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 2002  dicembre 09 Lunedì calendario

Caponnetto Antonino

• . Nato a Caltanissetta il 5 settembre 1920, morto a Firenze il 6 dicembre 2002. Magistrato. Capo del Pool Antimafia di cui facevano parte Falcone e Borsellino. «La prima notte a Palermo non riuscì a dormire nemmeno con il sonnifero. Era inquieto, si rigirava nel lettino di quella piccola stanza che sarebbe diventata per quattro anni la sua prigione, afferrò sul comodino le Confessioni di Sant’Agostino e all´alba finalmente si appisolò. Racconterà molto tempo dopo: ”E come avrei potuto mai prendere sonno?, ero tormentato dal dubbio se sarei stato capace di infondere coraggio ai miei giovani colleghi dopo quella strage...”. La mafia aveva sventrato un quartiere della città nuova con un’autobomba, attentato ”alla libanese” per fermare il consigliere istruttore Rocco Chinnici che stava indagando sugli intoccabili cugini Salvo. Lui era venuto a Palermo su sua domanda, voleva proseguire quelle inchieste sugli esattori di Salemi per onorare la memoria del magistrato ucciso. Siciliano di Caltanissetta, non aveva mai fatto il giudice nella sua isola. Ci sbarcò nella stagione più difficile. Era il 10 novembre del 1983. I Corleonesi sparavano a tutti e Tommaso Buscetta stava cominciando a parlare. Era un galantuomo. Mite, gentile, colto, timidissimo, all’apparenza anche fragile. Ma dentro era un combattente, coraggioso e saggio. La sua voce era leggera, i suoi modi garbati, la sua schiena dritta. In Tribunale lo videro infuriato solo una volta, fu quando quelli della Procura fecero un pasticcio con le richieste di rinvio a giudizio del maxi processo. Tanto lavoro sprecato per la pigrizia di qualcuno o forse anche per la malafede di qualcun altro. Ma fu solo uno scatto di nervi, l’unico fino al giorno che con le lacrime agli occhi se ne andò da Palermo. Era il 15 marzo del 1988. Lasciò quei suoi ”ragazzi” ancora sepolti nel buio del bunker. Erano prima in quattro. Poi diventarono sette. C’era Leonardo Guarnotta e c’era Gioacchino Natoli, c’erano Giacomino Conte e Ignazio De Francisci e Peppino Di Lello, c’erano soprattutto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il vecchio capo li adorava quei due. Con loro aveva cominciato a fare indagini come non se n’erano mai fatte prima. Tutti insieme avevano scoperto per la prima volta agli occhi del mondo l’organizzazione chiamata Cosa Nostra. C’era una Palermo che tremava e che odiava quelli là chiusi nel bunker. Era il pool, il primo pool antimafia della storia giudiziaria italiana. La stanza aveva anche uno studiolo ed era alla fine di un lungo corridoio. La finestra dava su un cortile, pochi alberi e tante auto blindate. La casa del nuovo consigliere istruttore del Tribunale di Palermo era una caserma della Guardia di Finanza. Lì dentro trascorse anche il suo primo Natale siciliano. Rispose al giornalista Saverio Lodato nel libro confessione (I miei giorni a Palermo) dopo le stragi del 1992: ”Lei mi chiede del mio rapporto con quella città? Io non potevo avere rapporti con una città in cui percorrevo soltanto un breve tratto di strada in un’auto blindata... scendendo a Palazzo di giustizia e poi tornando in caserma”. Così ogni giorno. Sempre una strada diversa però. O dal mare o da piazza Massimo o dal Borgo Vecchio, ecco la Palermo vissuta dal magistrato che aveva preso il posto di Chinnici e che voleva sempre accanto a sé Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al Palazzo cominciarono a circolare le solite voci sul nuovo arrivato. ”Ci resterà poco”, dicevano certi avvocati. ”E’ di transito, prima o poi metteranno un altro”, aggiungevano altri sperando che qualche altra eccellentissima toga si impossessasse di quel delicatissimo ufficio istruzione dove passava ogni indagine di mafia. Le voci diventarono sempre più perfide mano a mano che continuava a far lavorare quei due su banche e imprese, su assegni e società che portavano a insospettabili. ”E’ proprio nelle mani di quei due”, sputavano veleno due o tre Principi del Foro che cominciavano a sentire odore di guai per mezza Palermo. Il magistrato che veniva dal Nord, e che praticamente aveva amministrato giustizia fino a quel momento solo in Toscana - primo incarico nel ’54, pretore a Pistoia; poi tredici anni alla Procura della Repubblica di Firenze (con Vigna indagò anche sulle cause dell’alluvione che sommerse la città nel novembre ’66); dal 1971 al 1976 al Tribunale di Livorno; giudice di sorveglianza ancora a Firenze; nel 1979 alla Procura generale fiorentina - completò il lavoro che era stato iniziato da Rocco Chinnici e lo concluse con la monumentale sentenza ordinanza contro ”Abbate Giovanni + 471”, tutti gli imputati del primo grande processo a Cosa nostra siciliana. Il pool antimafia era ufficialmente nato. Lì, dentro il bunker di quell’edificio di marmi grigi che presto sarebbe diventato il Palazzo dei veleni e dei corvi. Il gruppo dei giudici istruttori era blindato, la Procura quasi al completo faceva - rarissime le eccezioni, una ad esempio era il sostituto Giuseppe Ayala - buon viso a cattivo gioco difronte al terremoto che stavano provocando quella mezza dozzina di loro colleghi giù nel bunker. Prima si pentì don Masino, poi arrivò Totuccio Contorno. Furono i mesi e gli anni delle grandi retate, centinaia di boss rinchiusi all’Ucciardone, le prime vere ricerche dei latitanti che fino ad allora si nascondevano sempre e solo a casa loro. E furono mesi e anni di morti. Caddero anche due poliziotti molto speciali, Beppe Montana e Ninni Cassarà. Avevano inziato loro (con il capitano dei carabinieri Angiolo Pellegrini) l’inchiesta su Michele Greco e su altri duecento mafiosi che poi finirono tutti imputati nel maxi processo, prima uccisero Montana e pochi giorni dopo Cassarà. Ma fu anche in quel periodo che partirono i primi attacchi all’antimafia, fu in quel periodo che la politica cominciò a occuparsi sempre di più di quei giudici che stavano svelando i misteri siciliani, che si parlò per la prima volta nell’Italia del dopoguerra di una ”questione giustizia”. Le polemiche furono roventi, ci fu anche quella - era l’inizio del 1986 - lanciata da Leonardo Sciascia su I professionisti dell’antimafia. Lui conobbe lo scrittore di Racalmuto, glielo presentò un giorno Falcone. Quando l’articolo di Sciascia fu pubblicato dentro e fuori il Palazzo di giustizia di Palermo si scatenò l’inferno, la battaglia tra giudici si concluse ufficialmente solo il 23 maggio 1992 quando Falcone fu ucciso. Ricordò una volta: ”Quella mattina che Sciascia scrisse la sua riflessione sul ’Corriere della Sera’ Giovanni si lasciò sfuggire... ´ci mancava solo questo´.... Borsellino che era citato nell’articolo di Sciascia era invece furibondo...”. Lasciò Palermo con il cuore in gola. E con la paura che il ”suo” pool fosse oramai al tramonto. Troppe invidie, troppi tradimenti. Falcone non era diventato il nuovo consigliere istruttore, il Csm gli aveva preferito Antonino Meli. Giorni incandescenti in Sicilia. Borsellino rilasciò a ”Repubblica” e all’’Unità” una clamorosa intervista dove denunciava ”la fine della lotta alla mafia”, nuovi equilibri si stavano delineando in un Palazzo dove Falcone e Borsellino erano sempre più isolati. Se ne andò così il siciliano dolce di Caltanissetta che non aveva mai fatto prima il magistrato nella sua isola. Ci tornò due volte. Tra la fine della primavera e l’inizio dell´estate del 1992. Dalla tivù seppe dell’attentato di Capaci. Telefonò subito a Paolo Borsellino che gli disse: ”Giovanni è morto un minuto fa tra le mie braccia”. Andò a quei funerali solenni e funerali di popolo, se ne tornò devastato nella sua Firenze. Ridiscese giù neanche due mesi dopo. Gli avevano ucciso anche Paolo. Sempre più pallido e sempre più curvo diede nella chiesa di Santa Luisa di Marillac l’ultimo saluto a quella Sicilia che aveva tanto amato. E uscendo dalla parrocchia, tra la folla che lo spingeva e le corone di fiori che rotolavano a terra, si lasciò sfuggire con la sua voce leggera: ”E’ finita, è finita...”» (Attilio Bolzoni, ”la Repubblica” 7/12/2002). «Una figura esile, una fragilità apparente che non rendeva giustizia ad una volontà incrollabile sostenuta da grande tensione morale, senso dello Stato e ostinata coerenza. Saranno doti, queste, considerate fuori moda, ma lui non conosceva altro modo per essere in pace con se stesso e con la propria coscienza. Il ”consigliere”, così lo chiamavano i ”ragazzi” del pool antimafia di Palermo, era uomo all’antica e perciò continuavano ad avere peso, per lui, parole come ”senso del dovere” oppure ”osservanza delle leggi”. Anche per questo, dunque, non esitò a mettersi in discussione quando la mafia inaugurò la stagione della ”guerra totale”, azzerando i vertici istituzionali della Sicilia. E’ ancora indelebile il ricordo di via Pipitone Federico ridotta, come Beirut, ad ammasso di rottami e calcinacci e il corpo del consigliere istruttore Rocco Chinnici dilaniato e i carabinieri della scorta disintegrati e il povero portinaio falciato dall’onda d’urto troppo potente per poter risparmiare un uomo colpevole solo di stare vicino all’obiettivo di Cosa nostra. Era il 1983 e lui, magistrato di origine siciliana, lavorava a Firenze, alla Procura generale. Poteva, come tanti altri, restare vicino alla sua famiglia, nella città che aveva cambiato le sue abitudini. Ma non aveva mitigato quella che chiamava ”la forza della sicilianità”. Sentì come un richiamo che veniva innanzitutto dalla coscienza, oltre che dal sangue. Guardò le immagini dei tg e si indignò, come l’Italia intera. Ma poi, a differenza di tante esecrazioni parolaie, diede seguito coi fatti e presentò immediatamente la domanda per prendere il posto di Rocco Chinnici. Lo fece ”senza neppure parlarne con mia moglie”, racconterà a Saverio Lodato [...] Partì come un soldato che va al fronte, spinto soltanto dal desiderio di ”fare qualcosa che potesse essere utile alla terra in cui sono nato”. Ha dell’incredibile, ancor oggi, la sua designazione a Palermo: un ”accidente” (non aveva anzianità nè particolare propensione alle indagini antimafia) che si rivelerà miracoloso per la formidabile spinta offerta ad un gruppo di magistrati che - con pochi mezzi e molto entusiasmo - riusciranno a mettere in piedi il primo maxiprocesso a Cosa nostra. Un evento storico, reso possibile anche dalla straordinaria disponibilità di un ”capo”, come lui, che ubbidiva solo alla necessità di stravolgere una metodologia fino a quel momento buona solo a produrre assoluzioni per insufficienza di prove. Così nacque il pool antimafia: Caponnetto, Falcone, Borsellino, Di Lello e Guarnotta. Già, il pool: croce e delizia, orgoglio dei magistrati palermitani ma anche inesauribile fonte di critiche, divisioni e polemiche. Non all’inizio, però, quando la ”squadra” (mutuata, con una trovata tecnico-giuridica, dal modello che qualche anno prima aveva messo in ginocchio il terrorismo) andava come il vento. Chissà se, senza lui, Falcone e gli altri sarebbero mai riusciti ad incastrare i cugini Ignazio e Nino Salvo, o Vito Ciancimino, che allora apparivano più forti del mito di Sindona. Un amico, quasi un padre, per quei giudici costretti a vivere in un buco blindato. Un padre che dava l’esempio, visto che la sua vita si ridusse ad una spola tra l’ufficio e una stanza francescana dentro la caserma della Guardia di Finanza di via Cavour. Lì avrebbe trascorso anche Natale e Capodanno. Nessuno lo ha mai visto al bar, nessuna partecipazione mondana, nessuna frequentazione salottiera. Una festa sola, ricordata come la più bella: il matrimonio di Giovanni Falcone con Francesca Morvillo. Lui testimone dello sposo, felice di vedere, per una volta, Giovanni disteso e senza scorta. E poi il tramonto del pool. Il Palazzo aveva già usato la carta dell’ironia, sulla sua ”fiorentinità”: ”Già - era la battuta che girava -, ci voleva proprio un fiorentino per sconfiggere la mafia”. Ma lui non li ascoltava neppure, stava barricato nel bunker e proteggeva tutti dalle pressioni esterne, accollandosi ogni onere per lasciare integre le risorse dei ”ragazzi”. E quando decide di andar via per tornare alla vita normale, lo fa solo perchè ritiene naturale che a succedergli sia Giovanni Falcone. Non sarà così: gli succederà un onesto magistrato poco adatto alla gestione di una ”guerra” che non era più quella degli Anni Sessanta. Da amico, gli toccherà di confortare la delusione di Falcone. Sarà testimone dei ”tradimenti” dei colleghi di Giovanni: ”Conservo ancora il biglietto coi nomi dei colleghi che al Csm negarono a Falcone il voto per portarlo all’ufficio istruzione di Palermo”. Non si è nascosto (è stato anche commentatore de ”La Stampa”) , quando si è trattato di condannare l’ipocrisia e la doppiezza di tanti ”presunti amici di Falcone”. Ha parlato chiaro, come quando spiegò la ritrosia di Buscetta a parlare dei politici con la motivazione che ”non ci si poteva fidare di quello Stato”. Ha continuato a lottare anche dopo, da privato cittadino, con l’impegno politico: prima l’adesione alla ”Rete” di Leoluca Orlando, poi il contatto continuo coi giovani di tutta Italia, le peregrinazioni senza risparmiarsi, malgrado gli acciacchi, perchè l’intero paese conoscesse cos’era stata la vita e la morte di tanti eroi ”caduti per l’affermazione della legalità”. Lui non lo ha mai detto, ma chissà se questa volontà frenetica di comunicare, questa ansia di lotta non sia figlia di quel piccolo cedimento che, il 29 luglio del `92, all’indomani della strage Borsellino, lo aveva portato quasi ad arrendersi e a confessare davanti alle telecamere: ”E’ finita, è tutto finito”. Si pentì di quella frase, gli sembrava ingiusta nei confronti dei giovani. E a loro si è sempre rivolto, incitandoli a non arrendersi, ad accettare anche la sfida politica, perchè ovunque ”c’è una parte sana che non vuole essere invischiata in trame sottili di potere e che auspica sinceramente il rinnovamento”» (Francesco La Licata, ”La Stampa” 7/12/2002).