Damiano Fedeli, "Corriere della Sera" 29/11/2002 pagina 35., 29 novembre 2002
Rab Hatfield, docente alla sede fiorentina della Syracuse University di New York, ha scoperto tra i libri contabili dell’Archivio di Stato della città due conti correnti intestati a «messer Michelagnolo Bonarotj»
Rab Hatfield, docente alla sede fiorentina della Syracuse University di New York, ha scoperto tra i libri contabili dell’Archivio di Stato della città due conti correnti intestati a «messer Michelagnolo Bonarotj». Partendo da lì, lo studioso ha ricostruito l’ammontare dell’intero patrimonio di Michelangelo, scoprendo che in realtà l’artista era uno dei più ricchi dell’epoca, «almeno cinque volte più di Leonardo, Tiziano o Raffaello». In alcune lettere Buonarroti parlava di un deposito all’ospedale di Santa Maria Nuova (dal 1505 al 1515) e di un altro alla compagnia bancaria Balducci di Roma (dal 1497 al 1516). Tra le operazioni, pagamenti per le sue opere (Giulio II il più generoso), spese per il marmo o per il vino. Hatfield ha spiegato che «quando poi ritirò tutti i soldi li passò a un giovane banchiere di cui si era innamorato, Pierfrancesco Borgherini. Una somma consistente, circa 9 mila fiorini». Se si aggiungono i beni immobiliari (fattorie, terreni, case nel centro e fuori Firenze), si arriva a un patrimonio di 50 mila fiorini. Il valore attuale di un fiorino va da un minimo di 37,50 dollari a un massimo di oltre 1.000: vale a dire quasi 50 milioni di dollari. Che però Michelangelo non potè godersi: «Per il suo carattere sospettoso, quasi paranoico, visse sempre da misero».