Varie, 22 novembre 2002
Tags : Uday Saddam Hussein
SADDAM HUSSEIN Uday Bagdad (Iraq) 18 giugno 1964, Tikrit (Iraq) 22 luglio 2003 (ucciso dagli americani)
SADDAM HUSSEIN Uday Bagdad (Iraq) 18 giugno 1964, Tikrit (Iraq) 22 luglio 2003 (ucciso dagli americani). Il primogenito di Sadisavan • «Un giorno papà Saddam disse a Uday: ”Vieni, chiama tuo fratello Qusay e aspettatemi giù nel cortile della prigione”, quella annessa al fastoso Palazzo della Repubblica. Era il 1979, Uday aveva appena 15 anni, suo fratello minore 13. Il raìs voleva che i suoi due figli maschi assistessero alla fucilazione di alcuni ”traditori” - alti ufficiali e gerarchi del regime caduti in disgrazia - perché potessero trarre una buona lezione sull´amministrazione del potere. Uday si mise a ridere, come se quello a cui stava assistendo fosse uno spettacolo comico. Qusay, invece, rimase in silenzio, attento a non tradire alcuna emozione: non batté nemmeno un ciglio, neanche quando il comandante del plotone di esecuzione distribuì i colpi di grazia con la sua pistola d´ordinanza. Uday crebbe sempre più cattivo, prigioniero della sua psicopatia - sorta di delirio paranoide che ”inclina alla violenza assoluta”, scrissero due psichiatri egiziani. Lo chiamavano ”Uday il Macellaio": amava il lusso più sfrontato (possedeva 1300 fuoriserie) si dimostrò sadico, violentatore, rischiò la pelle in un attentato (1996) perché i fratelli di una delle donne di cui lui abusò vollero vendicarsi. Restò in vita, ma menomato: la vendetta fu atroce. Latif Yahia, il sosia di Uday, scappò in Occidente qualche anno fa, dopo essere stato preso a rivoltellate dal figlio del raìs. Disse: ”Il mio ex capo si diverte a torturare, stuprare, uccidere. Faceva rapire le donne per le sue orge, poi le eliminava”. La colpa di questo carattere abominevole, cercò di spiegare il sosia, era del padre che picchiava il figlio con tubi e cinghie ed umiliava la madre davanti al ragazzino mostrandosi assieme ad altre donne: ”Era Uday a dirci queste cose, da ubriaco. Poi le smentiva appena tornava sobrio”. Uday se la pigliava con tutti, bastava che non gli andassero a genio: persino i giocatori della nazionale di calcio (era anche presidente della federazione irachena) erano nel suo mirino, una brutta partita e subito li costringeva a tirare palle di cemento, e guai se osavano sbagliare un rigore: finivano dritti dritti in galera. Persino il padre lo trovava eccessivo e gli preferì sempre il più gelido, furbissimo e controllato Qusay, che divenne il collaboratore più fedele e fidato del raìs: a lui, e non al primogenito Uday il dittatore iracheno dette l´incarico più delicato, quello di dirigere la Sezione speciale della Guardia repubblicana, il nucleo di ferro e fuoco del regime, quindicimila uomini legati a Saddam da una dedizione assoluta, abituati a spadroneggiare e a ricevere paghe da nababbi, e regali: pure kalashnikov placcati d´oro. Per assecondare il padre sino all´estremo, Qusay lo imitò in tutto e per tutto anche fisicamente: stessa corporatura, stessi atteggiamenti, stessi baffoni, stesso taglio di capelli, stessi abiti e cravatte. Un clone quasi perfetto. Uday non restò a mani vuote: papà Saddam gli aveva già dato la proprietà di una delle tv di Stato, il rettorato della facoltà di scienze dell´università di Bagdad, la direzione del giornale Babel, e la gestione in combutta con le mafie delle repubbliche asiatiche che un tempo appartenevano all´Urss del mercato nero per aggirare l´embargo. In questo modo la nomenklatura di Bagdad continuò ad arricchirsi e la famiglia Hussein ad accumulare miliardi e miliardi di dollari. Newsweek paragonò la famiglia di Saddam a quella di don Vito Corleone: Uday il sadico e violento era Sonny; Qusay, più riflessivo, invece era Michael, il fratello giovane che diventerà il nuovo padrino: freddo, calcolatore, dunque assai più pericoloso. Era il 1999 quando Saddam, proprio per premiare quest´attitudine, conferì il comando della Sezione speciale a Qusay:. Saddam non si fidava più di nessuno, se non dei figli ai quali consegnò progressivamente le leve del vero potere. Sapeva che prima o poi sarebbe arrivata la resa dei conti. Così eliminò progressivamente i collaboratori meno sicuri e delegò ai due figli il comando del complesso apparato di sicurezza che protegge il suo clan e quello dei pretoriani, riuscendo a far rappacificare i due fratelli: ”La nostra forza è l´unità, la fedeltà, la saldezza”, disse a Uday e Qusay che si riabbracciarono. Ci scappò qualche lacrimuccia: le faide che avevano lacerato e spaccato il clan degli Al-Tikriti (dal nome del villaggio in cui nacque Saddam) vennero sopite. Così, mentre Qusay si preoccupava di rendere la Sezione speciale della Guardia repubblicana come una sorta di legione invincibile, anche Uday, provvide a fondare il suo esercito privato: inventando i Feddayn, sul modello delle formazioni paramilitari palestinesi, dalle quali copiò soprattutto la struttura semiclandestina. Una sorta di esercito nell´esercito, gente armata sino ai denti e addestrata severamente: ne sanno qualcosa gli inglesi che a Bassora hanno faticato assai per scacciarli dalla città. Perché i Feddayn di Uday si erano allenati duramente sul fronte interno (furono autori delle feroci repressioni nei confronti di curdi e sciiti) e perché sapevano di lottare per la sopravvivenza. Quella che disperatamente hanno inseguito i due delfini di Saddam» (Leonardo Coen, ”la Repubblica” 23/7/2003). «A 27 anni aveva già commesso tre omicidi: due ufficiali dell’esercito uccisi per essersi rifiutati di cedergli l’uno la moglie per un ballo, l’altro la figlia per portersela a letto; e il ”degustatore del cibo di Saddam”, Kamel Hanna Gegeo, massacrato a sprangate per aver introdotto nella camera da letto del padre la bionda Samira Fadel Shahbandar, moglie di Nureddin al Safi, un funzionario delle linee aeree irachene. Era il novembre del 1988. Saddam decise di sposare Samira e, in cambio del divorzio, il marito divenne il direttore della Iraqi Airways. Uday fu prima incarcerato ma, di fronte alle numerose ”richieste popolari di clemenza” (perfino da parte del padre della vittima), liberò il figlio e lo mandò in ”punizione” a fare l’ambasciatore in Svizzera. Ma dopo un po’ fu espulso per aver aggredito un poliziotto elvetico. […] Non è un mistero che non abbia accolto di buon grado la decisione del padre di preferire il secondogenito. Ma lui non si è arreso. Si è preparato alla battaglia per la successione dando vita una milizia parallela e autonoma dall’esercito regolare, ribattezzata ”Fedaiyin Saddam”. […] Non ha mancato occasione per ostentare la propria diversità e emergere come un leader controcorrente. […] Il suo atteggiamento è un po’ quello del figlio violento e viziato che fino all’ultimo non rinuncia a ingraziarsi i favori del padre» (Magid Allam, ”la Repubblica” 21/11/2002). «Nel 2000 è stato proclamato ”giornalista del secolo”. Saddam gli ha affidato il comando di una milizia – i Feddayn – e quindi la guida del Comitato Olimpico iracheno. Forse l’unica istituzione sportiva al mondo ad avere nei suoi uffici delle celle e una sala di tortura. Uday non tollera nulla. Testimonianze raccolte in Occidente – difficili da verificare – parlano di funzionari seviziati per essere arrivati tardi a una riunione, di dirigenti della tv bruciati con le scariche elettriche per aver rallentato la messa in onda di un servizio sul presidente, di un tecnico ridotto a una larva per non essere riuscito ad aggiustare l’ascensore del Comitato. Si è arricchito con il contrabbando delle sigarette in Europa, si è impossessato degli allevamenti di galline gestiti dal terrorista Abu Nidal. La sua passione – denunciano gli esuli – sono le donne. Le prende, le stupra, se ne sbarazza. Chi osa resistere muore. I maligni affermano che sia un modo per dimostrare la sua virilità in risposta ai pettegolezzi: dopo 3 matrimoni – altri dicono 5 – non ha avuto neppure un figlio. La sua salute – e la sua fortuna politica – è stata parzialmente compromessa da un grave attentato che ha subito nel 1996. Un agguato mentre correva sulla sua Porsche color champagne nel centro di Bagdad» (Guido Olimpio, ”Corriere della Sera” 15/2/2003). «Un lungagnone con la barba rada da coatto, la parlata un po’ blesa, e da qualche anno con una leggera zoppìa (sono i retaggi di un attentato, gli spararono e lo fecero mezzo morto). Uno cui il sangue dà spesso alla testa, uno psicopatico che se s’infuria è capace d’ammazzare il suo avversario lì su due piedi; ne ha combinate tante da riuscire nel non facile compito di rendersi insopportabile perfino in una famiglia dove il fairplay e la gentilezza del tratto non pare proprio che siano le doti più comuni, e il papà lo ha di fatto ”diseredato”. Lui non pare soffrirne troppo: con i traffici che ha messo su grazie alla sua, diciamo, rendita di posizione è diventato l’uomo più ricco dell’Iraq. Il mercato nero passa interamente sotto il suo controllo, e in un paese dove le frontiere sono praticamente chiuse da 12 anni, per l’embargo dettato dall’Onu, ogni attività economica finisce dentro il giro dei traffici clandestini, lasciando al passaggio un cospicuo contributo nelle casse di Uday. Il giovanotto non se la prende molto, perchè le sue passioni sono altre. Il papà lo ha fatto nominare Rettore della Facoltà di Scienze (sono i vantaggi delle dittature, dove può investirsi di scienza anche chi pratica attività assai più materiali), e lui dirige poi anche il giornale del regime ”Babel” e una delle tv di Stato; parrebbe una magnifica figura d’intellettuale organico, ma quello che in realtà lo interessa sono solo le donne e le auto da corsa. Sembra che ne abbia 200 (di auto), e quanto alle donne non si pone limiti: se una che gli passa davanti agli occhi gli piace, il destino della poveraccia è segnato. Una camera d’albergo, o la residenza privata del ”principe”, segneranno lo jus impositivo del virilone di casa Hussein. A metterlo nei guai col papà sono state proprio le donne» (’La Stampa”, 27/3/2003).