorologo. Era più di una moglie, di un fratello. Era confessore, riservatissimo. Assisteva ai primi passi del doping, quello romantico alla simpamina, e cercava di dare buoni consigli. Sapeva togliere le tossine dai muscoli e i fumi dal cervello dei suoi assistiti. Era democraticissimo, eguale per lui il campione come il gregario, i turni dei massaggi che spesso erano anche messaggi venivano decisi e rispettati rigidamente. Faceva pure la valigia del corridore, badando che ci fosse tutto. La biancheria di ricambio, la foto della fidanzata, il diario con poche pagine, il calendario degli impegni prossimi venturi, la camicia buona per l’eventuale galà dopo la vittoria. E tanto ma tanto magico olio canforato, embrocation anzi alla francese ambrocasciòn: radeva lui le gambe degli atleti, perchè i peli non ostacolassero il buon massaggio. Sapeva preriscaldare e defatigare. E’ stato forse il massimo personaggio di una serie di uomini straordinari. Non amava regalare a nessuno le confidenze che aveva ottenuto dai suoi corridori sul lettino delle speranze e dei dolori. Andammo con lui al suo museo, approfittando di uno spareggio pomeridiano fra Torino e Perugia, era lui che faceva domande a noi. La parte, sacrosanta peraltro, del vecchietto da film del farwest, quello che dice ”ai miei tempi...” nel saloon, fra la reverenza ufficiale dei cowboys giovani, padroni della vita, non gli piaceva proprio. Preferiva parlare della gran carriera dirigenzial-tennistica del figlio Chiarino, che adesso sta anche da presidente nel basket di club, o del lavoro dell’altro figlio Giorgio, consulente sportivo del sindaco di Reggio. Aveva ricordi di cristallo prezioso e proprio per questo non voleva che si rompessero a contatto con la violenza della rivelazione, della storia riscritta di brutto, dell’indiscrezione dura. Gran personaggio. Dopo giorni e giorni da suiveurs ciclistici, con Giro e Tour a occuparci ogni anno tanta vita, lo ritrovavamo ogni quadriennio ai Giochi, e lui era sempre cordiale, gentile, davvero olimpico, non certo angosciato dal fatto che i destini del ciclismo italiano passassero, nella grande saga, proprio attraverso le sue mani. Anzi, non preoccupato proprio per questo. Per fare un Cimurri adesso ci vorrebbero dieci persone, diplomatissime o laureatissime, cento macchine sofisticate, mille prodotti speciali. Probabilmente ottenendo meno di quello che lui ottenne» (Gian Paolo Ormezzano, ”La Stampa” 27/12/2002).