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 2003  gennaio 10 Venerdì calendario

Chailly Luciano

• Ferrara 19 gennaio 1920, Milano 24 dicembre 2002. Violinista, compositore, didatta, organizzatore, saggista • «Una delle figure musicali più significative del Dopoguerra. Laureato in Lettere, diplomato in violino, allievo in composizione di Carlo Righini e Renzo Bossi, perfezionatosi con Paul Hindemith, responsabile dei servizi musicali della Rai dal 1951 al 1967, è stato in due fasi, tra il 1968 e il 1977, direttore artistico della Scala, vivendo in prima persona una delle fasi più tumultuose e importanti del teatro milanese. In seguito ricoprì responsabilità simili all’Arena di Verona, al Regio di Torino, al Carlo Felice di Genova, all’Angelicum di Milano e all’orchestra e coro Rai di Torino ed ebbe l’incarico di commissario della sezione lirica della Siae. Con una determinazione non comune però non ha mai rinunciato ad essere un musicista a trecentosessanta gradi, accostando all’attività di intellettuale al servizio dell’organizzazione quella di compositore e divulgatore, studioso e didatta. Docente di composizione al Conservatorio di Milano, per oltre vent’anni dal 1968, e alla Scuola di Paleografia di Cremona, autore di numerosi saggi e volumi critici tra cui I musicisti di Buzzati, si era affermato come autore versatile fin dagli anni 50 con numerosi lavori dal camera tra cui spiccano le dodici Sonate tritematiche (1951-61) concepite in esplicito riferimento alle Kammermusik hindemithiane, per orchestra e sinfonico-corali come il Kinder Requiem (1977) diretto in prima esecuzione dal figlio Riccardo. Notevole per originalità drammatica e freschezza linguistica, rimane soprattutto la produzione teatrale che lo colloca tra i più importanti compositori del novecento italiano: sia per la qualità delle partiture sia per la versatilità delle tecniche e dei soggetti messi in musica. Il catalogo comprende musiche di scena, balletti e 13 opere, tra cui le quattro su testo di Dino Buzzati (Ferrovia sopraelevata, Procedura penale, Era proibito e Il Mantello), Una domanda di matrimonio da Cechov (Piccola Scala, 1957) l’Idiota da Dostoievskij, Sogno (ma forse no) da Pirandello e La cantatrice calva da Ionesco (Kammeroper Vienna, 1986), senza contare le importanti colonne sonore scritte per gli storici sceneggiati tv Mastro don Gesualdo e Il mulino del Po» (Angelo Foletto, ”la Repubblica” 27/12/2002). «Si diplomò in violino nel ’41, si laureò in lettere e nel 1945 si diplomò in composizione al Conservatorio di Milano. Il suo contributo alla musica contemporanea s’è articolato in più settori. Aveva inoltre diretto i programmi musicali della Rai dal ’51 al ’67. Dal ’68 al ’71 fu direttore artistico al Teatro alla Scala, passò poi al Regio di Torino. Dal ’73 al ’75 diresse l’Angelicum di Milano. Dopo il suo rientro alla Scala nel ’77, è stato commissario della sezione lirica della Siae. Fino all’89 ha insegnato all’Istituto di Paleografia musicale di Cremona, poi divenne direttore artistico dell’orchestra e del coro della Rai di Torino. Era accademico di Santa Cecilia e della Medicea di Firenze. Con la sua scomparsa la musica italiana perde, per prima cosa, quel tratto di garbo, di signorilità, che ha sempre contraddistinto il suo modo d’esserne parte. Per quanto defilato, per quanto ragionevolmente lontano dai centri del potere musicale e dalle poetiche di volta in volta in auge, è stato infatti voce significativa della musica italiana del Novecento. E lo è stato a tutti i livelli. Come compositore, innanzitutto, ma anche come organizzatore, didatta, critico musicale e saggista. In un ambiente proverbialmente antipatico e rissoso come quello artistico, in cui presunzione, invidia e gelosia costituiscono la norma, s’è mosso con serenità e pacatezza, praticando il rispetto per le opinioni altrui, anche laddove quest’ultime non erano caratterizzate da uguale disponibilità nei confronti suoi e di quella ”retroguardia” cui i quartieri generali della ”Nuova Musica” avevano deciso che egli appartenesse. Cosicché in Rai, piuttosto che all’Arena di Verona, al Regio di Torino, all’Opera di Genova o alla Scala (dove ha lavorato in anni di grandi cambiamenti, nel 1968-71 e poi ancora nel 1977-1983, con Abbado sul podio), si è dimostrato direttore artistico curioso e aperto, capace di programmare con uguale passione Webern e Stravinskij, Dallapiccola e Nono. Come didatta, dapprima al conservatorio Morlacchi di Perugia e poi al Verdi di Milano, gli allievi lo ricordano per aver dato loro quanto un aspirante compositore esige dal maestro, ossia un artigianato solidissimo: lo stesso che lui aveva appreso a Ferrara, Bologna, Milano e Salisburgo, luoghi di una formazione completa e felice (nonostante l’interruzione forzata per la guerra, durante la quale fu ufficiale degli alpini), che lo portò a conseguire la laurea in lettere con una tesi sui Trovatori, il diploma in violino e composizione, sotto la guida di Renzo Bossi, e la specializzazione con quel sommo interprete del Neoclassicismo che fu Paul Hindemith. Seppe divulgare lo stile non solo dei grandi maestri del passato ma anche dei migliori colleghi del presente, come testimonia il suo manuale di composizione la manière de... (Curci). Equilibrio ed estraneità alle polemiche più sterili e violente hanno altresì caratterizzato i suoi interventi critici, redatti principalmente per le numerose riviste che supportavano la vita musicale italiana degli anni Cinquanta-Settanta e, negli ultimi tempi, per il ”Corriere”. Tra questi, si ricorda in particolare il saggio I musicisti di Dino Buzzati, nel quale si rintracciano le ragioni di quel comune sentire che lo aveva indotto a prediligere il ”realismo magico” dello scrittore bellunese come registro poetico del suo teatro musicale. Più in generale, nella sua produzione saggistica si trovano spunti ancora oggi di grande interesse sul tema dei rapporti tra musica e letteratura: un tema sempre vivo e dibattuto, sul quale sostenne tesi di un tradizionalismo inattuale, lasciando intendere che fosse la musica a doversi adattare alla parola anziché il contrario. Ma come ricordare il compositore? Anzitutto sottolineando con forza le sue qualità di assimilatore. Gli storici della musica lo hanno fin ora definito un esponente del Neoclassicismo hindemithiano (ossia quel Neoclassicismo attento soprattutto alla commistione tra i nuovi linguaggi e l’antica polifonia rinascimentale), anche perché Chailly, al pari di altri coetanei come Testi, Ferrari, Viozzi, Bucchi, mosse i suoi primi passi in quella precisa direzione. Ma il Neoclassicismo rappresenta solo una fase della lunga carriera del musicista, se è vero che in seguito ha scritto pagine politonali, atonali e persino seriali, in modo tale da declinare le varie voci della modernità non in manifesti esibiti ma in un ”sentire” del tutto privato, contraddistinto dall’amore calligrafico per l’equilibrio della forma, per la proporzione, per una comunicazione garbata e, appunto, signorile. Ha lasciato un catalogo decisamente vasto, che oggi non gode di ampia circolazione, ma che non si esclude possa goderne domani, se è vero che hanno sempre più voce quanti, come lui, non si sono mai riconosciuti in nessun ”partito”. Della produzione strumentale si ricordano soprattutto le Sonate tritematiche, una singolare fusione di contrappunto mitteleuropeo e pathos latino esperita nel quadro di una ricerca formale che nacque già vecchia ma ha conservato un certo sapore originale e retrò. Da ricordare, altresì, scorrendo il versante sacro o comunque religioso di tale catalogo, il Kinder-Requiem, pagina strutturalmente complessa ma capace di comunicare un’espressività profondamente umana, in chiave quasi mahleriana. Ma, certo, il settore più ricco e interessante del suo catalogo resta quello teatrale: tredici titoli, ispirati non solo a Buzzati, ma anche a Cechov, Dostoevskij, Pirandello, Ionesco» (Enrico Girardi, ”Corriere della Sera” 27/12/2002). «Apparteneva, com Michelangelo Antonioni e Giorgio Bassani, alla generazione di artisti del disincanto, sensibili alla solitudine e alle contraddizioni della modernità che quella città e i suoi paesaggi hanno tanto nutrito e formato. Padre del direttore Riccardo, dell’artista Cecilia, ha assunto incarichi di grande responsabilità: direttore artistico della Scala, dell´Arena di Verona, dell’Opera di Genova, consulente del Teatro Regio di Torino, dal 1951 al 1967 ha lavorato alla direzione dei programmi musicali della Rai. Erano anni in cui la politica culturale dell’azienda radiotelevisiva, che operava allora in regime di monopolio, lasciava volentieri spazio alla ricerca, alla sperimentazione, faceva delle sue quattro orchestre e del terzo programma radiofonico una calamita capace di attrarre molte energie creative, non solo italiane. Diplomato al Conservatorio di Milano, laureato in lettere a Bologna, allievo a Salisburgo di Paul Hindemith, scrittore elegante e ironico come testimonia soprattutto Le variazioni della fortuna, ha composto tredici lavori di teatro musicale. In numerose occasioni, suo librettista è stato Dino Buzzati. A partire dagli Anni 50, tra scrittore e musicista si crea un sodalizio profondo: Ferrovia sopraelevata, Procedura penale, Il mantello, Era proibito sono titoli in cui la vena surreale, amaramente grottesca di Buzzati gli offre l’occasione di raccontare vicende vivacemente teatrali, provando - e pochissimi allora osavano farlo - a far sorridere su un palcoscenico d´opera. I lavori tratti da Ionesco e Pirandello, il forte successo internazionale ottenuto, a Vienna nel 1975, con Il libro dei reclami da un racconto di cechov, confermano la sua originale personalità poetica, alla quale corrisponde uno stile musicale che volentieri gioca con la lezione delle avanguardie. Dal loro radicalismo si è tuttavia sempre tenuto discosto, sicché, in tempi di forti contrapposizioni stilistiche, la sua musica è stata talvolta giudicata ”eclettica”. In verità, principale obiettivo delle sue opere era raggiungere con il pubblico un grado di comunicazione forte ma non banale, consapevole della tradizione lirica come delle spinte più innovative del Novecento. Ha lavorato per la televisione, creando la colonna sonora dello sceneggiato Mastro Don Gesualdo, ha composto numerosi balletti, tra cui Fantasmi al Grand-Hotel (ancora su soggetto di Buzzati), interpretato da Carla fracci e Léonide Massine; ha collaborato con Saverio Vertone e Gian Carlo Menotti e nel 1957 Tatiana Pavlova ha messo in scena, alla Piccola Scala, Una domanda di matrimonio, ammirata, come tanti altri suoi lavori, da Eugenio Montale. Nel campo della musica strumentale, certamente da ricordare è la serie delle Sonate Tritematiche, scritte per organici diversi: opere di grande sapienza costruttiva, capaci di creare atmosfere concentrate, dove un classico rigore formale accoglie più aspre tensioni, che smussano i loro spigoli in paesaggi sonori dai contorni più sfumati, più sognanti. Uomo elegante, affabile, sempre lucido nei giudizi, appartiene al raro numero di quei signori della musica che meritano affetto, stima e memoria» (Sandro Cappelletto, ”La Stampa” 27/12/2002).