varie, 12 dicembre 2002
AMATI1
AMATI Daniele Roma 11 agosto 1931. Fisico. «Un fisico che ha cominciato la carriera a Roma, l’ha proseguita al Cern di Ginevra, dove è stato responsabile della Disione teorica, per poi diventare direttore della Sissa di Trieste, la prestigiosa istituzione internazionale di istruzione e ricerca, dove si coltivano studi interdisciplinari, tra fisica e biologia. Tra i suoi meriti scientifici c’è il contributo alla ”teoria delle stringhe” che ha quale scopo l’attesa unificazione delle forze che governano l’Universo. […]«C’è un promemoria dell’Accademia delle Scienze dell’URSS redatto dal Prof. A. V. Topciev il 7 settembre 1955, nel quale si dà il consenso ad invitare Vitale e me a visitare l’Istituto dei Problemi Fisici […] Eravamo allora, Vitale ed io, giovani fisici teorici dell’Università di Roma. Sotto la guida di Edoardo Amaldi, l’Istituto di Fisica aveva contribuito all’inserimento dell’Italia nel forte sviluppo della fisica fondamentale. Scambi e contatti internazionali erano usuali. L’Urss restava però un mondo a parte. Le pubblicazioni delle loro eccellenti scuole ci arrivavano e potevamo corrispondere con loro, ma gli scienziati non trapassavano la cortina di ferro, se non per pochissime defezioni. Fummo quindi sorpresi quando, su proposta di alcuni colleghi, ci arrivò l’invito dell’Accademia delle Scienze per andare in Urss in occasione di un viaggio a Varsavia che ci consentiva di attraversare la cortina per partecipare ad un popolare festival della gioventù. […] All’epoca il passaporto italiano non era valido per i paesi dell’Est e così pure il blocco sovietico imponeva visti e restrizioni all’ingresso, a meno che non ci fossero ragioni speciali per attraversare la cortina. Un festival della gioventù era una di queste occasioni e ne approfittammo. In Urss fummo invitati a visitare tutti gli Istituti dell’Accademia delle Scienze dove erano attivi gruppi di fisici teorici delle particelle elementari. In ognuno di essi tenemmo un seminario sull’analisi teorica del processo di annichilazione di antiprotoni. Il nostro lavoro, in seguito pubblicato sul Nuovo Cimento (1955), era stato stimolato dalla prima evidenza di antiprotoni trovata dal gruppo di Amaldi in emulsione esposta a radiazione cosmica, la cui conferma, pochi mesi dopo grazie ai primi antiprotoni ottenuti in laboratorio al Sincrotrone di Berkeley, valse il Nobel a Segrè e Chamberlain. Ricordo anche l’impressione che fece a me, che avevo solo 24 anni, parlare di fronte a prestigiosi fisici teorici seduti lungo le pareti dell’aula dei seminari: primo tra essi Lev Landau, figura prestigiosa e notoria per il suo pungente spirito critico. L’ambiente inizialmente assai freddo, andò man mano riscaldandosi. Il seminario durò 34 ore. L’esperienza si ripeté nei seminari presso altri istituti dell’Accademia (il Lebedev e l’Istituto di Fisica Sperimentale e Teorica a Mosca oltre Dubna e Leningrado) dove avemmo l’occasione di conoscere fisici di grande prestigio (Tamm, Lifshitz, Pontecorvo, Alikhanov) e altri più giovani che sarebbero diventati poi prestigiosi colleghi (Pomeranchuk, Ter Martyrosian, Gribov, Okun e tanti altri). Il fatto che i nostri risultati fossero considerati ”preziosi e inediti”, secondo il documento del Ccdc, mi riempie d’orgoglio, mitigato ahimè dalla convinzione che si sia trattato di una tipica esagerazione di un burocrate addetto alla stesura della relazione sulla nostra visita. Non ricordo di aver conosciuto A.V. Topciev; penso che si trattasse di un dirigente responsabile della politica scientifica dell’Accademia. Un fatto paradossale è che allora gli uomini di scienza sovietici, e in particolare i fisici, erano perlopiù anticomunisti, guardavano alla libertà di cui godevamo noialtri in Occidente come a un mito e ci consideravano, noi della sinistra europea, degli illusi. Il socialismo che loro sperimentavano in patria era quello della libertà condizionata, del segreto di Stato. Non ho idea di quanto il potente ideologo Suslov, menzionato dal documento del Ccdc, abbia a che vedere con tutto questo, ma dal 1955 la politica dell’Urss riguardo alle relazioni scientifiche con l’Ovest cambiò radicalmente. A pensarci, Vitale ed io fummo probabilmente i primi fisici italiani ad andarci. Dopo di noi, tanti altri scienziati europei e americani furono invitati in Urss e si ristabilì con una battuta d’arresto nel 1956 per la rivoluzione in Ungheria quel contatto scientifico che è così comune nell’ambiente accademico. Un contatto ancora a senso unico, in quanto si dovette aspettare fino all’inizio degli anni ”60 per vedere da noi, di tanto in tanto, i veri scienziati sovietici e non solo i responsabili politicoscientifici (si pensi a Bruno Pontecorvo che ricomparve in Occidente non prima che fosse trascorsa una quindicina d’anni dalla sua migrazione in Urss). Merita ricordare l’atmosfera di quegli anni, quando la tensione della guerra fredda giustificava l’onnipotenza di una burocrazia ottusa che, da una parte come dall’altra, scovava il nemico sotto ogni mattonella. E bisogna ricordare il ruolo avuto dalla comunità scientifica nel mantenere quel canale di comunicazione che permise in seguito di ritessere contatti e ristabilire quel minimo di fiducia che contribuì poi a porre termine alla guerra fredda. Nel diminuire la pressione sul grilletto atomico ha certo avuto un ruolo determinante la presa di posizione di Einstein e degli scienziati di Pugwash. Ma ebbe anche importanza la miriade di piccoli contatti che generarono il rispetto per una comune etica scientifica e permisero di costituire un’intelaiatura di reciproca fiducia, indenne dagli anatemi che nell’opinione corrente tendevano a demonizzare l’avversario, da una parte e dall’altra» (’la Repubblica”, 21/6/2001).