Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  dicembre 12 Giovedì calendario

LEGROTTAGLIE Nicola

LEGROTTAGLIE Nicola Gioia del Colle (Bari) 20 ottobre 1976. Calciatore. Dal 2011/2012 al Catania. Ha giocato in serie A anche con Chievo, Bologna, Juventus, Siena, Milan • «Detto Truzzoman (con affetto, pare, dai suoi tifosi più giovani). Salito alla ribalta del calcio italiano in età non verdissima e grazie al gran campionato disputato nel miglior Chievo di Del Neri, il biondo difensore si presentò al raduno estivo della Juventus coi pantaloni alla pescatora rossi, gli infradito, i capelli biondo mechati tenuti da un cerchietto e un paio di occhiali improponibili. Nientedichè, pura eleganza calciatora. Fatto sta che mentre ai vecchi tifosi bianconeri vennero subito in mente (e con nostalgia) i tempi di Boniperti e del suo sabaudo barbiere, i più giovani non ci pensarono due volte a coniare il simpatico soprannome di cui sopra. Ma fu proprio quel giorno che Legrottaglie firmò un pochino della sua [...] condanna. [...] Disse quel giorno il nuovo stopper bianconero: “La Juve ha dimostrato di volere Legrottaglie, quindi Legrottaglie serve alla Juve”. E aggiunse: “Ricordatevi che Legrottaglie non ha paura di nessuno”. Forse neppure a Maradona si poteva perdonare il vezzo truzzo di parlare di sé in terza persona, figurarsi agli altri. Nato a Gioia del Colle e cresciuto a Mottola (Taranto), prima di indossare la maglia bianconera Legrottaglie ha calcato i campi di serie C e saggiato la durezza di parecchie panchine: le giovanili del Bari, la Pistoiese, il Prato, la Reggiana, il Modena e infine il Chievo. Forte di testa e un po’ meno coi piedi, stopper secondo la dizione antica, buono anche per i calci d’angolo in area avversaria, il difensore del Chievo è infine cascato con tutte le scarpe […] in quel tritatutto di vanità che si chiama calciomercato. Trapattoni l’aveva appena convocato in nazionale. Lo voleva il Milan e lui rivelò: “Sono sempre stato un tifoso del Milan”. Lo voleva anche la Roma e lui rilasciò furbe interviste-simpatia alle radio capitoline. Lo voleva poi la Juve, e se lo prese con la beffa: “Legrottaglie? È della Roma mi pare”, disse Moggi solo un’ora prima di annunciare la firma del contratto. […] Nella vita privata Legrottaglie è molto religioso e legge il Vangelo in cerca di conforto come tanti suoi colleghi brasiliani, tutte le sere prima di addormentarsi» (Alberto Piccinini, “il manifesto” 10/12/2003) • «Era un bambino Nicola quando andava al campo di calcio di Mottola, innamorato di quel pallone rincorso da papà Pietro, centravanti atipico. La sua prima società è stata l’Inter club Mottola, nel circolo dove papà era solito fare la partitina a carte con gli amici. A 12 anni fu tesserato dall’Altritalia e a 14 anni entrò nel Bari. Quanti sacrifici ha sopportato la sua famiglia, per portarlo ogni giorno da Mottola a Bari, 60 chilometri. Papà, capoturno all’Italsider, non poteva accompagnarlo sempre; chiedeva un passaggio al padre di Costantino Meteora, altro ragazzo di Mottola nel vivaio del Bari. Nelle giovanili biancorosse (vittoria al Viareggio, guidato da Lello Sciannimanico), Legrottaglie evidenziò qualità ma andamento lento. A 15 anni, guadagnò troppi centimetri in altezza e fece i conti con leve lunghe che lo frenavano nella corsa. Giocava a centrocampo, nella mente l’eleganza del suo idolo Redondo e la paura di passare per esibizionista, per la voglia di tentare sempre il colpo tecnico. Prima prestato, seguito quasi con indifferenza e infine abbandonato dal Bari, lo spilungone meditò addirittura di lasciare l’Italia, per cercare fortuna all’estero. S’illuse di andare a giocare in Germania, nel Colonia, però il sogno durò solo 10 giorni: giusto il tempo per capire che il club tedesco aveva intenzione di utilizzarlo nel torneo Under 23. Andò in C1, in Toscana, a Pistoia e Prato. La svolta sancita da Enrico Catuzzi, che lo trasformò in difensore centrale, poi l’attenzione del Chievo: per due anni, però, a Verona quasi piangeva, chiuso nella morsa di titolari irraggiungibili come D’Anna e D’Angelo. Telefonava al “direttore” Regalia, lo supplicava di trovargli una sistemazione che gli consentisse di giocare con continuità. A Reggio Emilia, pur soffrendo per un fastidioso infortunio, e a Modena tirò fuori il carattere e, tornato al Chievo, cominciò a scrivere la sua favola. A Verona si è legato alla famiglia Scala, Maurizio ed Elena, originari di Napoli, che l’hanno trattato come uno di casa» (Giuseppe Calvi, "Gazzetta dello Sport" 19/6/2003) • «[…] rischiava di vedere svaporato per sempre il suo sogno, iniziato nelle giovanili nel Bari che al momento buono lo scaricò senza complimenti, continuato con un paio di round in C e poi con il Chievo: che […] a quel tempo non ci credeva più di tanto. Dopo averlo fatto esordire in B, nel febbraio del 2000 lo prestò alla Reggiana, in C1. Lui fece quattro partite e poi crac: tendinopatia al ginocchio destro, stagione finita e un futuro pieno di nuvole nere. Gli vengono ancora i brividi a pensarci. “A Reggio non volevano confermarmi, il Chievo non aveva intenzione di riprendermi, non mi voleva più nessuno. Ho passato momenti bruttissimi”. E siccome le strane carriere hanno una loro coerenza, è un massaggiatore, Pizzarotti della Reggiana. Il Modena lo conosce e gli chiede notizie di Legrottaglie. Lui convince tutti con poche parole: “È completamente guarito ed è bravo. Prendetelo a occhi chiusi”. Il Chievo è ben contento di prestarlo. E lui di giocarsi l’ultima chance. la gioca bene: 32 gare, 1 gol e promozione in B. Il resto è storia recente: le entusiasmanti cavalcate col Chievo e l’azzurro, condite da un gol di razza contro la Svizzera. […] Da pacchetto postale del pallone, senza ricevuta di ritorno, a difensore con uno dei più alti rendimenti della A. Sorride quando ricorda il giorno dopo Italia-Svizzera. “Ho contato i messaggi arrivati sul telefonino: 87. Parecchi di gente di cui non avevo notizie da tempo. Fanno comunque piacere anche quelle attenzioni, è il gioco, bisogna accettarlo. […] Persino al mio Paese, amici compresi , c’era gente che non credeva in me, che pensava che fossi al massimo un giocatore da C. L’unico che non ha mai smesso di crederci ero io”. La consapevolezza di sé è il primo motivo che indica per la sua crescita improvvisa. Il secondo è “la fede in Dio. Sono molto religioso, prego e sento che qualcuno lassù mi sta dando una mano”. Il terzo è il “Chievo, che mi ha dato l’opportunità di mettermi in mostra ad alti livelli. E poi il modo di giocare di Del Neri aiuta tutti igiocatori. Con lui siamo diventati bravi in tanti […] Non mi sento inferiore a nessuno. Magari ho qualche difetto, ma forse ho anche qualche dote in più. So che devo migliorare, soprattutto in esperienza. Ma so che ho margini per diventare più bravo. […] Il Bari mi ha praticamente regalato. Visto come è andata, forse è stata una fortuna. Fascetti non mi vedeva, ma la colpa è più della società. Non ce l’ho con lui, doveva salvarsi e puntava su gente esperta”» (Fabio Bianchi, “La Gazzetta dello Sport” 5/5/2003) • «“Avevo 7 anni, avevo in testa solo il pallone e tifavo Juve. Mi servivano le scarpe coi tacchetti intercambiabili. Mio padre Pietro, sfegatato tifoso rossonero, mi disse: ‘Te le regalo se diventi milanista’. Non credo di averci pensato molto prima di dire sì”. […] È sempre stato un tipo determinato. Aveva un obiettivo, era disposto a passare sopra a parecchie cose per raggiungerlo, persino a piccoli tradimenti verso se stesso. Da bambino fu il tifo, da grande il ruolo. “Avevo un idolo, Redondo, il massimo per chi giocava centrocampista davanti alla difesa, come me. Quando nel ’96 mi prendono alla Pistoiese, in C1, c’è Catuzzi. Mi dice: ‘Se vuoi arrivare ad alti livelli, devi fare un passo indietro’. Non ero affatto convinto: non avevo mai marcato nessuno, io impostavo e lanciavo. Alla prima gara di campionato, per necessità, devo giocare difensore centrale. Sono il migliore in campo. Quando esco dagli spogliatoi sono più convinto. Devo ringraziarlo, Catuzzi, bravissimo a livello tattico, soprattutto negli schemi difensivi. […] Sono un difensore al quale piace manovrare, uscire palla al piede, segnare. Se il mio idolo era Redondo, quando ho cambiato ruolo guardavo a Blanc, un po’ gli somiglio. Tante volte qualcuno mi sgrida perché tengo troppo palla”» (Fabio Bianchi, “La Gazzetta dello Sport” 11/12/2002) • «[…] le ciabatte infradito, i bermudoni, la maglietta a maniche corte […] Quella volta, a Torino, gliene dissero invece di tutti i colori. Una per ogni riga dei suoi pantaloni che più estivi non si poteva: “Ero al mare, non avevo un vestito con me, la Juventus mi chiamò per la presentazione, mi misi addosso quello che avevo e volai alla Sisport. Per quell’abbigliamento, per quegli occhiali da sole, i giornalisti e i tifosi hanno iniziato ad avercela con me fin dal primo minuto”. “[…] Del Chievo ricorderò sempre Del Neri, un super allenatore a cui devo molto. Resta nel mio cuore anche il presidente Campedelli: dopo il primo gol in Nazionale, la prima telefonata è stata tutta per lui. Non la scorderò mai. La Juventus, invece, è la squadra con cui mi sono tolto una soddisfazione in particolare: vincere la Supercoppa a New York, occasione in cui sono stato fondamentale. Senza dimenticare la musichetta della Champions League […] Era il mio sogno proibito, ascoltarla dal campo […] I tifosi della Juventus hanno un concetto sbagliato di me, li farò ricredere. Spesso mi hanno beccato, io ho perso tranquillità iniziando a commettere errori, mi hanno toccato nel profondo. Sì, mi è dispiaciuto, l’ho vissuta male. Per via di quell’abbigliamento del primo giorno sono stato dipinto come un pagliaccio, e siccome il calcio è visto da tutti, un pagliaccio lo sono sembrato per davvero. Il fatto è che non lo sono. Ci sono state anche incomprensioni con la curva, ma con gli ultras alla fine l’ho messa a posto”. […]» (a. alc., “La Stampa” 14/3/2005).