Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  novembre 26 Martedì calendario

FALETTI

FALETTI Giorgio Asti 25 novembre 1950. Scrittore. Attore. Musicista. Paroliere. Laureato in Giurisprudenza, negli anni 70 inizia la carriera di cabarettista nel locale milanese Derby. Negli anni 80 è uno dei comici di punta della trasmissione «Drive In». Nel 1988 pubblica il mini-album «Colletti bianchi», colonna sonora del telefilm omonimo che lo vede fra i protagonisti. Sei anni dopo si classifica al secondo posto a Sanremo con la canzone «Signor tenente». Nel 2002 pubblica il suo primo thriller, «Io uccido», che vende 4 milioni di copie. Nel 2004 esce «Niente di vero tranne gli occhi», due anni dopo «Fuori da un evidente destino», nel 2009 «Io sono Dio • «Ha esordito nel 1981 sugli schermi di Antenna 3, fucina di cabarettisti, con i personaggi che sarebbero poi diventati famosi nel varietà di Antonio Ricci Drive in. Il ragazzo dei ”giumbotti”, Suor Daliso, la guardia giurata Vito Catozzo e il predicatore millenarista sono entrati presto a far parte dei luoghi comuni dell’universo giovanile con le loro battute e i loro motti […] Chiamato da Pippo Baudo per l’edizione 1990/91 di Fantastico ha condotto sempre nel 1991 un ciclo di puntate di Striscia la notizia insieme a Lando Buzzanca» (Enciclopedia della Televisione Garzanti, a cura di Aldo Grasso, Garzanti 1996). Grande successo (di pubblico e di critica) con il romanzo Io uccido: «Io non riesco a capire a priori che accoglienza avranno le mie opere. Per esempio ero convinto che i miei dischi con Branduardi fossero dei capolavori e invece non è successo nulla. stata quindi una sorpresa il boom di Io uccido […] Per Io uccido ho avuto davanti a me un tempo illimitato [...] Fare lo scrittore assomiglia per certi versi al lavoro che si fa nel cabaret: bisogna osservare bene i caratteri dei personaggi della vita reale, e poi fissarli in un testo, in un comportamento. In più, per un libro devi visitare il luoghi (e io l’ho fatto). Ho disseminato il romanzo di soggetti folli, in cui c’è davvero della pazzia a volte cattiva e pericolosa, a volte solo derivata dall’incapacità di elaborare il dolore. E mi è piaciuta l’idea di concentrare questi caratteri, che non fanno mai ridere al contrario di Vito Catozzo, nel posto che è l’icona della normalità, il Principato di Monaco. Dove ho abitato per quattro anni ai tempi in cui correvo in auto (e poi sono fuggito per noia). Ambientarlo lì o a Matera costava la stessa fatica. Tanto valeva scegliere un posto di fama internazionale» (Mario Luzzato Fegiz, ”Corriere della Sera” 25/11/2002). «Io uccido è un libro di quasi settecento pagine, che segue alla lettera la tradizione del thriller americano di alto artigianato e dove nulla denuncia la cittadinanza dell’autore (niente misteri da capoluogo di provincia, neanche un filo di nebbia padana, non un arancino, non un proverbio in dialetto) né, tanto meno, le sue precedenti appartenenze. Faletti, insomma, brucia in un colpo lo stereotipo del giallista langhigiano che scrive del cardo gobbo e quello del personaggio noto che riversa nella sua prima esperienza di scrittura il mondo che conosce, secondo l’antica consuetudine per cui un giornalista ambienterà il suo giallo in una redazione e un personaggio televisivo disseminerà di cadaveri i corridoi di viale Mazzini. Mira altrove. Tanto per cominciare, qui si mangia bouillabaisse e siamo a Montecarlo, le vittime sono conseguentemente ricche e, come si vedrà, doverosamente belle: le prime due sono una campionessa di scacchi e un pilota di Formula 1, ma poi sarà il turno di un figlio perverso della new economy e di un ballerino cieco. Gli investigatori sono creature pensosamente hard boiled: ovvero Frank Ottobre, infelice agente Fbi che fino al suicidio della moglie ha vissuto (ed è quasi morto) per il lavoro, e l´amico commissario Nicolas Hulot, la cui esistenza è stata ugualmente segnata dalla tragedia per la morte del giovane figlio. I cattivi toccano corde contrastanti nel lettore: orrore e infine pietà per il killer psicopatico che fa strazio di belli e a volte dannati scarnificandone il volto, e che, comme il faut, nasconde un insopportabile trauma. Disgusto senza sconti, invece, per il perfido generale americano Nathan Parker, con ragguardevole carnet di follia e scheletri nell´armadio. A seguire, gli altri ingredienti obbligati: un ragazzo autistico con ruolo di rilievo, una storia d’amore fra Ottobre e la sorella della prima vittima, nonché figlia vessata del rivoltante generale, alcuni riflessi risolutori in uno specchio, come Hitchcock comanda, la voce distorta dell’assassino che annuncia i suoi prossimi delitti ad una trasmissione radiofonica di Radio Montecarlo, un cimitero di campagna. E poi musica (molta), sangue (di più), buio (le notti in cui va in onda la trasmissione, e in assoluto tutta l’oscurità foriera di agguati disseminata nel romanzo), colpi di scena incastrati l’uno nell’altro come matrioske. Concessioni alla letteratura che rifugge il genere, altrimenti doverose, zero. Semmai, i riferimenti vengono dal genere stesso: senz’altro da Thomas Harris, nella finalizzazione degli scempi compiuti dall’assassino al realizzarsi di un impossibile desiderio. E, in assoluto, da tutti gli elementi che vanno a comporre la macchina del thriller da grandi masse. Perché a decretare la fortuna di Io uccido è la sua stessa, dichiarata origine: un romanzo popolare, scritto con l’idea di essere tale. Per l’Italia, una ghiottoneria» (Loredana Lipperini, ”la Repubblica” 20/10/2004).