varie, 27 novembre 2002
MINGHELLA Maurizio
MINGHELLA Maurizio Genova 16 luglio 1958. Serial killer, accusato di aver ammazzato in due serie almeno 14 prostitute (già condannato all’ergastolo per quattro delitti), dopo una prima confessione si è sempre dichiarato innocente. Il 2 gennaio 2003 riuscì ad evadere dall’ospedale di Biella, ma fu ripreso dopo poche ore. «Il tamburo che gli suonava dentro la testa era un segnale di morte. “Come un dolore dentro l’interno del cervello, delle martellate”, lo ha definito. Lui […] Faccia anonima, come anonime, invisibili, erano le sue vittime. “Prostitute”, nei mattinali di polizia. Le ritrovavano in fondo a strade sterrate, in case dove l’odore della rovina e era più forte di tutto. E per questo non hanno fatto notizia, ma soltanto numero, una sull’altra, una contabilità che […] ha portato un gruppo di studiosi a a definirlo “il più grande omicida seriale italiano”. È una storia difficile da raccontare […] quattro omicidi (ma è indagato per altri sei), violenze, stupri, rapine, sequestri di persona. Perché è fatta di dettagli macabri, ossessioni, di un carnefice che veniva picchiato da bambino, che odiava le donne, di vittime alle quali era difficile dare un nome. Era già successo una volta. Quando viveva a Genova, lo chiamavano il “Travoltino della Valpolcevera”, una moglie, faccia nota nelle palestre dove faceva il pugile. Nel 1978 lo condannarono a quattro ergastoli, uno per ogni donna che aveva strangolato. Dopo 17 anni nel penitenziario di Porto Azzurro, lo mandano a Torino. È il novembre del 1995. Semilibertà, lavoro da falegname in una cooperativa, poi in cella dalle 22 alle 7. Ma anche il tempo per girare sul suo motorino alla ricerca di prede, per sfogare un odio che non si è mai spento. Dirà agli psichiatri: “Quando vedo il pm è come se vedessi mio padre. Lui picchiava mia madre di brutto. Oggi ho rabbia, di non averlo ammazzato, strangolarlo, con una corda, da dietro”. È il modo in cui dal 1996 al 2001 vengono uccise almeno dieci prostitute nel torinese. Questa è anche la storia di un gruppo di investigatori che per un anno hanno passato notti insonni dietro a un sospetto. Per immagini: Marco Basile che davanti al cadavere di Tina Motoc — moldava, aveva 27 anni e un bambino di due — fatica a trattenere vomito e lacrime, anche se è il capo della Omicidi e di morti ne ha visti tanti, ma uno così martoriato, mai. L’indagine parte da lì, è il 9 febbraio 2001. Altra immagine, Claudio Cracovia e Sergio Molino, capo e vicecapo della Squadra mobile, che mettono a confronto quei delitti con i vecchi, e capiscono. L’ispettore Montanti che urla nel corridoio della questura di Torino: “È lui”. È successo che sono arrivati i tabulati. La telefonata di Minghella alla Motoc poco prima del delitto, lui che la sera stessa regala il “guscio” del cellulare della ragazza alla sua convivente, che lo usa per chiamare la famiglia. Lo avevano già fermato per rapina, non volevano spaventare nessuno. Il pm Roberto Sparagna autorizza l’esame del Dna, che lo inchioda per altri due delitti, Fatima H’Didou, 27 anni, marocchina, e Guida Cosimo, 67. E poi le altre. Vennero fuori le testimonianze di chi aveva avuto la morte vicina. Alma Kelici, di Durazzo, riconobbe l’uomo che la picchiò nel maggio 1999. “Mi disse: ‘Sei fortunata... quando mia moglie ha perso un bambino, da allora sono venuto matto e ammazzo le prostitute...’”. Gli investigatori cercarono di capire il “metodo” dietro a quei cadaveri violati in modo indecente. Quelli dell’Unità crimini violenti trovarono una spiegazione nei fumetti che leggeva da giovane, le storie di sesso malato, dove la donna è un oggetto da umiliare, smembrare. Uccideva come nei fumetti. Uccideva perché, scrivono gli psichiatri, l’infanzia atroce che ha vissuto gli ha lasciato un trauma che è diventato il mito dell’uomo “che possiede la donna fino a umiliarla per dimostrare la sua virilità”. E quando non riesce a possedere, e la donna dà segni di impazienza, allora arriva quel “tamburo nel cervello”, la “cefalea pulsante durante l’eccitamento sessuale” ( scrivono gli psichiatri). E iniziava il massacro» (Marco Imarisio, “Corriere della Sera” 26/11/2002).