Varie, 6 dicembre 2002
PELASCHIER
PELASCHIER Mauro Monfalcone 29 aprile 1949. Velista. figlio d’arte visto che papà Adelchi e lo zio Annibale (originari di Pola, ma nati a Monfalcone) hanno partecipato a Mondiali e Olimpiadi sui Finn e sui Dragoni. Ha cominciato ad andar per mare con la Società velica Oscar Cosulich e in pochi anni ha dimostrato il suo valore. Ha vinto 9 titoli italiani con i Finn e ha partecipato a 3 edizioni dei Giochi Olimpici nella stessa classe, una come riserva e due come titolare: Città del Messico ’68 (dove era riserva), Kiel (Monaco) ’72, Kingston ( Montreal) ’76, dove ha ottenuto il miglior risultato: un 9 ? posto. Ha partecipato a due campagne di coppa America con Azzurra (’83 e ’87, nel ruolo di timoniere) e a un giro del mondo in equipaggio. Tuttora è uno dei timonieri italiani più in vista nelle regate d’altura. Agli inizi della carriera fu lo skipper di uno dei Brava di Pasquale Landolfi. «Sono passati vent’anni da quando l’Italia, per la prima volta, sfidò il mondo della coppa America. Azzurra, Cino Ricci, Mauro Pelaschier, Dennis Conner, Liberty... I ricordi affiorano. ”Era un momento di passaggio profondo per tutti noi che eravamo coinvolti in quel progetto, la vita stava cambiando. La vela diventava anche un lavoro, il sogno che avevamo a lungo coltivato si realizzava. Non più la famiglia o la Federazione come sponsor delle campagne e neppure un armatore che si faceva carico di tutto. Qui c’era un sindacato e un mondo completamente diverso da quello a cui eravamo abituati”. Ha lo stesso aspetto di allora, solo la barba (più bianca) è curata e meno folta di quella che sfoggiava in Rhode Island. ”La sfida di Azzurra, oltre a tutto quello che si è detto e al risultato che fu buono, fu importante perché affermava la validità della scuola italiana anche nei ruoli di responsabilità a bordo. Se fino a quel giorno, nelle regate d’altura, nei pozzetti spesso andavano gli stranieri, dopo Azzurra non fu più così. Si era aperta una strada che porta fino a Francesco de Angelis”, racconta ancora Mauro che nelle cronache dell’epoca veniva dipinto come il Vichingo o il Messner della vela. Salire su Azzurra cambiò un po’ la vita di tutti. ”Beh io avevo già fatto una carriera di cui sono molto orgoglioso, con tre Olimpiadi e tutto il resto, poi si aggiunse quell’esperienza e un aspetto che mi ha reso ( magari) più riconoscibile di altri”. Altri sono i ricordi che si accavallano come le pieghe di uno spinnaker appena ammainato, ma qualcuno è più nitido. ”Il giorno in cui Ricci mi disse che ero il timoniere titolare: la squadra era fatta, i ruoli, però, Cino non li diceva. Sapevo che sarei stato a bordo, ma ci tenevo ad avere il timone. Quella campagna era molto diversa da quelle di oggi o quelle che c’erano state prima: non c’era un armatore che voleva (giustamente) mettere becco nelle decisioni. Avevamo un pool di sponsor che finanziava l’impresa e Cino che faceva il selezionatore: come Bearzot ai Mondiali dell’82. [...] Quattro giorni prima di affrontare i francesi Ricci mi disse che ero il timoniere”. E l’esordio fu subito un successo. [...] Quella campagna finì bene, poi... ”In quella successiva dove con l’esperienza dovevamo fare il salto di qualità fu, invece, un disastro. Mi incolpai di un sacco di situazioni in cui non c’entravo nulla. E la spedizione in Australia finì con il bruciarmi l’entusiasmo per la coppa America. Dopo l’87 iniziai a focalizzarmi sull’Oceano, la sfida con il mare aperto, il giro del Mondo”» (Gian Luca Pasini, ”La Gazzetta dello Sport” 5/12/2002).