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 2002  novembre 27 Mercoledì calendario

Rawls John

• Baltimora (Stati Uniti) 21 febbraio 1921, Harvard (Stati Uniti) 24 novembre 2002. Filosofo • «Uno dei grandi filosofi del Novecento […] Dopo gli studi a Princeton e a Oxford, si affermò nella comunità scientifica internazionale nel 1971 con Una teoria della giustizia, che possiamo considerare un classico della filosofia morale e del pensiero politico contemporaneo. Anche in Italia quest’opera, tradotta nel 1982 da Feltrinelli per iniziativa di Salvatore Veca e con la cura di Sebastiano Maffettone, ha suscitato profondo interesse non soltanto tra gli studiosi di filosofia, ma anche di scienze politiche e sociali, non solo tra gli specialisti, ma anche tra i politici che si richiamano in forme e modi diversi al liberalsocialismo: da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Claudio Martelli a Enrico Morando. Il suo pensiero è stato uno dei punti di riferimento della riflessione che ho sviluppato insieme a Veca e a Michele Salvati in “Progetto ’89” sulla persistente vitalità e insieme necessaria attualizzazione dei principi della Rivoluzione Francese. Dal saggio del 1958 Giustizia come equità (Liguori) alla recente opera Liberalismo politico (Edizioni di Comunità) ha sviluppato una rigorosa teoria della giustizia che ha come principio fondante la libertà. Oggetto della teoria sono “i principi di giustizia”, ovvero le scelte che individui razionali farebbero circa i propri diritti e doveri deliberando “dietro un velo di ignoranza”, ovvero senza conoscere la propria posizione nella società e le proprie dotazioni naturali e sociali. Secondo il primo principio di giustizia, il sistema delle libertà per ciascuno deve essere il più ampio possibile compatibilmente con il sistema delle libertà di ciascun altro. Questo principio è prioritario rispetto al secondo, il principio di differenza, che riguarda l’eguaglianza distributiva. Possiamo dire che nel conflitto tra i sacri principi del 1789, libertà ed eguaglianza, Rawls afferma la priorità della libertà, che rende tuttavia compatibile con il secondo, l’eguaglianza, intendendo questo come eguaglianza di diritti o “libertà eguale”, secondo la bella espressione di Calogero. Ed è proprio questa soluzione del conflitto tra libertà ed eguaglianza a rendere possibile la realizzazione del terzo principio, “la fraternità democratica”. La teoria della giustizia di Rawls ha dato luogo a sviluppi di segno diverso: da una parte il premio Nobel per l’economia Amartya Sen, che pone l’accento su un concetto di libertà intesa come capacità di controllo della propria vita; dall’altra Robert Nozick che assume la libertà individuale come valore assoluto sganciato da ogni preoccupazione per l’eguaglianza sociale. Negli ultimi anni della sua vita, Rawls, personaggio schivo e lontano dalle ribalte mediatiche nonostante il prestigio internazionale, ha ancorato la sua teoria della “giustizia come equità” a una rinnovata concezione della liberaldemocrazia» (Alberto Martinelli, “Corriere della Sera” 26/11/2002) • «Non scriveva di frequente. Tra un libro e l’altro, a volte, faceva passare anche più di vent’anni: come successe tra A Theory of Justice (1971) e Political Liberalism (1993), corni di un percorso che ha scolpito i tratti della moderna teoria liberale configurando, per dirla con un suo titolo celeberrimo, la “giustizia come equità”, justice as fairness. […] Nel tempo su di lui si erano gettati in tanti, avidi di iniezioni di laicismo: la sinistra neocomunitaria, che si è sempre proclamata sua figlia; ma anche correnti di pensiero inclini ad abbracciare le componenti di liberalismo accentuato contenute nell’impianto di quello che è stato definito “il maggior filosofo politico americano del secolo”: per esempio, la visione rawlsiana della somma di “egoismi razionali” che, paradossalmente, può condurre al “sistema giusto”. Aveva progetti ambiziosi Lo confessò in un’opera di quelle che saranno classificate come minori, Outline of a Decision Procedure for Ethics: occorre, scrisse, tentare di elaborare una procedura di giustificazione per principi etici analoga a quella elaborata per i criteri della logica induttiva. Fare per la filosofia politica ciò che, da Wittgenstein e dal neopositivismo viennese fino a Willard Van Orman Quine, era stato fatto per la logica. Come ogni grande, per tutta la vita ha pensato un solo pensiero: la giustizia e i suoi riflessi sulla democrazia. Nel libro del ’71, Teoria della giustizia, il problema si presentava così: come costruire una teoria che esplicitasse i principi sottesi ai nostri giudizi sulla giustizia delle istituzioni? Era possibile arrivarci attraverso una “procedura ideale”? Nel libro del ’93 sul “liberalismo politico”, il problema aveva preso un’altra forma: stabilire in che modo configurare gli assetti costituzionali in una società davvero pluralista. “Cose diverse”, riconobbe una volta a chi gli chiedeva se aveva cambiato idea, se l’utopia di “fondare la giustizia” andava accantonata. Diverse, non incompatibili, chiarì lui: non aveva mai smesso di “crederci razionalmente”. Ha avuto tanti allievi e studiosi, tra i quali gli italiani Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone. Proprio Veca ne riassunse il tratto peculiare: “Rawls procede, per approssimazioni successive e con slittamenti graduali, dall’esame scrupoloso della portata e dei limiti della teoria della giustizia come equità alla radicale riformulazione di tale idea, il cui esito è un abbozzo delle linee di una teoria della giustizia internazionale”. Non gli dispiacevano le “utopie”, apprezzava lo sforzo costituente europeo, fu un convinto assertore, tra l’altro, del diritto di resistenza nei confronti di leggi ingiuste e del concetto di disobbedienza civile. Non risulta, però, che suoi testi abbiano avuto gran fortuna in recenti assemblee no global» (Jacopo Iacoboni, “La Stampa” 26/11/2002).