22 novembre 2002
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DeMerode Alexandre
• . Nato a Etterbeck (Belgio) il 24 maggio 1934, morto a Bruxelles (Belgio) il 19 novembre 2002. «Una figura molto particolare del mondo olimpico. Un eccentrico, che sembrava capitato in quell’ambiente per caso, ma che aveva finito per amarlo profondamente. Era entrato nel Cio nel 1964, giovanissimo, aveva trent’anni. Sono solo due i membri che hanno un’anzianità nella famiglia olimpica superiore alla sua: Havelange e Hodler, cooptati nel 1963. Nato da famiglia di sangue blu, non aveva un grande passato sportivo. Si era laureato in medicina. Era un appassionato, che ha fatto una rapidissima carriera come dirigente. Il fatto di essere nobile gli ha spianato la via, così è diventato anche presidente della federazione belga di canottaggio e presidente del Consiglio superiore di educazione fisica. Nel 1967 ha fondato la commissione medica del Cio e ne è diventato presidente, incarico che ricopriva quand’è morto. All’inizio il doping era uno spettro lontano, ma quando la famiglia olimpica ha cominciato ad interessarsene, questo cancro si era già diffuso in tutto il corpo dello sport. Alla fine degli anni Settanta, quando il fenomeno è diventato preoccupante, il Comitato Olimpico era quasi stato costretto ad accettare l’arroganza dei nuovi santoni della chimica, perché troppi dirigenti si erano compromessi e il movimento dei cinque cerchi era in crisi nera. Poi il boicottaggio ai Giochi Olimpici, prima nel 1980 a Mosca e poi nel 1984 a Los Angeles, ha offerto la grande occasione ai manipolatori delle prestazioni fisiche e quindi sportive di imporre la loro logica. A quei Giochi dirigenti e manager con pochi scrupoli pretesero, con il ricatto, un antidoping fasullo, dicendo che, senza un vero salvacondotto in questa materia, molti campioni non si sarebbero presentati al Villaggio Olimpico. Lui sopportò a fatica questa situazione e qualche anno dopo ammise che a Los Angeles da un armadio nella sua suite erano sparite delle provette dell’antidoping, che contenevano liquido organico risultato positivo ai test. Venne insediata una commissione d’inchiesta, che però non riuscì a provare nulla e lui stesso disse che la sparizione era stata accidentale ed era avvenuta durante le pulizie di routine. I dubbi sulla vicenda però non sono mai stati fugati. Nel 1988 ai Giochi di Seul fu considerato un atto di riabilitazione l’avere smascherato Ben Johnson, dopo il suo trionfo nella finale dei 100 con il primato del mondo a 9’’79. La punizione esemplare dello sprinter canadese finì per coprire altre situazioni imbarazzanti, ma servì a creare una vera e propria svolta, perché i dirigenti si resero conto che era arrivato il momento di cambiare indirizzo. Successivamente fu in grado di battersi con più incisività e cercò di contrastare la filosofia americana di affidarsi agli integratori, che considerava pericolosissima, ed entrò in polemica diretta anche con politici che invece difendevano e promuovevano l’uso di tali prodotti. Durante i Giochi di Sydney accusò gli statunitensi di avere nascosto cinque casi di positività riscontrati ai Trials, prima dell’Olimpiade del 1988 di Seul, e di fatto riaprì quella vecchia ferita. Parallelamente, in seno alla famiglia olimpica era nata l’idea di creare la Wada, agenzia antidoping esterna e indipendente, e lui interpretò la realizzazione di quel progetto come un attacco dall’interno del Cio alla sua Commissione Medica. Non aveva torto. Minacciò le dimissioni, ma Samaranch lo convinse a restare. In quei giorni il suo fisico era già debilitato dalla malattia che lo ha piegato definitivamente» (Gianni Merlo, ”La Gazzetta dello Sport” 21/11/2002).