19 novembre 2002
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KeeChung Sohn
• . Nato a Sinuiju (Corea del Nord) il 29 agosto 1914, morto a Seul (Corea del Sud) il 15 novembre 2002. «A Berlino, nel 1936, si coprì di gloria vincendo la maratona per i colori del Giappone sotto il nome nipponizzato di Kitei Son. E’ pur vero che in origine lo spirito olimpico si proponeva di celebrare i campioni solo come individui, anziché come esponenti di questa o quella entità nazionale, ma non è meno vero che quell’ideale fu presto dimenticato, per un motivo molto semplice: i comitati olimpici nazionali, ai quali incombeva il compito e l’onere finanziario di assicurare la presenza ai Giochi del loro Paese, tenevano poi ad accreditarsi almeno una parte del merito per il raccolto- medaglie dei loro atleti. [...] Nel 1910, la Corea aveva perso la sua indipendenza per divenire un governatorato generale dell’Impero del Giappone, al quale fu poi annessa a tutti gli effetti nel 1942. Solo con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale il nome Corea riaffiorò sulle carte geografiche, sia pure sotto due diverse insegne politiche, a tutt’oggi divise. Dal punto di vista dell’atletica fu comunque fortunato per il fatto di esser cresciuto nell’alveo giapponese. Negli anni Trenta, l’Impero del Sol Levante godeva di una buona posizione in campo internazionale, soprattutto grazie ai suoi saltatori e ai suoi fondisti. Lui si era avvicinato all’atletica come mezzofondista ma non tardò a scoprire la maratona. Fece il debutto sulla distanza nel 1933 a Seul, a 19 anni, e fu quasi una sensazione: primo in 2h29’34’’4. L’anno seguente corse la maratona due volte, sempre a Seul, con altrettante vittorie e un tempo sensazionale: 2h24’51’’2. Ma occorre aggiungere che l’Atfs, l’associazione internazionale degli statistici, considera assai dubbi questi tempi: distanza probabilmente troppo corta. Nel 1935, fra marzo e novembre, corse sette maratone, vincendone cinque. Nell’ultima, il 3 novembre a Tokyo, in condizioni ben controllate, stabilì il miglior tempo (accettabile) di sempre con 2h26’42’’. Alla fine di quella stagione, il Giappone vantava sette presenze fra i migliori dieci del mondo. Nel 1936 corse tre maratone, vincendone due, l’ultima delle quali a Berlino gli assicurò un posto nella storia. Fu quello l’ultimo anno della sua carriera, che si riassume quindi in 13 maratone, con 10 vittorie, due secondi posti e un terzo. La maratona olimpica di Berlino, disputata in una giornata assai calda, lo vide trionfare in 2h29’19’’2, con ampio vantaggio sull’inglese Ernest Harper (2h31’23’’2) e su Nam Seung- yong (2h31’42’’), altro coreano prestato al Giappone, per il quale corse sotto il nome di Shoryu Nan. I due connazionali costrinsero alla resa il campione di Los Angeles ’32, l’argentino Juan Carlos Zabala, rimasto al comando fino al 28? chilometro. [...] Nella foto che mostra Kee- chung, Harper e Seung- yong sul podio olimpico di Berlino i due asiatici appaiono con la testa leggermente reclinata. Come spiegò molti anni dopo il vincitore, quell’atteggiamento non era inteso « come riverenza alla bandiera e all’inno del Giappone, bensì come un gentile e silenzioso segno di vergogna per l’assenza, nei simboli, del loro Paese natio. Racconta lo storico americano Wallechinsky che, il giorno dopo, la stessa foto apparve in un quotidiano di Seul con un sapiente ritocco, mediante il quale era sparito dalle maglie di Kee- chung e Seung- yong l’emblema del Sol Levante. Per reazione delle autorità giapponesi, gli autori del trucco furono relegati per un po’ in galera e il giornale dovette sospendere le pubblicazioni per alcuni mesi. Sul piano morale, il vero giorno dei giorni di Kee Chung- sohn – che dopo la Seconda Guerra Mondiale scelse la nazionalità sudcoreana, diventò presidente della federazione di atletica e membro del comitato olimpico del proprio Paese – fu quello dell’apertura dei Giochi di Seul ’88, quando fu ultimo tedoforo della fiaccola olimpica davanti a 88.000 persone. Appena 52 anni dopo la gioia mista di Berlino ... » (Roberto L. Quercetani, ”La Gazzetta dello Sport” 16/11/2002).