Fortunato Minniti, Il Piave, Il Mulino, 25 novembre 2002
Prigionieri. Dei seicentomila soldati italiani caduti prigionieri, uno su sei non sopravvisse. A differenza di Francia e Regno Unito, fino al luglio 1918 l’Italia non integrò il vitto distribuito dai nemici ai prigionieri, lasciandoli morire di fame pur di dissuadere i soldati dall’arrendersi al nemico per sottrarsi alla trincea
Prigionieri. Dei seicentomila soldati italiani caduti prigionieri, uno su sei non sopravvisse. A differenza di Francia e Regno Unito, fino al luglio 1918 l’Italia non integrò il vitto distribuito dai nemici ai prigionieri, lasciandoli morire di fame pur di dissuadere i soldati dall’arrendersi al nemico per sottrarsi alla trincea. Inoltre ostacolò in ogni modo l’approvvigionamento da parte delle famiglie, subordinato a decisione insindacabile da parte dell’autorità militare sulla base dell’accertamento presunto o accertato tenuto dal militare al momento della resa (era possibile inviare 6 kg di pane ogni dieci giorni e 5 kg di altre derrate e indumenti ogni quindici, divenuti dieci da giugno).