varie, 16 dicembre 2002
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Mondadori Leonardo
• Milano 26 settembre 1946, Milano 13 dicembre 2002. Editore. «’Voi siete nati con il sederino nel burro, io invece sono nato con il sederino nelle ortiche”, diceva al piccolo Leonardo il nonno Arnoldo Mondadori, fondatore nel 1907 di un impero editoriale. Il patriarca scrisse anche questa dedica sotto la foto del nipotino – figlio di Mimma e Giorgio Forneron (un ex partigiano entrato presto nell’ombra) – che aveva adottato e allevato in casa: ”Al mio Leonardo, nell’augurio che un giorno continui l’opera del suo nonno”. Fra queste due frasi è forse racchiuso il suo destino [...] Da un lato si sentì sempre tenuto a continuare l’opera del nonno (e dello zio Alberto, prestigioso fondatore del ”Saggiatore”) , dall’altro quel ”sederino nel burro” gli rammentava la posizione di privilegio, di rampollo, dalla quale partiva rispetto ad Arnoldo. Così, di fronte a un rovescio voleva subito ripartire per ritrovarsi all’altezza dei meriti familiari: e lo faceva con entusiasmo essendo di natura ottimista, fedele nipote di Arnoldo, il quale amava ripetere: ”Sono vissuto ottimista e ottimista morirò” [...] La vita dell’editore fu segnata anche da asprezze, nel privato come nel lavoro: dalla causa mossagli dallo zio Giorgio per impedirgli di usare il nome Mondadori e conclusa con l’obbligo di posporlo a Forneron, fino alla causa di divorzio (1991) – si parlò di ”Beautiful padana” per l’orgia di pettegolezzi – con la seconda moglie Katherine Price, americana, dalla quale ebbe Francesco e Filippo (dalle prime nozze con Paola Zanussi era nata Martina). Infine, i preconizzati destini di dirigente editoriale furono travolti dalla ”guerra di Segrate”: nel 1988, dopo l’ingresso di De Benedetti, il direttore generale dell’area editoriale fu costretto a lasciare Mondadori per rientrarvi da presidente nel ’91 dopo l’avvento di Berlusconi (nel ’ 94 sarebbe diventato anche presidente di Elemond e nel ’97 vicepresidente di Einaudi). Il nipotino sedeva finalmente sulla poltrona che fu di Arnoldo, dello zio Giorgio e di Mario Formenton. Era una vittoria agrodolce perché il gruppo non era più tra i beni di famiglia, ma Leonardo commentò da laureato in filosofia: ”Meglio una fine con dolore, che un dolore senza fine”. Ancora una volta ottimista. Ma fu proprio durante l’intermezzo fuori da Segrate che l’imperativo di famiglia a vivere di libri si manifestò più forte e prese forma in un marchio editoriale che recava il suo nome, appunto ”Leonardo”. L’editore si gettò a capofitto nell’impresa, senza lesinare investimenti, aggiudicandosi autori come Philip Roth, battendo tutti a Francoforte per comprare il bestseller Il mondo estremo di Ransmayr, pubblicando Manganelli, Busi e così via. In quell’avventura c’era tutto il suo entusiasmo, che lo portò sempre ”a premere, spingere, sollecitare la macchina editoriale, favorito da una grande facilità di rapporti umani”, come ricorda Gian Arturo Ferrari, direttore generale della divisione libri Mondadori, il quale aggiunge: ”Intratteneva rapporti personali con i grandi autori, i grandi agenti, con ogni tipo di operatore, realizzando la fusione assoluta fra uomo ed editore, senza distinzione fra privato e pubblico” . Fu sempre, insomma, vicino al libro: anche quando arrivò ai vertici del management, continuò a ricevere gli scrittori a casa, a curare quei rapporti personali che gli consentirono di portare a Segrate autori che vanno da García Márquez a Giovanni Paolo II, senza dimenticare le collane economiche, per esempio il lancio di Harmony. L’editoria di alta cultura e le collane popolari fondevano due linee: quella ”colta” dello zio Alberto e quella a 360 gradi del nonno. [...] Certo, alcuni lo accusano di aver avallato con il suo nome l’ingresso a Segrate di un Berlusconi ancora lontano dalla politica. Altri diranno che, sempre per via di quel nome, ha dato continuità a una gloriosa linea editoriale. Per tutti citiamo Furio Colombo, ora direttore dell’’Unità”, che così ne commentava nel ’90 l’esclusione da Segrate con l’arrivo di Carlo De Benedetti: ”Finché è stato alla Mondadori, è stato per la casa editrice un punto di riferimento, un’ancora, un vero editore: una figura che purtroppo manca nella maggior parte dei gruppi editoriali”» (Cesare Medail, ”Corriere della Sera” 14/12/2002).