Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  gennaio 09 Giovedì calendario

Oscar JosBernardi

• OSCAR José Bernardi. Nato a Monte Siao (Brasile) il 20 giugno 1954. Ex calciatore, allenatore. «Era il difensore centrale del Brasile ’82, quello che doveva stravincere i mondiali. Poi al Sarrià trovò sulla sua strada Paolo Rossi e infine quella parata di Zoff, che provocò infarti in mezza Italia ”E’ il novantesimo, perdiamo 3-2. Punizione per noi, decido di andare nell’area italiana. Arriva il cross e vedo che il pallone viene verso di me. Lo colpisco proprio bene, al centro della fronte, con forza, verso la porta di Zoff. Per noi è gol, la torcida salta in piedi, è fatta. Ma vedo gli italiani urlare e protestare, poi da terra riemerge Zoff col pallone in mano che strilla ’No! No!’, l’arbitro Klein gli dà ragione. Non era gol, infatti: vent’anni dopo lo ammetto, la palla rimase sulla linea. Cinque centimetri più in là, solo cinque, e avremmo pareggiato e la nostra generazione avrebbe avuto una vita diversa. Invece fu sconfitta: non solo quel giorno, ma per sempre. In Brasile, ancora oggi, siamo quelli che hanno perso. Zoff disse che quella era stata la parata della sua vita. Viceversa, sarebbe stato il gol della mia vita. Cinque centimetri, e tutto sarebbe cambiato”. Ora è uno dei tanti giramondo del pallone: allena l’Al Ittihad di Gedda, primo in classifica in Arabia Saudita. Da 14 anni lavora a migliaia di chilometri da casa: in Brasile non c’è spazio, soprattutto se sei un antieroe, un perdente, un fastidioso ricordo da rimuovere. Più di vent’anni dopo, quel pomeriggio del Sarrià fa ancora parte, e in che modo, della vita del signor Oscar: ”Eravamo bellissimi, mai giocato in una squadra così forte. In panchina Tele Santana, profeta del calcio spettacolo. Ma io glielo dicevo, a Tele, alla vigilia: ’Tele, pensiamoci un po’; non sarà un rischio buttarsi all’attacco contro gli italiani?’ E Tele mi rassicurava: ’Vinciamo 4-0, nessun problema’. Ma i problemi arrivarono subito. Noi danzavamo col pallone, poi gli italiani in contropiede ci facevano del male. E certo: Leandro e Junior attaccavano anche loro, io e Luisinho rimanevamo da soli contro Conti, Rossi e Graziani: un disastro. La sconfitta fu giusta. Dicono: si rigiocasse cento volte, il Brasile vincerebbe sempre. Falso, rivincerebbe l’Italia perché noi non avevamo capito niente”. E ora? ”Per noi quella sconfitta fu un marchio di infamia. Giocai ancora un po’ nel San Paolo, poi finii la carriera in Giappone, dove ho allenato pure per quattro anni. Dal 1992 sto qui nelle penisola araba”. E’ dura? ”Abbastanza, infatti non sto sempre qui: un anno, un anno e mezzo al massimo, poi devi staccare, la famiglia non può seguirti fino in fondo: troppo diversa la cultura, le usanze, il modo di pensare. Soprattutto per un brasiliano”. E il calcio? ”Ancora dilettantistico. Non c’è disciplina né professionalità, devo fare l’allenatore ma anche il dirigente, il presidente, l’accompagnatore. E´ dura, sì. Ma ho un sogno: allenare in Italia. Sto cominciando a imparare l’italiano”» (a.s., ”la Repubblica” 8/1/2002).