Varie, 6 gennaio 2003
PIRONTI
PIRONTI Tullio Napoli 10 giugno 1937. forse l’editore più irregolare in tutto il panorama italiano. lui a pubblicare Il camorrista di Giuseppe Marrazzo, Vatican Connection» di Richard Hammer, In nome di Dio di David Yallop. stato il primo in Italia a mettere sotto contratto il premio Nobel, Naghib Mahfuz «soffiandolo a Doubleday, la casa editrice americana in cui Jackie Onassis lavorava come editor, mentre lei a New York saliva su un aereo per raggiungere lo scrittore egiziano, io avevo già il suo assenso». «Sono l’unico editore in attività che sia mai stato sul ring. Incominciai a 15 anni, a Napoli, nella palestra Olimpia in via dei Mille, la palestra più elegante della città. C’era Agostino Cossia, olimpionico, Luigi Fasulo, avversario di D’Agata, Antonio Borraccia che andò in America e Enzo Guerra che aveva battuto Mazzinghi e perso ai punti con Benvenuti, ma combattendo con tutte e due le mani fratturate […] Era il ”52, morivamo tutti di fame. Non c’è paragone con i disgraziati di oggi, magari non mangiano, ma hanno tutti la tv, sono informati, a confronto sono benestanti. Io ero il più ricco, ma ero povero. Mio padre voleva che facessi scherma, ma dove li trovavo i soldi? Ero un ragazzo di strada, non andavo più a scuola e nemmeno lavoravo. In palestra conobbi Toritore, più di cento chili di carne, viveva presso un casino di via Chiaia, faceva il pugile con tariffa, per diecimila lire andava giù alla prima, per trentamila s’impegnava. Era anche montaguappi. Prendeva soldi per far fare nei bar bella figura agli aspiranti guappi della malavita. Me lo ricordo in porto, dopo un combattimento con un americano, camminava come una mummia, perché s’era rubato un asciugamano e se l’era rigirato tutto attorno, sotto al cappotto […] So che tenevo paura. Sul ring. Paura di prenderle, di uscire scemo. Andavamo a combattere sulle navi degli americani, che ci spruzzavano con il ddt per levare le piattole, ma pagavano bene, 50 mila a incontro, quando la mia paga normale era di 5 mila. Solo che arrivo sulla nave e vedo sto’ nero, bello, grosso, vicino al sacco. E dissi al maestro: questo no. Il maestro chiamò un altro, uno che io battevo sempre, e quello picchiò al nero, che teneva più paura di me. Io non sono mai stato un vincente […] Sono stato anche convocato ai raduni nazionali con Nino Benvenuti. Ci mettevano sempre insieme a fare footing. Il più bravo, lui, con il più scansafatiche, io. A me però Nino non convinceva. Preferivo la generosità di Mazzinghi. Strano destino quello dei pugili di Trieste, di essere rovinati dalla donne. Io vidi Mitri contro Turpin. Non penso sia finito male […] Una volta a fare l´editore ci voleva coraggio. Si facevano dei libri denuncia che davano scandalo, che il pubblico seguiva e apprezzava, perché si meravigliava di certi imbrogli. Oggi la gente è troppo abituata alle sozzerie, non si sorprende più. Invece che sugli eccessi bisognerebbe fare libri sulla normalità, sull’onestà […] Non ero un picchiatore. Venivo definito: ”o giocattolo c’a’ molla. Colpivo e scappavo, schivavo e cercavo di non prenderle. Ero piccolino, anche se mi misi a mangiare carne di cavallo. Forse non mi ritrovavo in quel mito un po’ troppo spinto della virilità, della mazza e delle mazzate. A me piaceva la filosofa degli scacchi: prevenire, sorprendere, anticipare. Ma davo retta al maestro che si raccomandava di evitare le femmine, mi spiegava che era come avere un portafoglio con mille lire: ogni volta che vai con una donna ne spendi cento. Onesto con la mia paura, sì. Pisciavo come un matto. Il primo incontro lo feci contro Etna, che aveva 30 match alle spalle. Chiamai Carmerlingo, il mio maestro: non me la sento, gli dissi, quello ha combattuto troppo. Sì, ne ha fatti 30, mi rispose, ma li ha persi tutti. Feci anche con Monaco, soprannominato Animale, un duro del ring, aveva i capelli che sembravano chiodi in testa, quando mia madre vide che era lui l’avversario, svenne. Lo mandai a terra, ma lui in faccia ci aveva il ghigno di chi ti dice: t’accido. Ci pareggiai. Sul ring comunque ho mantenuto la promessa […] Zara, un energumeno. Avevo 19 anni. Mi colpì prima alla bocca dello stomaco, poi col destro al mento. Mi spense le stelle, sugli occhi mi si rovesciò l’inchiostro, avevo un mal di testa da scoppiare. Non riuscivo a mettere a fuoco niente, che giorno era? Lasciai […] Un ko è come quando cade un fulmine. Io ho visto finire a terra Di Lanno, uno che svitava i bulloni delle ruote con le mani. E’ rimasto elettrizzato, squarciato da quattro espressioni diverse, prima di sbattere la testa. Sono passati quarantacinque anni e me lo ricordo ancora. Solo che non so se scrivere tutto. Tongo Troianovich, un pugile con cui ho vinto, è morto ammazzato in una rapina in America. E poi c’è Picone, che ogni giorno viene in libreria e insiste per una citazione […] E’ stato un buon pugile, ma si è anche fatto beccare con una cassaforte legata alle spalle mentre si calava dal terzo piano dei grandi magazzini […] Oggi un editore è meglio che sia bravo a riflettere. Se è capace di emozionarsi è meglio. Ma spesso le nostre emozioni non corrispondono a quelle del pubblico. Una differenza però c’è: i pugili sentono, sono umili e umani. Io nell’editoria di gente così ne ho incontrata solo una. Si chiamava Grazia Cherchi» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 5/1/2003).