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 2002  novembre 29 Venerdì calendario

AGNELLI Susanna

AGNELLI Susanna Torino 24 aprile 1922, Roma 15 maggio 2009. Politico. Nel 1975 fu nominata sindaco di Porto Santo Stefano, nel 1976 fu eletta deputato (Pri), rieletta nel 1979, nel 1983 e nel 1987 è stata eletta senatore. Dal 1986 al 1991 è stata sottosegretario agli Esteri per i governi Craxi I e II, Goria, De Mita, Andreotti VI e VII. Ministro degli Esteri nel governo Dini. «Assomiglia molto a Gianni; alta, capelli grigi, sempre abbronzata, sguardo chiaro e ironico. Sono cresciuti insieme e vanno d’accordo. Tra i fratelli è lei quella che gode la maggior confidenza dell’Avvocato. Ha sei figli ed è divorziata dal conte Urbano Rattazzi. Come tutti gli Agnelli, aveva sposato un nobile [...] La chiamano Suni; è una donna coraggiosa che ha soprattutto un merito: la sincerità. Qualche volta, nelle interviste, può dire anche cose avventate: ma non è ipocrita o adulatrice, non fa calcoli. In quaranta giorni ha scritto un libro di ricordi, alcuni anche sgradevoli: Vestivamo alla marinara. Ha venduto 255.000 copie, è stato tradotto in altre lingue e ha vinto il premio Bancarella» (Enzo Biagi, Dizionario del Novecento, Rai Eri/Rcs 2001). «Mio nonno era, come tutti i membri, anche attuali, della famiglia Agnelli, totalmente maschilista, dunque non concepiva che una donna potesse fare qualcosa che non fosse l’infermiera o possibilmente la cuoca [...] Avevo quindici anni e misi in piedi con le mie amiche un doposcula per i ragazzi del quartiere dove vivevo, a Torino. Avevo ottenuto da mia madre un appartamento al piano-terra di casa nostra, in corso Oporto, e ogni giorno ci venivano cinquanta-sessanta ragazzini. Li aiutavamo a fare i compiti, gli davamo da mangiare, giocavamo con loro. Quello è stato il mio primo impegno, diciamo, nei confronti della comunità» (Alain Elkann, “Capital” n.7/1995). «Una sinteticità eloquente. Cito a caso: “Le donne sanno fare quasi tutto meglio degli uomini: è così evidente che non c’è bisogno di scalmanarsi tanto per dimostrarlo”. E ancora, nel 1992, quando sbatté la porta del Pri perché Giorgio La Malfa l’aveva esclusa dal Consiglio nazionale del partito senza neppure dirglielo: “La buona educazione costa poco e rende molto” [...] È una signora che si è buttata in politica a cinquant’anni, che una volta ha gettato la spugna per protesta: quando era sindaco di Monte Argentario [...] “Siamo stati educati in maniera molto severa, con un grande senso della disciplina. A nessuno di noi è mai stato concesso di non andare a scuola perché quel giorno non stava bene. Siamo sempre andati a piedi e mai accompagnati da un autista, portando la cartella come tutti gli altri, anche quando c’era la neve [...] Non ricordo la mia prima macchina e nemmeno quando l’ho avuta. Mio nonno aveva l’abitudine di regalarci un’auto per il diciottesimo compleanno. Però i diciott’anni io li ho compiuti durante la guerra, allora mi regalarono un cavallo, che a me piacque moltissimo”» (Annamaria Guadagni, “liberal”18/11/1999). «Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli uscì all’inizio del 1975 pubblicato da Mondadori. In copertina c’era una bellissima “Marina con cabine” in toni azzurri e sabbia dipinta da Carlo Carrà nel 1927. In anticipo sul suo notevole successo, fu subito un “caso” editoriale: la prima Agnelli che raccontava di sé e dei suoi, la prima volta che l’indiscrezione della memoria rivelava l’intimità di una delle grandi famiglie della ricchezza e del potere italiani. Edito contemporaneamente in Italia, Stati Uniti, Francia e Inghilterra, il libro è una singolare autobiografia di Susanna Agnelli, carattere femminile orgoglioso, attivo e franco, capace di assolvere a molti importanti incarichi politici e amministrativi, madre di sei figli, divorziata da Urbano Rattazzi, nipote del fondatore e sorella dell’allora presidente della Fiat. Spiegava l’autrice: “L’editore inglese mi aveva detto: descrivi gli anni del fascismo. Si dà il caso che io sia nata nel 1922, l’anno in cui il fascismo andò al potere in Italia, e che mi sia sposata nel 1945, l’anno in cui il fascismo fu debellato: così ho scritto di quel periodo della nostra vita”. Aveva scritto in inglese, e anche lo stile della successiva traduzione italiana ne risultava asciugato, impassibile, fattuale: “E’ stata una scelta, quella di non indulgere alla psicologia, di descrivere fatti e sensazioni piuttosto che sentimenti”. L’avvocato Gianni Agnelli, suo fratello, non la capiva: “Non era affatto contento che avessi scritto e che volessi pubblicare questo libro. Se mi avesse chiesto: ‘Ti prego, non lo fare’, avrei ubbidito. Invece ha letto il libro, ha consentito all’edizione inglese e poi anche a quella italiana”. L’autrice considerava il libro pure una curiosa specie di espiazione (“Quando hai avuto dei privilegi, li devi pagare”), ma: “Una delle ragioni che mi hanno indotto a scriverlo è che tutto quanto era stato raccontato su mio nonno mi sembrava darne un ritratto disumano, impreciso, noioso, tanto diverso dai miei ricordi” In Vestivamo alla marinara il senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, è il nonno potente e prepotente che, ottenuta la patria potestà sui sette nipoti rimasti orfani, tenta di sottrarli alla madre che disapprovava: facendo intervenire la polizia a prelevare dal treno i bambini in fuga con la mamma, facendoli portare via dalla casa materna di Roma “in quattro automobili nere”, arrendendosi alla fine soltanto alla forza appassionata del loro amore filiale. E’ il personaggio che, se il marito della nipote Clara, principe Tassilo Fürstenberg, desidera avere una sistemazione alla Fiat, replica: “A l’è ’n prinssi? Ca fassa el prinssi!”, è un principe? Faccia il principe. E’ il vecchio che, estromesso dalla Fiat dopo la Liberazione, si fa accompagnare sotto le finestre di Mirafiori a borbottare: “Pensè che l’hai fala mi, tuta!”, e pensare che l’ho fatta io. Susanna Agnelli lo ricorda come “l’uomo durissimo che era, magari capace di tutto: ma un essere umano, abbastanza originale come tipo”. Il nonno terribile e la madre amatissima dominano le memorie dell’infanzia, di quando “vestivamo sempre alla marinara: blu d’inverno, bianca e blu a mezza stagione, bianca in estate”. “Don’t forget you are an Agnelli”, non dimenticare d’essere un Agnelli, è il dominante monito dell’istitutrice inglese, ripetuto in ogni occasione: quando viene a pranzo il principe di Piemonte, padrino di battesimo di Umberto; quando Gianni viene rimandato a ottobre in condotta per la sua insolenza; quando i ragazzi vengono sorpresi a bere succo di ananas e champagne alle nove del mattino o a sputare sui passanti dal balcone della biblioteca; quando si sfrenano in vacanza al Forte dei Marmi. Diversamente dalle sorelle, convinte di aver avuto un’infanzia atroce, Susanna Agnelli ricorda d’essere stata felice. Le appaiono indimenticabili i personaggi conosciuti allora: Malaparte, amico di sua madre, apparso un giorno sulla spiaggia del Forte “coperto dalla testa ai piedi di un olio luccicante, e con le ascelle rasate”; il ragazzo collerico e zoppicante che era Moravia; Galeazzo Ciano, “l’immagine mondana del potere, e Dio sa che non era un uomo attraente”. Del fascismo, il libro evoca dettagli: l’entusiasmo dell’autrice, “piccola italiana molto brava”, per la quale le adunate costituivano un’occasione inconsueta di libertà; suo padre in nera divisa d’orbace, che si guarda nello specchio e scoppia a ridere; sua madre molto fiera della tessera di circolazione gratuita sui tram offertale dal partito fascista dopo la nascita del settimo figlio (“era raggiante, anche se mai aveva preso un tram e mai l’avrebbe preso”); i tre ministri che presentarono una legge speciale soltanto per consentire a lei di dare certi esami. La guerra cancellò serenità, abitudini e personaggi, portò Susanna Agnelli (“Suni”, come tutti la chiamavano e avrebbero continuato a chiamarla), come giovanissima infermiera della Croce Rossa, sulle navi-ospedale o in corsia, a curare anche i prigionieri inglesi che la soprannominavano Miss Fiat. In casa di sua madre a Roma si rifugiava il generale Carboni nello smarrimento dell’armistizio; lì tornava l’aiutante di campo del generale, spedito per chiedere ordini all’inseguimento del re fuggente verso Bari, e riferiva che Badoglio, affacciandosi al finestrino dell’automobile in corsa, aveva gridato soltanto: “Dite a Carboni di fare quello che può, che si arrangi”. A lei Galeazzo Ciano chiedeva prima del processo di Verona: “Credi che mi uccideranno?”, per sentirsi rispondere: “Credo di sì, Galeazzo”. Era sua madre la mediatrice tra il Papa e il generale delle SS Wolff nel negoziare il ritiro dei tedeschi da Roma senza combattimenti né danni per la città. Nella villa del Forte si nascondeva dopo la Liberazione Urbano Rattazzi, ricercato quale aiutante di campo di Valerio Borghese nella Decima Mas: “Fu un amore molto improvviso: ci sposammo lì, diciotto giorni dopo esserci incontrati. Non ho saputo descrivere perché me ne innamorai: ma dell’amore non si sa mai perchè cominci, né perché finisca’. “Una mattina sono entrata in camera di Gianni. Era nudo e mi sono accorta che era diventato un uomo”. La frase icastica può simboleggiare uno dei grandi pregi di Vestivamo alla marinara: è un libro non borghese. Senza rispetti umani, sensa ipocrisie, senza timori per “l’occhio del mondo” né per “quello che dirà la gente”, senza paure né vergogne né pregiudizi: anzi schietto, diretto, sicuro. L’educazione ricevuta nell’infanzia e nella prima adolescenza dai ragazzi Agnelli non era borghese: non si mangia fuori dei pasti, a tavola viene servito quanto più si odia, non si deve temere di dormire al buio, non si passeggia ma si cammina quasi a passo di marcia, mai e poi mai i bambini possono andare a scuola in automobile neppure con clima pessimo, il bagno si fa tutte le sere prima di cena, non si entra nei negozi e non si compra. Le regole somigliano a quelle dell’educazione regale o principesca d’epoca, mix di severità e superbia, senza neanche una sfumatura di autoindulgenza» (“La Stampa” 26/6/2003).