8 gennaio 2003
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Girotti Massimo
• . Nato a Mogliano (Macerata) il 18 maggio 1918, morto a Roma il 6 gennaio 2003. Attore. «Una carriera lunga oltre cento film: nell’ultimo, La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek è uno smemorato ”adottato” da Giovanna Mezzogiorno. [...] Gentilezza, buona educazione e garbo erano i segni del suo carattere, una discrezione che lo faceva amare da tutti i registi con cui lavorava, a cominciare da Blasetti, che con La corona di ferro lo avviò alla notorietà a Visconti che lo volle sia in Ossessione - la canottiera che indossava diventò un simbolo di virilità per i giovani dell’epoca - sia in Senso, a Rossellini, De Sica, Germi, Antonioni, Lizzani, De Santis. Un matrimonio sereno, nessuno spunto per le cronache pettegole: è stata una vita quieta e coerente quella di Girotti che, malgrado l’amicizia professionale con Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, non fu mai entusiasta del fascismo e quando gli chiesero di trasferirsi a Salò, scelse di rischiare e rimase a Roma, inventando una malattia della moglie. Il cinema era entrato per caso nella vita di Girotti, che era venuto a Roma a studiare ingegneria, preferendo però dedicarsi allo sport, in particolare al nuoto. ”Tra i ricordi del passato il più nitido è quello che di me che nuoto nella piscina del Foro Italico mentre nuotavo con Fulvio Iachia, scenografo, devo a lui la svolta della mia vita. A lui e a Visconti, se non lo avessi incontrato forse avrei ripreso ingegneria», diceva. Visconti fu il primo ad esaltare le sua qualità di attore scarno e asciutto, insolito per l’epoca, facendogli superare la fama di sex symbol, dotato di fisico atletico e volto dai tratti nobili. Fu proprio la sua modernità di attore ad attrarre autori di ogni generazione, a cominciare da Pasolini che nel ’68 lo riportò nel grande cinema con Teorema e poi con Medea. Poi venne Bertolucci con Ultimo tango a Parigi, con il bel personaggio dell’amante che piange la donna con il marito di lei, Brando. E a riportarlo in luce, dopo un lungo silenzio fu Benigni nel ’94, con Il mostro. ”Un ruolo piccolo, mi ha stupito l’attenzione e i premi che mi ha portato. Il cinema non è tutta la mia vita, ma ogni volta che mi richiamano sono felice. Non ho rimpianti come attore, anche se a volte ho fatto cose orrende. Personalmente qualche rimpianto ce l’ho: con mia moglie mi pento di non essermi accorto di certe incomprensioni, quando c’era ancora e avremmo potuto parlarne. Ma non amo la nostalgia, sono portato a guardare avanti”» (Maria Pia Fusco, ”la Repubblica” 7/1/2003). «’Non gli mancava nulla, per essere un bravo attore di teatro. Aveva un corpo duttile, un’umanità molto diretta, un professionismo puntuale. Non avrebbe potuto permettersi di gridare nelle parti tragiche perché aveva una voce ’media’, ma era stimatissimo da Visconti anche in prosa, tant’è che sotto la sua guida recitò quattro volte, e la sua più bella interpretazione fu come Trofimov ne Il giardino dei ciliegi di Cechov allestito nel 1965 da Luchino”. così che Luigi Squarzina ricorda il Girotti teatrante, avendolo diretto nel 1951 in Detective Story di Kingsley. ”Eravamo nella compagnia del Teatro Nazionale di Salvini, con paga ridotta per sostenere l’impresa. Erano in ditta anche Gassman, la Gioi, la Albertini. Detective Story era una commedia americana moderna dove un investigatore, che era Girotti, si fa giustizia da sé ma poi finisce ammazzato, e nello spettacolo figuravano anche Gassman, Foà, Ferzetti, Sbragia e Albertazzi. Si prese l’elogio di Luchino”. Altri tempi. Dopo un esordio scenico con Blasetti, che nel 1945-46 lo guidò in un Priestley e ne La foresta pietrificata di Sherwood, fu appunto Visconti ad averlo nel cast di Delitto e castigo del 1946 (’Lì i riflettori erano per Stoppa”), Troilo e Cressida del 1949 (’Faceva un Aiace portato in trionfo”) e Contessina Giulia di Strindberg del 1957 (’Una prova seria con la Brignone”). La convivenza artistica con Gassman fu breve. ”Girotti prese parte al Peer Gynt diretto da Vittorio, e fece accanto a lui un Mercuzio, poi io e Gassman ce ne andammo, e per Massimo si moltiplicarono gli impegni col cinema. Era una persona dolce. Se la prese una volta con Foà per una papera finta. Ma era un gentiluomo”» (Rodolfo Di Giammarco, ”la Repubblica” 7/1/2003). «I belli del cinema italiano, soprattutto i bellissimi come lui, difficilmente diventano divi: piacciono di più i comici e anche Gassman fu star quando cominciò a far sorridere e ridere. Con i suoi occhi di ghiaccio, Girotti ha attraversato il cinema italiano con dignitoso distacco, troppo elegante, anche nel cappottino di aspirante assassino in Cronaca di un amore di Antonioni, per distrarre e sedurre gli spettatori. Non si andava a vedere un film per vedere lui (come, invece, per Sordi o Tognazzi), al massimo i suoi personaggi, come quello del pretore di In nome della legge di Germi. Però il suo torace nudo e lucente di ventenne in La corona di ferro di Blasetti e poi la canottiera bianca, una delle prime del cinema mondiale, sui suoi muscoli giovani, di Ossessione di Visconti, rischiarono di trasformarlo in una involontaria icona gay dei tempi di guerra. Non ancora quarantenne, in piena magnificenza, fu murato in ruoli secondari, anche in Senso di Visconti, dove il bello di turno, Farley Granger, insulso attore però americano, aveva pochi anni meno di lui. Nel cinema italiano c’è posto per le tettone e non per le attrici, e neppure per gli attori, anche belli, ma troppo signorili» (Natalia Aspesi, ”la Repubblica” 7/1/2003). «All’Università di Arezzo, mentre stavamo avviandoci ad uno dei rari incontri pubblici in suo onore, l’ormai più che ottantenne Massimo Girotti mi fece una confidenza: ”Se mi prometti di non dirlo, ti confesserò una cosa...”. Promisi, ma ora mi sembra lecito rompere la promessa e rivelare quel suo segreto: ”Lo sai – mi disse – quando credo di aver imparato a recitare? Cinque o sei anni fa... stata una specie di illuminazione e mi dispiace di averla avuta così in ritardo perché avrei potuto fare molto meglio tutte le cose che ho fatto”. Una sortita che ha dell’incredibile per un attore che ha attraversato con immutata classe il nostro cinema dal blasettiano La corona di ferro (1941) al film appena ultimato di Ferzan Ozpetek. Nella filmografia di Girotti si contano oltre cento titoli; e poi ci sono le presenze in teatro con Blasetti, Visconti, Orazio Costa, Luigi Squarzina. E su questo versante citerò ciò che scriveva nel 1958 sull’Enciclopedia dello Spettacolo un collaboratore oggi famoso, Andrea Camilleri: – . ..( in palcoscenico) Girotti ha confermato le sue doti di attore moderno, il fascino di una presenza discreta ma attraente”. Quanto alle numerose apparizioni in tv, mi limito a una delle più importanti, Fra Cristoforo nei Promessi Sposi (1967), di cui il regista Sandro Bolchi mi parlò con entusiasmo coniando un neologismo efficacissimo: ” un ’provone’, cioè il tipo di attore che vorrebbe sempre provare, studiare, discutere, approfondire”. Nel cinema ha cercato la qualità, le compagnie migliori. Ha scoperto alcuni grandi quando non lo erano ancora e li ha concretamente sostenuti. il protagonista delle opere prime di almeno tre e quasi quattro maestri del cinema italiano: Ossessione (1943) di Visconti, incarnando un incrocio del vagabondo della letteratura americana con il proletario Jean Gabin del cinema francese; Caccia tragica (1947) di Peppe De Santis, un altro storico esordio; e potremmo metterci anche Gioventù perduta (1948), benché sia il secondo film e non il primo di Pietro Germi (subito seguito da In nome della legge per il quale Massimo ottenne il Nastro d’Argento); e nel 1950 un altro sensazionale esordio, Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni. Ma l’attore ha lavorato anche con De Sica, Camerini, Zampa; e più avanti ha incontrato Pasolini per Teorema e Medea, Bertolucci per Ultimo tango a Parigi (dove ha una stupenda scena con Marlon Brando), Joseph Losey per Monsieur Klein. Molti poi ricorderanno come Roberto Benigni nel suo film Il mostro ha utilizzato Girotti nella parte del distinto condomino che transitando in portineria ogni volta sorprende il buffo protagonista in un atteggiamento assurdo, rannicchiato, ranocchiesco. Ebbene, Massimo si stupisce un po’, ma non s’indigna, non protesta; accetta le stranezze di Roberto perché dentro di sé è certo convinto che di fronte agli altri dobbiamo essere pronti a sopportare, talvolta a imparare, occasionalmente ad amare, mai a giudicare. Penso che Benigni abbia avuto, in una gag scherzosa e alla sua maniera, una profonda percezione della personalità del suo interprete. Della propria carriera Girotti parlava in termini di crescita personale, di maturazione psicologica e politica. Di Ossessione rievocava soprattutto l’ambiente intorno al film, le scoperte fatte, le prospettive che gli aprirono le settimane di convivenza con quelle persone, i discorsi che facevano, i libri che gli suggerirono di leggere. Forse il vero segreto della bravura e della durata del personaggio è stata questa intima determinazione a capire di più il proprio lavoro e quindi la vita, di non appagarsi dei risultati raggiunti, di riuscire a fare sempre meglio. Dietro la sua prestanza (vorrei quasi dire a dispetto della sua prestanza) ha coltivato un’attitudine problematica, grandi dubbi su se stesso, continui sforzi per cogliere le chiavi giuste delle situazioni sul set e fuori» (Tullio Kezich, ”Corriere della Sera” 7/1/2003). «Ha vissuto una vita da attore famoso e amato dal pubblico e dai massimi registi, ma l’ha vissuta nella più assoluta e signorile discrezione. E in questo modo appartato e difensivo del suo privato, ”il marchigiano dagli occhi blu che sembra Paul Newman”, come scherzava Visconti, che con lui parlava di collezioni di pipe e di uno scrittore da entrambi prediletto – il Balzac di La commedia umana – [...] ha attraversato il nostro cinema, dai film peplum al neorealismo, dalle opere dei maestri, Soldati, Blasetti, De Santis, Visconti, Rossellini, Pasolini, Antonioni, agli autori delle generazioni venute dopo, Scola, Bertolucci, la Cavani, Massimo Guglielmi, ma, pur essendo un ineccepibile professionista, era la vita tessuta da relazioni profonde a contare per lui più della fama. Ozpetek e lo sceneggiatore Gianni Romoli ricordano: ”Non gli chiedemmo un provino: rimase male. Disse, con lo sguardo indifeso: ’Io ho preparato tre scene!’. Gliele facemmo recitare, restammo senza fiato, come lo siamo quando lo ritroviamo ancora con noi nel montaggio e ci ruba gli occhi”. In una casa piena di libri, con i figli cresciuti con amore dopo la morte dell’adorata moglie Marcella, che lasciandolo donò le sue cornee senza pubblicità a una bimba, questa sua vita da Gentiluomo d’onore, come recitava il titolo di un film del 1951 di Yves Allegret a lui caro, come sempre gli piaceva ricordare Monsieur Klein di Losey, è stata il serbatoio del suo impegno e di un profondo senso etico. Quando non si sentì bene, quasi al termine di La finestra di fronte, appena si riprese volle tornare sul set, sebbene non fosse necessario, ”per dare le battute”, disse, a Giovanna Mezzogiorno. [...] Roma che amava e che mai aveva lasciato anche se Hollywood lo cercava da sempre e per i loro film i giovani registi d’avanguardia spesso lo scritturavano chiedendogli poi di raggiungerli nei Festival. Non ci andava e, se prendeva un aereo, era per andare a trovare il figlio Alessio, che abita negli Usa (e la sua primogenita oggi fa l’attrice); mentre l’altra figlia, Arabella, è antiquaria in Umbria. A Roma, il ragazzo atletico, fidanzato ideale di tutte le italiane, si era trasferito quando il padre chimico sognava per lui un futuro da ingegnere. Ma il cinema lo catturò: perché era bello e perché, sorrideva con quella sua elegante ritrosia nel confessare: ”Volevo imparare a recitare per vincere il carattere chiuso, per regalare umanità”. Ci è riuscito nel modo migliore, senza mai tradire se stesso e le persone amate. Lo rivedremo nel film di Ozpetek in cui recita una battuta- chiave alla quale teneva molto, in una scena che svela il segreto del suo ottantenne Davide, che dice: ”Ognuno deve pretendere di vivere in un modo migliore. Io non ce l’ho fatta”. Nella vita vera, quella che per lui contava, invece, ce l’ha fatta, sempre» (Giovanna Grassi, ”Corriere della Sera” 7/1/2002). «L’anno è il 1950. L’ex commessa Lucia Bosé, già miss Italia, è al suo secondo ruolo, l’ingegnere mancato Massimo Girotti s’impone come il Paul Newman italiano, il regista è Michelangelo Antonioni, al debutto. Il film è Cronaca di un amore: disagio esistenziale, crisi della borghesia, intreccio giallo, lunghi primi piani dei due protagonisti, che sono entrambi molto belli; e molto, molto diversi. Lei, esuberante meneghina legata al clan Visconti, ha già visto un po’ di mondo e forse ha già imparato a parlare per frasi secche, dirette come proiettili; lui, ombroso marchigiano, figlio di farmacista, sportivo, malinconico, più che altro ama tacere. Il film è memorabile, un po’ meno - pare – l’incontro. Fuori copione, tra gli attori non scocca la scintilla, ”no davvero, per carità...”, taglia corto Bosé al telefono dalla sua casa di Madrid; e neppure una particolare amicizia: ”Tra di noi c’è stato però un bel feeling professionale”. Lucia Bosé è oggi una signora ”con poca memoria o, forse, con una memoria selettiva”, come spiega ogni volta che le si chiede - ormai, sempre più spesso in occasione di un lutto - un ricordo, un aneddoto che abbiano a che vedere con la sua carriera cinematografica. Girotti, però, lo ricorda molto bene: ”Era bellissimo, elegantissimo, educatissimo, cortesissimo... un gran signore. Per capirci: quel tipo d’attore che ti manda rose all’inizio della lavorazione... un po’ com´era Mastroianni, insomma. Lavorare con persone così era un piacere. Ma tanto Marcello era aperto, estroverso, chiacchierone, pronto a confidarsi, tanto Girotti era chiuso e silenzioso. Un uomo strano, pensai quando ci incontrammo. Parlava pochissimo, non raccontava nulla della sua vita privata. Una persona schiva, introversa. Chi l’ha frequentato negli anni successivi, chi ha lavorato con lui, dice che non è mai cambiato, è sempre stato così, cortese e riservato. Di Girotti, in fondo, non si è mai saputo niente. Sul set di Antonioni, tra di noi s’era instaurato un ottimo rapporto, ma non ci siamo mai frequentati, io avevo altri giri... Con la mia compagnia vedevamo di più la sua prima moglie, Marcella, allegra, molto carina”. I due protagonisti di Cronaca di un amore non si sono poi più rivisti per cinquant’anni, ”ma io sono sempre stata in Spagna, non ho più visto nessuno...”; fino all’incontro veloce ad una proiezione de Gli sbandati di Maselli. ”Ci avevano invitati entrambi”, ricorda Lucia Bosé, ”mi ha fatto molto piacere rivederlo”. E’ un incontro senza malinconia, tra un´eccentrica signora con i capelli blu, che colleziona angeli, cura l´orto di casa e vive ”nel presente”, e un anziano attore con gli occhi azzurri appena annacquati dall’età, giocatore di bridge e buon camminatore, ancora bellissimo, elegantissimo, riservatissimo: ”Uno di quei belli - dice Bosè - che non diventano mai brutti, anzi, col passare degli anni acquistano nuovo fascino”» (Stefania Miretti, ”La Stampa” 7/1/2003). «Una carriera molto lunga e soddisfacente vissuta dagli Anni 40 del fascismo alla democrazia repubblicana e al brutto presente d’Italia, era bello. Bellissimo. Spesso anche buono. Blasetti, Rossellini, Visconti, Germi, Antonioni, Pasolini, Bernardo Bertolucci, i suoi grandi registi, lo hanno scelto come protagonista soprattutto per questo, per la sua bellezza così pacatamente italiana: la forma perfetta della faccia, gli occhi ben tagliati e un poco tristi, il naso evidente ma non invadente, le labbra turgide, i muscoli da ex campione di nuoto, l’assetto diritto delle spalle, l’espressione virile e insieme calma, anche quella intensa dignità e quella gentilezza naturale che lo hanno reso tanto amabile. Era bello nella seminudità fantasy di giovane eroe che giostra accanto al Re ne La corona di ferro (1941) di Blasetti, nei giubbotti aviatorii di Un pilota ritorna (1942) di Rossellini. Ma è in Ossessione (1943), primo film di Luchino Visconti, che la sua bellezza diventa personalità: la canottiera slabbrata, il vecchio cappello di feltro dalla falda ondulata o il berretto marinaresco sono gli addobbi di un amante popolano a cui non si resiste e che non resiste alla passione, di un irregolare socialmente indeterminato, di un uomo errante, senza lavoro né fissa dimora né legami affettivi, aperto al rischio e ad ogni avventura. Un personaggio di vagabondo letterario all’americana però mosso dalla forza dell’eros, in totale contrasto con la rispettabilità rurale e piccoloborghese dell’epoca italiana: affascinante. La personalità di Massimo Girotti acquista in Cronaca di un amore (1950), primo film diretto da Michelangelo Antonioni, lo spessore di una crisi esistenziale che appartiene ai giovani europei del tempo: col suo cappottino ambizioso così misero accanto alle grandi pellicce di visone o di leopardo di Lucia Bosé, con la sua smarrita mitomania da dopoguerra, con la sua sensualità strumentale e il suo arrivismo da vinto, il protagonista del film appare, ha scritto Carlo di Carlo, ”il prodotto sociale della borghesia milanese su cui già si intravede l’ombra del miracolo economico, incapace di reagire al proprio disfacimento morale”. In teatro con Visconti, accanto a Gassman, nonostante le lunghe tournées, non si è mai realizzato come nel cinema. Era bello, Girotti, come dovrebbero sempre essere belli gli eroi positivi: il giovane magistrato arrivato in Sicilia per affrontare la mafia, interpretato senza enfasi ma con forza in In nome della legge (1949) di Pietro Germi; il patriota marchese Roberto Ussoni che affida alla inaffidabile contessa Livia Serpieri il danaro raccolto per sovvenzionare la cospirazione antiaustriaca e la richiama invano agli impegni di lotta in Senso (1954) di Visconti; l’emblematico industriale milanese che abbandona tutto quanto possiede e se ne va nudo per il mondo nel metaforico e metastorico Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini. Ma, dopo Senso, il lavoro di Girotti diventa più usuale sotto la direzione di registi meno importanti: aveva già fatto film popolari (Il tenente Giorgio, Vortice, Disperato addio), ora non mancano i film mitologici, storie di giganti della Tessaglia e di Argonauti, di Cesari e di Romolo e Remo. Dopo Teorema, Pasolini lo vuole di nuovo in Medea (1969) nella parte del re di Corinto Creonte, che ordina alla barbara Medea di lasciare la città; in seguito lo vogliono nei film per la sua bravura, ma soprattutto perché la sua presenza diventa un totem, l’immagine di un cinema storico che non c’è più, l´omaggio che vuol testimoniare nostalgia, rispetto, affetto. Così Bernardo Bertolucci lo sceglie per una piccola parte (recitata con grande delicatezza) in Ultimo tango a Parigi (1972) e anche Roberto Benigni gli affida il personaggio di un vicino di casa molto composto ne Il mostro (1994). Il tempo non lo ha privato della sua bellezza mutatasi in una nobiltà spiegazzata e dolce; per il timore di mostrare la fragilità della vecchiaia, ha assunto un’autorità fisica e rigida da ambasciatore o da ammiraglio; la faccia non ha perduto con gli anni la propria luminosità. Sino alla fine è un uomo incantevole, con il quale tutti lavorano volentieri ammirandone il tratto cortese, la capacità di occultare un orgoglio terribile, la mancanza di ostentazione, la nessuna indulgenza o compiacenza verso il passato con i suoi successi, l’assenza assoluta di rancori e di lagnosità. Se Massimo Girotti ha rappresentato nella sua carriera d’attore durata oltre sessant’anni un italiano ideale, bellissimo e buono, ha impersonato anche un italiano che forse non c’è, che forse non c’è mai stato» (Lietta Tornabuoni, ”La Stampa” 7/1/2003). «Negli ultimi tempi era un signore molto elegante, molto riservato, molto malinconico, la cui sordità accentuava un’aria di voler rimanere chiuso in una sorta di dialogo con se stesso. Ma era sempre stato un po’ così. Aveva poco più di vent’anni quando Renato Castellani lo portò da Alessandro Blasetti, di cui era aiuto regista, che cercava il protagonista della Corona di ferro: e siccome Blasetti lo trovava un po’ freddo, Castellani lo riempì a sua insaputa di simpamina prima del provino decisivo. Senonché lo stimolante fece l’effetto contrario, e al momento buono nessuno riuscì a svegliare Girotti che si era profondamente addormentato. Naturalmente, fu preso lo stesso. Assetato di protagonisti belli, alti e possibilmente biondi, il cinema degli anni quaranta passò spesso sopra alla sua insopprimibile aria di aristocratico, affidandogli parti di eroe popolare, nelle quali talvolta il suo innato e molto poco istrionico pudore lo fece sembrare un po’ a disagio. Si impegnava comunque, sempre, con serietà. In teatro fu in alcuni leggendari spettacoli di Visconti come Delitto e castigo (1946) e Troilo e Cressida; io lo ricordo fare del suo meglio, più tardi (1957), in Signorina Giulia di Strindberg, benché nulla potesse essere più lontano da lui di quel cameriere seduttore volgare e arrivista. Molto più plausibile fu, ancora più tardi (1965) e sempre con Visconti, nel Giardino dei ciliegi di cechov; come studente sia pure fuori corso era ormai esageratamente troppo vecchio, ma trasmetteva l’idealismo sconfitto del personaggio con un’adesione e con una delicatezza che pochi altri interpreti hanno raggiunto in quel ruolo (in precedenza era stato diretto anche da Orazio Costa nel Vento notturno di Ugo Betti e nell’Ippolito di Euripide al Teatro Greco di Siracusa; e da Luigi Squarzina in Detective Story di Kingsley). Credo che la morte della moglie fosse stato uno spartiacque nella sua vita, spingendolo verso un isolamento nel quale la successiva scomparsa graduale di quasi tutti i suoi compagni di lavoro, da Visconti in poi, non fece che confermarlo. Ma all’interno di questo era un uomo curioso di tutto, lettore infaticabile, appassionato di politica, serio, e profondamente perbene: era Ussoni di Senso, insomma, non il vagabondo di Ossessione» (Masolino D’Amico, ”La Stampa” 7/1/2003)