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 2002  novembre 19 Martedì calendario

DBC PIERRE

(Peter Finlay). Nato ad Adelaide (Australia) nel giugno 1961. Scrittore. «Alto e magro [...] sembra Pig Pen dei Peanuts inesorabilmente cresciuto. Ha un sorriso dolce, mite. La barba un po’ lunga. Fuma una sigaretta dopo l’altra [...] ”DCB è uno pseudonimo, sta per Dirty but clean, sporco ma pulito. Da ragazzo mi chiamavano dirty Pierre, mi mettevo sempre nei guai, non rispettavo niente e nessuno. Adesso la vita mi ha portato alla ragione e così ho corretto il mio soprannome. [...] Sono cresciuto con molti soldi e molta libertà. Sono nato in Australia, ma andammo presto a vivere in Messico. Quando avevo 16 anni, mio padre, che era un funzionario Onu, si ammalò gravemente. Si trasferì a New York per le cure. Io fui lasciato in una casa che aveva nove bagni, un sacco di servitù, di tutto. I miei amici in pratica stavano sempre da me: c’erano macchine, denaro, ovviamente droga. Credo sia stato il modo in cui mi opposi al dolore per la malattia di mio padre, che morì dopo tre anni. In Messico con i soldi ti compri la legge: non c’erano limiti per noi [...] Poi la situazione economica precipitò. Incominciai a indebitarmi fino all’osso: continuavo a vivere come prima, facevo finta non fosse successo niente. Ero un inguaribile romantico con la testa piena di fantasie. A trent’anni ero povero e mi ero fatto una quantità di nemici. Amici e donne mi scansavano [...] Ho imparato a lavare i piatti, ho cercato lavoro; ho fatto design, fumetti. Il visual artist e il film maker [...] Sono stato un bambino fortunato. Le persone vicine mi dicevano sempre che prima o poi avrei fatto qualcosa di significativo. Per anni le loro aspettative hanno rappresentato un problema per me. Io certo non avevo indizi sulle mie possibili doti [...] La mia famiglia era straordinaria. I guai me li procuravo da solo. Così, quando ho recuperato la ragione, ho capito che dovevo applicarmi a una cosa più complessa e articolata delle arti visive: un libro [...] La mia non è solo una satira della vita americana, ma del modo stereotipo in cui la guardiamo. Quel che volevo dire è che oltre questa rappresentazione c’è redenzione e amore. Ho avuto rapporti con l’America per almeno 16 anni, soprattutto col Texas, e mi ci sono divertito da morire. Se le icone possono sembrare negative, io desideravo mostrare che sotto ci sono emozioni positive [...] Non ho avuto una grande formazione letteraria. Da ragazzo rimasi colpito da Kerouac e dalle sue descrizioni del Messico, le migliori che abbia mai letto. Ho molto amato anche Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Adesso ho una passione per Andrew O’Hagan e per Juan Pedro Guiterrez. Comunque in un autore apprezzo la capacità di descrivere una realtà in modo dettagliato, mi deve portare nel racconto non per grandi concetti, ma attraverso tanti piccoli particolari”» (Susanna Nirenstein, ”la Repubblica” 15/11/2002).