Varie, 13 dicembre 2002
RIVA
RIVA Emilio Milano 22 giugno 1926. Imprenditore. Nel settore dell’acciaio: la fondazione della Riva & C. risale al 1954. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare il quinto produttore europeo e il decimo mondiale. Fa parte del direttivo di Confindustria, del consiglio generale di Assonime e consigliere della Banca Popolare di Bergamo. «Nel 1954 fondava in Brianza, con il fratello Adriano, un’aziendina specializzata nel commercio di rottami ferrosi e nella lavorazione di prodotti siderurgici. Oggi, diploma di ragioniere e una laurea honoris causa in Ingegneria meccanica che gli ha conferito il Politecnico di Milano, è il primo produttore di acciaio in Italia, quinto in Europa e decimo nel mondo, con una produzione di oltre 15 milioni di tonnellate di acciaio, più di 25 mila dipendenti e un fatturato di quasi 5 miliardi di euro» (Gabriele Dossena, ”Corriere della Sera” 12/12/2002). «[...] ”Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale”. Fiero, e un po’ sprezzante, marca la linea di confine: «’I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano”. Magnanimo, concede: ”Bravi, a fare il loro mestiere. Non denigro”. Però, chiaro: ”Io sono diverso”. Uno così. Uno che i suoi stessi dipendenti definiscono ”un padrone vecchio stile” – e quasi sempre è un complimento – ma che a sentirsi chiamare in questo modo, ”padrone”, comunque s’offende: ”Attento alle parole. A me la parola padrone non piace. Non sono nemmeno padrone di un cane. Sono – spiega ad Antonio Calabrò nel più provocatorio dei venti colloqui di Intervista ai capitalisti (Rizzoli [...]) – un datore di lavoro”. Che si fa vanto di tre cose. Uno: ”Ho sempre aperto e comprato fabbriche e non ne ho mai chiusa una”. Due: ”Non so niente di lobby, di compromessi con la grande finanza, di salotti”. Tre: se ne infischia, appunto, del politically correct .Tanto da lanciarsi senza problemi in affermazioni tipo: ”Stimo molto le donne”, e ovviamente ”mi piacciono”, e ovviamente ”credo che spesso abbiano un’intelligenza superiore”, però altrettanto ovviamente ”in azienda non devono metter piede”. Per ”evitare conflitti”, dice. E la sentenza non si discute: ”Le mogli dei miei figli e dei miei nipoti non vengono mai qui in ufficio. E le mie due figlie si sono laureate, hanno scelto una loro attività, si sono sposate e vivono felici. La famiglia è unitissima. Ma l’azienda è un’altra cosa”. Da declinare al maschile. Poi, ”certo, se ci fosse un Riva cretino lo manderei via”. Spettro che però, giura il capostipite, mai si è materializzato [...]» (R. Po., ”Corriere della Sera” 15/1/2005).