Varie, 9 gennaio 2003
ROCCA
ROCCA Francesco San Vito Romano (Roma) 2 agosto 1954. Allenatore di calcio. Della nazionale Under 20. Ex calciatore della Roma, una promettente carriera troncata ancora giovanissimo da un infortunio: 18 presenze in nazionale (esordio poco più che ventenne). «Lo chiamavano Kawasaki, correva e l’Olimpico avrebbe voluto correre con lui. Era un simbolo. Il presente e il futuro, tanto veloce da anticipare i tempi. Mai un campione, scappandoci di mano come un aquilone e volando via, ci aveva lasciato così, prima ancora di cominciare. Aveva ventidue anni. L’operazione, il ginocchio a pezzi, la delusione, la solitudine, l’inganno, il tradimento della partita d’addio, lo stipendio sparito, l’azzeramento. La Roma? Lasciamo perdere. Rocca ha cancellato. Quella è storia e conta solo per ciò che ha lasciato nel Rocca di oggi. E com’è questo nuovo Rocca? Un musone, un asceta, un marine, un francescano, forse? [...] Era un bambino, è un uomo. E’ cambiato, fuori e dentro. Si racconta, si apre, si spiega e vorrebbe essere capito. Ci prova così. ”Ho ricominciato da zero. Sono diventato uomo e allenatore. Con le sue regole. Che ad altri possono sembrare dure e a me, adesso, appaiono normali. Per capire, bisogna sapere. Da giocatore ho sofferto moltissimo. Quelli che per voi sono miti, con me sono stati feroci. Mi hanno danneggiato pesantemente, in alcuni casi ci potevano essere conseguenze penali. Non dissi niente, non chiesi niente. Ma questi falsi miti sono stati la rovina di molti giovani. E’ il chiodo che mi tormenta: io non devo tradire i ragazzi. Gli allenatori, ne sono sicuro e sicuro come mai dopo ciò che è successo a me, devono costituire un esempio”. Lo scopriamo parola dopo parola. Chiede molto agli altri e chiede tutto a se stesso. Fratello Francesco è diverso dagli altri allenatori perché diversa è stata la sua esperienza, che non racconta ma puoi immaginare, traducendo i silenzi: ferito nel corpo e nell’anima. L’amore per la moglie e i due figli, una casa a Roma e frequenti corse a San Vito Romano, il paese che siede in cima a una collina. Un posto in Federazione dal 1983, appena uscito da Coverciano. Di mattina si allenava, riposava a Ostia, ripartiva per Roma, dove studiava sino alle undici di sera. E il giorno dopo ricominciava. Prese il diploma da perito e il diploma Isef. Quando la Federazione gli affidò l’Under 15 era pronto. Ha vinto due mondiali militari, un quarto posto a Seul, uno dei migliori piazzamenti di sempre alle Olimpiadi, ha vinto ancora sette tornei internazionali, in finale ai Giochi del Mediterraneo, in finale a Tolone, che è il mondiale dei giovani. Perse contro il Brasile. ”Stringemmo la mano agli avversari: erano stati più bravi. Questo insegno ai ragazzi: dare tutto e accettare, eventualmente, la sconfitta. Non voglio simulatori, non accetto falli violenti o colpi a tradimento. Tra le mie regole, c’è la correttezza, il rispetto dei valori sportivi». Chi non osserva le regole, va a casa. Dicono, per sottolinearne la stranezza, che tolga ai ragazzi persino la televisione. Sorride. ”E’ successo una volta. La Grecia ci ospitò in un albergo a cinque stelle, diciamo un albergo dispersivo. Al ritorno facemmo la stessa cosa: per loro hotel di lusso, per noi alberghetto a due stelle, con televisione in sala. Per i ragazzi e per me. Vincemmo. Non voglio grandi alberghi, non servono. Come non chiedo il cuoco. D’accordo con il medico, scelgo il menu, secondo precise norme di alimentazione. E anche all’estero, così, per un paio di giorni si può mangiare o vivere. Non entro nelle camere dei ragazzi: loro, del resto, sanno che cosa voglio. Non mi piace che giochino a carte. Meglio, e lo consiglio, un buon libro. Può capitare che vengano svegliati alle sette per fare una colazione abbondante e non sentirsi male durante l’allenamento. Ma capita più spesso che la sveglia suoni a orari tradizionali. Con me si lavora, pure in Nazionale. Per il mantenimento della condizione, non per una preparazione vera e propria. Il lunedì doppio allenamento, il martedì un’ora a ritmo partita, il mercoledì la gara. Conosco soltanto lavoro e sacrificio. Il calcio non è un divertimento. Devono divertirsi gli spettatori, semmai. Per noi è lavoro, lo sport più duro che ci sia. Solo chi avrà toccato la soglia della sofferenza potrà arrivare alla vittoria. Non esiste successo senza la volontà di raggiungerlo. I miei adesso spingono per un tempo e raccolgono nel secondo, quando gli avversari si arrendono”» (Roberto Renga, ”Il Messaggero” 24/12/2002).