Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  novembre 21 Giovedì calendario

Ciancimino Vito

• Corleone (Palermo) 2 aprile 1924, Roma 19 novembre 2002. Politico. Della Democrazia Cristiana. Assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo dal 1959 al 1964, non si oppose al cosiddetto "Sacco di Palermo". Eletto sindaco del capoluogo siciliano nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica ”Primavera”, guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti . Sotto la sua guida venne assegnato il numero record di licenze edilizie. Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo definì ”organico” alla cosca dei corleonesi: nello stesso anno fu arrestato, nel 2001 condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1985 la Dc lo espulse dal partito, pochi giorni prima che morisse il comune di Palermo gli presentò un’ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all’amministrazione comunale (ne consegnò solo sette) (’Il Fatto” 22/10/2009) • «Da ragazzino faceva il garzone nel ”salone da barba” di suo padre Giovannino, che aveva la bottega proprio sulla piazza di Corleone tra il caffè Alaimo e l’ospedale dei Bianchi. Poi ”calò” su Palermo, proprio come fecero quegli altri corleonesi che la conquistarono prima con le lupare e poi con le bombe. Cominciò con la politica insieme a quei due, Salvo Lima e Giovanni Gioia, che poi divennero i ”giovani leoni” della Dc siciliana. Cominciò subito anche con gli appalti. Il primo – ”trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli” - lo prese grazie alla segnalazione dell’allora sottosegretario Bernardo Mattarella che garantì per lui. Il vecchio Bernardo attestò perfino - lettera alla Questura e alle Ferrovie del 12 giugno 1950 - che Vito Ciancimino ”è laureato in ingegneria” e - lettera del 12 ottobre 1950 - che ”è in condizione finanziarie per acquistare due trattori...”. Non era laureato e non aveva un lira, ma un socio in odore di mafia che ci metteva i soldi. Ancora povero ma già in carriera politica. Nel ”53 è eletto nel comitato provinciale della Dc, nel ”54 è commissario comunale, nel ”56 è assessore alle Borgate e Aziende, nel ”58 è assessore ai Lavori Pubblici con Salvo Lima sindaco. in quella stagione che il cemento sfigura Palermo, la città volta le spalle al mare, il tritolo devasta le ville liberty per far posto ai palazzi dei costruttori mafiosi. il grande ”sacco”. Nei cinque anni di don Vito ai Lavori Pubblici su 4 mila licenze edilizie rilasciate ben 2500 erano intestate a tre pensionati (Salvatore Milazzo, Michele Caggeggi e Lorenzo Ferrante) sconosciuti. Comincia ad arricchire, organizza una sua corrente, diventa capogruppo della Dc al Comune. Di questo corleonese sbarcato a Palermo se ne accorse il generale Dalla Chiesa che lo citò in un dossier, se ne accorsero quelli del Pci e soprattutto i giornalisti dell’’Ora” che gli dedicarono un titolo a nove colonne: ”Quest’uomo è pericoloso”. Sindaco di Palermo lo è stato per pochi giorni, burattinaio per almeno tre decenni. ”Via Sciuti è d’accordo?”, chiedevano tutti quelli che in Comune facevano affari riferendosi all’indirizzo del suo attico. In molti avevano rapporti con Cosa Nostra, con tutta Cosa Nostra: lui solo con i Corleonesi. Quando a metà degli Anni Settanta arrivarono i primi scandali lui querelò tutti, anche il capo della polizia Vicari. La Democrazia cristiana iniziò piano piano a prendere timidamente le distanze, ma Salvo Lima dopo un periodo di gelo tornò a patti con don Vito. Fu solo al congresso della Dc del 1983 ad Agrigento - quando De Mita impose il ”rinnovamento” - che lo mollarono tutti. Neanche Lima volle più i suoi voti dopo le prime stragi di mafia. Fu l’inizio della fine di don Vito nella politica. Ma non fu così negli affari. Piazzò tutti i suoi uomini - che erano dc ma anche socialdemocratici e repubblicani - ovunque. All’Urbanistica ci mise un assessore cieco, architetti e ingegneri gli presentavano progetti miliardari in braille. All’Ucciardone finì qualche mese dopo lo sbarco di Buscetta in Italia. E poi al confino. E poi ancora in carcere per appalti. E di nuovo al confino. Primo uomo politico condannato per mafia. Tredici anni. Ma lui si è preso alla fine la sua rivincita. Gli hanno sequestrato qualche milione di euro, solo briciole del suo patrimonio. Dal 1993 don Vito risultava ”nullatenente” » (Attilio Bolzoni, ”la Repubblica” 20/11/2002). «Il sindaco che si fece boss […] Era di Corleone, vedeva Palermo come terra di conquista, come occasione di rivincita, anche per nome e per conto di quella banda di ”viddani”, per dirla con la spocchia della mafia palermocentrica, di quei contadini corleonesi che non riuscivano ad entrare nè nei salotti buoni di Palermo capitale, nè tantomeno nella segreteria politica della dc, motore e cervello di ogni fortuna. […] Il ”divo Giulio”, il politico verso cui Ciancimino non aveva mai nascosto una infinita avversione. Nè quando faceva politica a Palermo e si abbracciava e scontrava col suo delfino, Salvo Lima, nè dopo, quando - nel pieno delle sventure giudiziarie - cercava di dirottare verso l’ex presidente del Consiglio il peso enorme delle proprie resposnabilità politiche e penali. Con Lima, per la verità, il rapporto era più mite. ”Salvuccio” era accomodante, trovava sempre una mediazione e poi […] pagava i prezzi della politica. Affermazione profetica, alla luce di quella tragica mattina di marzo 1992, quando il povero proconsole andreottiano cadde morto vicino ad un cassonetto di Mondello, abbattutto dal fuoco mafioso. Ne era passata di acqua sotto i ponti da quando imperversavano i mitici Anni Sessanta e ”Salvuccio” dava le feste e a Palermo si favoleggiava sul ”primo miliardo di Salvo Lima”. Ciancimino non era ancora nessuno o quasi, ma guardava e imparava. Lui era lì per conto di altri, i ”suoi” non erano i mafiosi di Ciaculli, i Greco e i Bontade, che si arricchivano con la speculazione edilizia sui giardini della Conca d’Oro. I ”suoi” stavano a Corleone, erano Liggio, Provenzano e Riina, e si apprestavano a conquistare il territorio palermitano. Poi toccò anche a lui, a ”Vituzzu”, in sinergia con ”Salvuccio”. Il sacco di Palermo, già. Le licenze edilizie concesse a piene mani, quattromila in una notte di cosiddetto dibattito consiliare. Lima sindaco, Ciancimino assessore all’urbanistica e fuori un’orda famelica di palazzinari. Eppure nessuno esecrava: e forse non era paura, è probabile fosse consenso. A parte qualche flebile voce di protesta, d’altra parte, era sotto gli occhi di tutti come a fronte dell’azzeramento della memoria architettonica di Palermo, le ville liberty demolite per far posto ai casermoni, sull´altro piatto della bilancia vi fosse lo spot vincente della ”casa per tutti”. E le maggioranze rimanevano tanto granitiche da non esser scalfite da manifestazioni e cortei. Erano, semmai, le faide interne a determinare fortune e disastri politici. Era autoritario, Ciancimino. Determinava la politica cittadina, controllava i congressi del partito attraverso il vecchio trucco delle tessere fasulle, come racconterà ai magistrati il pentito Gioacchino Pennino, nipote dell’omonimo boss e ”maggiorente democristiano”. Era il periodo in cui la politica si faceva a Favarella, nella tenuta del boss Michele Greco ”il papa”: a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, quando, cioè cambiava il vertice di Cosa nostra e i corleonesi ”vincenti” ereditavano l’interno vecchio sistema di potere politico-mafioso, cugini Salvo compresi. Era il periodo in cui ai vertici locali della dc, persino agli andreottiani, veniva notificato che ”bisognava far entrare il gruppo di Ciancimino”. Lui, ”Vituzzu”, ha sempre negato, ovviamente. Con la concretezza del ”parvenu”, descriveva senza falsi pudori la spartizione dei grandi affari. Un giorno, davanti ad un bicchiere d’acqua ghiacciata con l’anice, anzi con lo ”zammù”, seduto sul divano chiaro di piazza di Spagna si espresse così: […] ”La cosa funzionava secondo la regola democratica dell’equa parte. Cioè: la dc possiede il 40 per cento dei voti? Ebbene ha diritto alla stessa percentuale di appalti. E così via, fino ai partiti più piccoli”. E la sinistra? Chiedeva il cronista. ”Loro”, e con questo voleva dire ”i comunisti”, ”non volevano soldi, chiedevano lavori per le cooperative”. Il giocattolo sembrava perfetto, fino all´arrivo di Giovanni Falcone, che prese ad inseguire quel flusso di soldi scoprendo uno dei forzieri di ”Vituzzu”, quello del Canadà. Incredibile il giro vorticoso di soldi che ruotava attorno ad un uomo nato non ricco, figlio di un barbiere corleonese ex emigrante, arrivato al massimo obiettivo del diploma di geometra. Solo l’abilità del giudice potè avere ragione della furbizia di don Vito. E l’ex sindaco non nascondeva la propria avversione per un magistrato che descriveva come ”un uomo di potere”, che ”cerca il potere in ogni modo utilizzando le indagini per colpire alcuni e risparmiare altri”. Sembrano temi rubati alle polemiche odierne e invece risalgono agli Anni Ottanta. Cadono in contemporanea, l’ex sindaco e i cugini Ignazio e Nino Salvo. Conoscono il carcere, colpiti dalle accuse di Tommaso Buscetta che è l’arma letale di Falcone. Ciancimino a Rebibbia: sembrava fantapolitica alla vigilia del maxiprocesso. I beni sequestrati, il confino, le misure di prevenzione: un diluvio, malgrado i 19 rinvii inspiegabilmente registrati ad ogni inizio del processo per le misure di prevenzione. Era il tramonto, si intuiva che non sarebbe finita come nel 1972, quando un altro pentito lo accusò. Si chiamava Leonardo Vitale, il pentito. Ma erano altri tempi e le sue rivelazioni finirono nella spazzatura. Anzi, per la verità, gli si ritorsero contro e gli costarono prima il carcere e poi il manicomio criminale. Ma il sindaco che si fece boss era ormai in forte discesa. Unico politico condannato per mafia, era anche uno dei pochi ad aver espiato più di dieci anni di carcere. Segno che era stato proprio mollato: per lui non valsero i motivi di salute, non vennero in soccorso improvvisi ed inspiegabili dimagrimenti, non furono varate nuove leggi. Sarà stato, forse, per questo che - disperato - tentò la via della collaborazione. Incredibilmente accettò il pericolossimo ruolo di mediatore di una inespressa (e inconfessabile) trattativa tra Stato e Cosa nostra, sollecitata da apparati di sicurezza allo sbando sotto i colpi stragisti di Totò Riina. Fu ingenuo, ”Vituzzu”, in quella occasione. Perchè i carabinieri portarono a casa Riina in manette e lui dovette ritirarsi precipitosamente, dopo aver sputtanato un bel po’ di Cosa nostra ed esser diventato soggetto a rischio, specialmente dopo la reazione dei corleonesi infuriati per l’esito di una campagna miseramente fallita. Tanto a rischio da scegliere di disertare Palermo per sempre. La pelle, comunque, l’ha salvata. morto nel suo letto, come avviene per le persone perbene o per i grandi boss, togliendosi lo ”sfizio”, direbbe lui se fosse vivo, di guardare in tv la faccia di Andreotti condannato a 24 anni di carcere» (’La Stampa”, 20/11/2002). «’Quando lo interrogavo aveva sempre quell’insopportabile atteggiamento da superuomo - dice Di Pisa, oggi sostituto procuratore generale - era una persona davvero arrogante e sprezzante. Aveva un’aria spavalda, non conosceva la parola umiltà. Insomma, un personaggio particolare”» (Enzo Mignosi, ”Corriere della Sera” 20/11/2002).