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 2002  novembre 19 Martedì calendario

Badalamenti Gaetano

• Cinisi (Palermo) 14 settembre 1923, Fairton (Stati Uniti) 30 aprile 2004. Mafioso. «Di lui dicevano sempre che era uno ”all’antica”, ma è stato il primo in Sicilia a scoprire ù bisinissu: la droga. Già quaranta anni fa se la faceva con Lucky Luciano mentre i suoi cognati di Alcamo e i suoi zii di Castellammare del Golfo se la facevano con i Bonanno di New York e i Maggaddino di Buffalo. Aveva stalle piene di buoi e un fratello - Emanuele - che andava avanti e indietro da Cinisi a Detroit. C’era un jumbo che ogni settimana decollava da Punta Raisi e puntava diretto verso gli States, lo chiamavano ”il Padrino” proprio in onore di don Tano che aveva terreni intorno all’aeroporto e all’aeroporto aveva fatto assumere tutti i suoi compari. Aveva tanti amici e parenti in America e tanti sudditi in Sicilia. Era il padrone di Cinisi, comandava un esercito di sicari e di corrieri, aveva in mano onorevoli che stavano alla Regione e pure al Parlamento. Mafioso di quarta generazione (lo storico Salvatore Lupo ha scovato alla metà dell’800 il capostipite della dinastia, Giuseppe Badalamenti commerciante di fichidindia), è stato per un certo periodo anche il capo del ”governo” di Cosa Nostra, la famosa Cupola. Era la stagione di una Palermo felicissima, il sacco edilizio, le ville liberty e le palme devastate dal tritolo per costruire palazzi, prefetti e questori che andavano a braccetto con i boss, i cardinali che tuonavano contro ”i giornali del Nord che infangano l’onore dei siciliani”, carabinieri di reparti speciali che consideravano galantuomini come lui naturali alleati per mantenere la pace sociale sull’isola. Ma poi i tempi cambiarono. Ci furono le prime guerre tra i clan, dalle montagne scesero i Corleonesi di Luciano Liggio. Due soprattutto portarono guai a quel ”sistema” siciliano che sembrava perfetto: Totò Riina e Bernardo Provenzano. Per un po’ don Tano li accolse nel suo regno, poi i ”contadini” di Corleone gli sterminarono mezza famiglia e lo costrinsero a peregrinare per le Americhe. Anche il rispetto non aveva più. Nemmeno della gente della sua razza. Fece sapere Luciano Liggio in giro: ”Chiddu sceccu è...quello è un asino”. Fece sapere don Tano in giro sui Corleonesi: ”Quelli ci consumeranno tutti, quelli porteranno alla rovina Cosa Nostra”. Ma prima che le cose si mettessero male per gli uni e per gli altri, fu uno dei viceré dell’isola. Con Stefano Bontate di Villagrazia. Con Salvo Lima a Palermo. Con i cugini Nino e Ignazio Salvo di Salemi, gli esattori che avevano in mano quell’impero diventato ”polmone finanziario” della Democrazia cristiana e che erano al servizio totale dei colonnelli siciliani di Giulio Andreotti. Per trent’anni qualcuno fece ”piccioli” a palate e qualcuno altro accumulò uno straordinario potere. Erano padroni di tutto. Non si fermavano davanti a nulla. A svelare per primo la storia di quel ”patto” a Giovanni Falcone e poi ai procuratori che presero la sua eredità fu Tommaso Buscetta, amico di don Tano da sempre, riparato con lui in Brasile all’inizio degli Anni Ottanta per sfuggire alle vendette corleonesi. Il pentito parlò tanto di mafia e politica, dei ricatti incrociati tra boss e onorevoli, di favori e di voti e di processi insabbiati. Disse anche: ”Una volta Tano mi riferì che aveva incontrato Giulio Andreotti nel suo studio privato a Roma per aggiustare un processo e che Andreotti lo elogiò, gli disse che di gente come lui (Badalamenti-ndr) l’Italia ne aveva bisogno uno per ogni strada”. Ci restò male don Tano quando il suo amico Tommaso cominciò a ”cantare” e lo trascinò sul fondo. Fino ad allora aveva avuto solo piccole noie. Una soprattutto, tanto tempo prima quando - dopo le Giuliette che esplodevano nei giardini di Ciaculli - tutti i capi della mafia siciliana furono inviati al confino tra la Lombardia e l’Emilia. A don Tano toccò di andare a Sassuolo. Lì c’era un giovane capitano dei carabinieri che - racconta lo stesso Badalamenti ai magistrati siciliani – ”mi trattava come un delinquente”. L’ufficiale aveva paura che don Tano organizzasse dei sequestri di persona al Nord, il boss chiese aiuto a Nino Salvo e, così, il sorvegliato speciale diventò all’improvviso un ospite di riguardo. Una raccomandazione ”dalla più alta autorità dei carabinieri in Sicilia” (il colonnello Giuseppe Russo, poi ucciso dai Corleonesi-ndr) trasformò il soggiorno obbligato di Gaetano Badalamenti solo in un soggiorno. Poi tornò in Sicilia a fare ancora il capo. Fino alla lunga fuga. E fino alla ”Pizza Connection”, quando Gianni De Gennaro e gli agenti antidroga americani nel 1984 lo incastrarono per i suoi traffici di eroina e una Corte nel 1987 lo condannò a 45 anni. Dal carcere di Fayrton non è uscito più. Ha mandato però tanti messaggi. Quasi tutti ad Andreotti. Ha detto: ”Se un giorno condannassero il senatore andrei a piedi in Italia a dirgli: hai visto, sei pure tu un boss”. […] Un vecchio padrone della Sicilia che però ha capito quando era arrivata la fine della sua storia. Fu proprio la sera di primavera quando si presentò davanti alle telecamere con i capelli impomatati. Venticinque anni prima aveva fatto uccidere quel ragazzo rivoluzionario e sognatore che abitava a ”cento passi” dalla sua casa di Cinisi e che ogni giorno lo sputtanava dalla sua radio, l’aveva fatto ammazzare in modo che sembrasse un suicidio, lo avevano coperto investigatori e procuratori, erano riusciti a far diventare Peppino Impastato ”un terrorista”. Ma dopo tanto tempo l’aveva pagata don Tano. Nel secolo dopo» (Attilio Bolzoni, ”la Repubblica” 18/11/2002).