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 2003  gennaio 08 Mercoledì calendario

ANTIOCHIA Saveria. Morta a 79 anni il 12 marzo 2001. «L’Italia la conobbe nell’estate del 1985, leggendo la sua lettera aperta al ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che ”la Repubblica” decise di pubblicare in prima pagina

ANTIOCHIA Saveria. Morta a 79 anni il 12 marzo 2001. «L’Italia la conobbe nell’estate del 1985, leggendo la sua lettera aperta al ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che ”la Repubblica” decise di pubblicare in prima pagina. A Saveria, pochi giorni prima, la mafia aveva ucciso il figlio. Sotto il titolo ”Li avete abbandonati” scrisse: ”Che tragedia, signor ministro, e quanto grande e terribile è la sua responsabilità. Ho vissuto vicino a mio figlio in questi anni, ho soggiornato spesso a Palermo, ho conosciuto funzionari e colleghi. Ho visto che non avevano le macchine chieste da più di un anno, ho visto le alfette da inseguimento della Squadra Mobile rattoppate, malridotte e riconoscibili anche dai bambini. Ho visto gli agenti usare le macchine personali o farsele prestare dagli amici. Ho visto disputarsi l’intera Squadra l’unico binocolo a disposizione. Ho visto i funzionari pagare gli informatori di tasca loro. Sono solo esempi, piccoli esempi di una grande sordità”. Come risposta al suo grido, alcuni dissero che era stata usata per un attacco politico, che la sua lettera era troppo ben scritta per essere di una madre di un poliziotto. Colta e sensibile, amante dell’arte e pittrice, dopo la morte del figlio dovette incassare anche questo. Roberto Antiochia era stato ucciso a Palermo il 6 agosto 1985, insiema al capo della Squadra Mobile Ninni Cassarà. Non avrebbe neppure dovuto essere a Palermo, quel giorno: era in ferie, ma le interruppe e tornò volontariamente in Sicilia dopo l’assassinio del commissario Montana, avvenuto una settimana prima, per stare accanto al suo capo. Morì con lui. Da quel giorno la madre intraprese una lunga battaglia per la verità su quel delitto. Denunciò le complictà tra mafia e istituzioni. E decise di far vivere Roberto nelle sue parole, nella sua testimonianzea. Girò instancabilmente le scuole, le parrocchie, le biblioteche, i circoli di tutta Italia. Parlava sempre dolcemente, anche quando diceva cose dure e terribili. Ti guardava negli occhi e ragionava, spiegava. Senza mai una parola retorica. Aveva la pazienza di chi ha subito il più tremendo degli affronti ma non è stata piegata [...] Ai processi contro gli assassini di suo figlio fu sempre presente, anche a costo di viaggi faticosi e costosi. Quando testimoniò, guardando negli occhi esecutori e mandanti, le sue parole furono secche, decise. Uno degli ergastoli che pesano sulle spalle di Totò Riina gli è stato inflitto per quell’assassinio [...] Il giorno in cui è morta, a Riina è stato revocato il carcere duro e ai magistrati palermitani sono state tolte le scorte» (Gianni Barbacetto, ”diario” 16/3/2001).