Domenico Scarpa, "La Stampa" 03/11/2002, pagina 25, 3 novembre 2002
Anna Maria Ortese racconta di aver abitato in dieci città diverse cambiando circa trentasei case, quasi tutte assediate dal rumore, cadenti, buie, gelide o soffocanti
Anna Maria Ortese racconta di aver abitato in dieci città diverse cambiando circa trentasei case, quasi tutte assediate dal rumore, cadenti, buie, gelide o soffocanti. Pensò alla sua vita come a un mistero glorioso, fin nei più piccoli dettagli: «Dicono che l’erba medica sia verde. La nostra era blu. Io non mentisco. Era di un blu smagliante». «Sembrava vivesse in un’ombra perenne» scrisse di lei Franco Grassi. Ma l’immagine più celebre è di Elio Vittorini: «La zingara assorta in un sogno». A lei non piacque: «Io ammiro le zingare ma non posso esserlo: forse lo sono stata, una zingara della sofferenza, ma ormai sono una formica che si è rifugata, immobile, sotto una panchina. Non ho altra difesa che l’assoluta solitudine in cui mi sento talvolta persino allegra». Povera, fu aiutata da molti: Salvatore Quasimodo e Adriano Olivetti, il presidente Luigi Einaudi e il banchiere Raffaele Mattioli, Natalia Ginsburg e Giulio Andreotti («un diavolo che sembra un folletto, con gocce di bontà nell’animo»). Non ebbe un buon rapporto con il denaro: «Vorrei scrivere questa antipatica parola con lettere piccolissime, quasi invisibili!». E non amò sentirsi in debito: «Il rito della gratitudine, come tutti i riti, mi nausea. Sono grata, e basta». Quanto alla sua ispirazione: «La paura è il maggior motivo per cui si prende un foglio e si infila nella macchina da scivere». «Mi ha colpita il trascorrere del tempo, delle emozioni, delle forme, e il perdersi senza spiegazione di tutto».