Varie, 14 novembre 2002
Tags : Juan Schiaffino
Schiaffino Juan
• Alberto Montevideo (Uruguay) 28 luglio 1925, Montevideo (Uruguay) 13 novembre 2002. Calciatore. Uno dei più grandi di ogni tempo, campione del mondo nel ’50 con la nazionale uruguaiana e stella del Milan e della Roma. Si affermò come centrocampista di eccezionali doti tecniche, nel Peñarol (tre titoli nazionali, nel ’49, ’51 e ’53), prima di venire in Italia, acquistato dal Milan nel ’54. In maglia rossonera giocò 149 partite di campionato, segnando 48 gol, perché era un centrocampista che sapeva anche segnare e vincendo tre scudetti (’55, ’57, ’59); nel ’60 passò alla Roma dove rimase per due stagioni (39 partite e due gol), vincendo la Coppa delle Fiere del ’61. Con la nazionale, segnò il gol del pareggio in Brasile- Uruguay (1-2) al Maracanà di Rio de Janeiro. Era il 16 luglio ’50 e con quel successo (non era una finale, ma l’ultima partita di un torneo a quattro e al Brasile sarebbe bastato anche il pareggio), l’Uruguay si aggiudicò il titolo mondiale. Avendo origini genovesi, ottenne lo status di oriundo e giocò quattro partite anche con l’Italia, fra il ’54 e il ’58. «Aveva impresso nell’animo l’inconfondibile codice della Liguria. Schiaffino è cognome battente bandiera genovese, della riviera di Levante. E dalla costa a Est di Genova proveniva il nonno paterno, un macellaio emigrato verso La Merica agli inizi del Novecento, come tanti italiani all’epoca. Incerto il paese di origine, Camogli o Portofino. Inequivocabile il Dna, sulla parsimonia di Pepe Schiaffino si sprecano gli aneddoti. Memorabile quel che accadde proprio a Genova, prima di una partita a Marassi tra il Milan e i rossoblù di casa. Un sabato pomeriggio di vigilia, quattro passi distensivi lungo via Venti Settembre. Tira vento di tramontana, fa un freddo cane e Liedholm suggerisce: ”Perché non prendiamo un caffé?”. Nordahl e Schiaffino approvano, ma, sull’uscio del bar, Pepe viene colto da un atroce dubbio e domanda: ”Paga la società, vero?”. Deludente risposta di Nordahl: ”No, Pepe. In questo caso ciascuno sborsa di suo”. Estremo dribbling dell’uruguaiano più genovese dei genovesi: ”Vi aspetto fuori, il caffé mi rende nervoso”. E’ stato forse il primo calciatore a gestire gli ingaggi con criteri manageriali. Raccontano che ai tempi del Milan fosse solito trascorrere i lunedì di riposo nella vicina Svizzera, per speculazioni finanziarie. Comprava e rivendeva valuta e, secondo attendibili testimonianze, faceva fruttare i risparmi del 20 per cento e reinvestiva in appartamenti e negozi. Certo, circolavano altre cifre. Il Milan lo acquistò nel 1954 per 52 milioni di lire. Somma rispettabile, ma niente di paragonabile alla nostra realtà: gli indici di rivalutazione dimostrano che 52 milioni del ’54 equivalgono a circa 600.000 euro di oggi, meno di un miliardo e 200 milioni delle vecchie lire. Somma risibile, dato l’inestimabile valore tecnico di Schiaffino. Che il primo anno al Milan percepì stipendi per 15 milioni di lire, meno di 200.000 euro correnti. Schiaffino pagato come un mediano della Reggina o del Modena 2002. Cronache da un altro evo. [...] Aveva proprio uno spirito ligure: oltre che risparmioso, era spigoloso, burbero, introverso. Tendeva a fare di testa sua e a dire quel che pensava. Quest’ultima cosa gli procurò fastidi, squalifiche e rapporti tesi, specie con compagni e allenatori: memorabili certe litigate con Gipo Viani. Figlio di una casalinga e di un impiegato dell’ippodromo nazionale di Montevideo, comincia a giocare a 8 anni. E’ un’ala destra. Nel 1937 la prima squadra vera, l’Olimpia. Nel 1942 la svolta: entra nel settore giovanile del Peñarol. Altri tempi, si diceva. Impensabile vivere di solo calcio. Il Pepe arrotonda e assaggia diversi mestieri: fornaio, commesso di cartoleria, operaio in una fabbrica di alluminio. Però è così bravo che la doppia vita dura poco. A 18 anni è già titolare. Gioca con l’intelligenza e la sapienza di un veterano e nel 1950 viene convocato per la coppa Rimet in Brasile. Una coppa del Mondo che sembra decisa in partenza: vincerà il Brasile. Anzi, deve vincere il Brasile. Quel che succede allo stadio Maracanà il 16 luglio 1950 è qualcosa di epico e irripetibile. Brasile-Uruguay non è la finale, perché in quell’edizione la formula è particolare e a decidere il vincitore sarà un girone all’italiana. Non è una finale, ma qualcosa che gli assomiglia maledettamente. E’ l’ultima partita e al Brasile basta un pari per diventare campione del mondo. Un pari? Non scherziamo: i quasi 200.000 del Maracanà non si aspettano altro che gloria e vittoria. Segna Friaca e l’operazione pare compiuta, ma milioni di brasiliani sottovalutano l’Uruguay. Obdulio Varela, il capitano, raccoglie la palla in fondo alla rete e con passi lenti si avvia a centrocampo. Trascorrono interminabili secondi, Varela ha lo sguardo fiero e sembra ammonire i brasiliani. Il segnale è forte, ma pochi lo colgono. Al resto provvede Schiaffino: prima Pepe pareggia, poi serve a Ghiggia l’assist per lo storico 2- 1. Uruguay campione e Brasile nel dramma: quella notte vengono certificati 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci. Schiaffino gioca altri due anni nel Peñarol, però l’Italia lo chiama ed è difficile resistere alle lusinghe. Il primo tentativo è del Genoa e va a vuoto: gli emissari rossoblù si imbattono in un uruguaiano più ”genovese” di loro. Il secondo riesce e lo firma il Milan. Trattativa a Hilterfingen, in Svizzera, nel ritiro della nazionale uruguaiana, alla vigilia della coppa Rimet del ’54. Trattativa condotta da Mimmo Carraro, dirigente rossonero dell’epoca, nessuna parentela con i Carraro che verranno. Ufficializzato il trasferimento, un giornale di Montevideo titola: ”Il Dio del pallone ci ha lasciato. Una perdita irreparabile”. Schiaffino sbarca in Italia a 29 anni compiuti, è di gracili apparenze visto che non arriva a 70 chilogrammi di peso, ma non è per niente sul viale del tramonto. Anzi. Dipinge partite straordinarie, pennella calcio e le tifoserie avversarie gli dedicano ovazioni spontanee: succede a Firenze in occasione di un passaggio stupendo e la storia si ripete a Ferrara. Schiaffino è un centrocampista universale, sa fare tutto e legge in anticipo lo sviluppo del gioco. Non insegue la palla, è la palla che corre verso di lui. Scriverà Gianni Brera: ”Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto”. Il Milan del Pepe vince tre scudetti e Schiaffino arriva a vestire la maglia azzurra. E’ il periodo dell’apertura agli oriundi e il nonno ligure di Juan Alberto è il miglior passaporto per la nazionale italiana. Forse è la sola parentesi infelice. Schiaffino mette insieme 4 presenze ed è in campo a Belfast il 15 gennaio 1958 contro l’Irlanda del Nord, nella sfida che sancisce l’esclusione dell’Italia dalla fase finale della coppa Rimet in Svezia dell’estate successiva. E’ la prima e unica volta che l’Italia manca la qualificazione a una coppa del Mondo e succede con Schiaffino. Misteri del calcio. Schiaffino chiude la carriera nella Roma, biennio 1960- 62. Ha superato i 35 anni e il fisico non lo sorregge più come una volta, così si sistema davanti al portiere e si inventa il ruolo di ”libero scientifico”. Nel ’ 62 smette e torna a Montevideo: per qualche anno fa l’allenatore, senza troppa convinzione. Cura i suoi affari con sapienza genovese, sempre più avvinto ad Angelica, la moglie, conosciuta nel ’42 su un bus e mai più lasciata» (Sebastiano Vernazza, ”La Gazzetta dello Sport” 14/11/2002). «Genio assoluto del calcio [...] Centrocampista raffinato e, in barba al ciuffetto e alla normalità del fisico, solido, malizioso, attaccabrighe. Scuola uruguagia: versatile e concreta. Non per caso, sin dalla culla la mamma l’aveva ribattezzato ”Pepe”, un discolo, un tipo dal quale, in seguito, sarebbe stato meglio girare alla larga: troppo talento, e che baruffe, se gli giravano le scatole. [...] ”L’uomo che è venuto da lontano, ha la genialità di uno Schiaffino” canta Paolo Conte in Sud America. I suoi erano originari della Liguria (di Camogli, forse). Per questo, in qualità di oriundo, avrebbe indossato anche la maglia della Nazionale, 4 presenze: la prima il 5 dicembre 1954 a Roma, 2-0 all’Argentina, non senza risvolti polemici nei confronti del ct Alfredo Foni, visto l’impiego di un ”mercenario” che fino ai Mondiali svizzeri di luglio si era speso per un’altra bandiera (risultando, fra parentesi, il miglior giocatore del torneo); l’ultima a Belfast, il 15 gennaio 1958, Irlanda del Nord-Italia 2-1, rissa selvaggia, espulso Ghiggia, e vergognosa esclusione degli azzurri dalla Coppa Rimet del 1958, quella che avrebbe incoronato Pelè... Camminava sui tacchi, a testa alta. Aveva il naso del pointer: annusava il gioco come il cane da caccia sente da lontano la selvaggina. L’immagine, splendida, è di Giuseppe Pistilli. Era un’automobile all’epoca del calesse: in anticipo sugli avversari e sui tempi, sempre. Un interno sinistro di straordinaria tecnica, dal senso tattico fuori del comune. Un Falcao più completo, più avanzato e ancora più determinante, se non è una bestemmia. Quando arrivò al Milan, aveva già 29 anni. Era stato preso per sostituire il vertice pensante del Gre-No-Li, Gunnar Gren. Fu subito scudetto. Aveva, al fianco, Nordahl, Liedholm, costretto dal suo avvento a retrocedere in mediana, Soerensen, Frignani, Cesare Maldini. Allenatori, Bela Guttmann e poi Ettore Puricelli. Nel 1958, a Bruxelles, si celebrò una delle più belle finali di Coppa dei Campioni. Il Milan di Schiaffino contro il Real di Di Stefano che, allora, dettava legge in Europa. Ci vollero i supplementari, la spuntò il Real per 3-2. Questa la scansione dei gol: Schiaffino, Di Stefano, Grillo, Rial, Gento. Tutti in piedi, i tifosi. Non solo: in segno di supremo omaggio, i milanisti vennero invitati dagli spagnoli a compiere con loro il giro di campo riservato, per tradizione, ai vincitori. Schiaffino. Inarrivabile il giocatore, singolare l’uomo. Di un’avarizia proverbiale, attento come nessuno allo sgocciolìo del patrimonio, non un caffè offerto in carriera; si faceva seguire ovunque dalla moglie, l’adorata Angelica: perfino in ritiro. ”Il mio presidente”, la chiamava così. Non avevano figli, si amavano di un amore senza tempo. Schiaffino e Rivera si sono soltanto sfiorati. Peccato. La scintilla scoccò il giorno della prima partitella del futuro abatino, il ”professore” capì subito che quel ragazzo di Alessandria, così gracile, parlava la sua lingua. Lo raccomandò ai dirigenti. Rivera ebbe l’onore e l’onere di prenderne il posto quando il ”professore” si trasferì alla Roma, una Roma capricciosa, che seppe comunque pilotare con mano ferma. [...] Con lui Pelè, Maradona, Di Stefano e nessun altro» (’La Stampa” 14/11/2002). «Era un regista sapiente. Di quelli - parola di Giuseppe Meazza - che entrano in campo e accendono la luce. Meazza era un artista finissimo e sapeva giocare bene quella partita quando voleva giocarla, da vero campione. Capitava che in Schiaffino, lui si ritrovasse. Anche se, in verità, molto non lo amava. Non è una punta, precisava il ”Peppino”. ”Una punta deve risolvere un problema, nella sintesi di un attimo”. E Meazza, nella prima parte della sua carriera, era un centravanti efficacissimo, capace di eccezionali spunti ed invenzioni. Schiaffino brillava, a suo dire, per gli atteggiamenti di arresto e di controllo eleganti, inappuntabili, però... pensati. Un pomeriggio, Meazza venne con me che lo assecondavo nei servizi (era a contratto con la ”Gazzetta dello sport”) e con il fratello di Gianni Brera, Franco, corrispondente ed inviato di ”Tuttosport”, a Ferrara. Il Milan incontrava la Spal. La squadra rossonera, quell’anno, aveva comperato oltre che Schiaffino, Soerensen dall’Atalanta e Ricagni dalla Juventus. Il Milan era stato affidato ad un altro uruguagio, un ex asso, chiamato ”testina d’oro”, Puricelli, dall’incomparabile gioco aereo (colpi di testa da ira di Iddio). Nella formazione milanista, il centrocampo era presidiato da Schiaffino e dalla finta ala Soerensen. Liedholm era stato retrocesso nella mediana. Nordhal, appesantito dalla mole e dagli anni, cedeva, a volte, il ruolo al giovane Bean. Nello spogliatoio, prima del match, Bean aveva chiesto consiglio a Schiaffino. L’atmosfera, in provincia, era sempre carica - così scrivevamo - di fermenti partigiani e si capiva come una recluta si sentisse francamente a disagio. Schiaffino, con un sorriso, lo aveva tranquillizzato: ”Tu non voltare mai il sedere alla porta. Io ti metterò sempre il pallone davanti al naso. Lo rincorri e vai a rete”. Così fu. Meazza, al mio fianco, si divertì moltissimo: puntava lo sguardo su Schiaffino, che arrestava il pallone e lo proiettava pulitissimo, in uno spazio coperto, dove Bean e Frignani lo rendevano tremendamente pericoloso. La mediana, i centrali della Spal, nel silenzio dello stadio, stremati giravano a vuoto. Quando Meazza vide un pallone che addirittura rimbalzava in attesa dell’appuntamento con Bean, il suo giudizio su Schiaffino decisamente si addolcì. Era un pallone pulito, morbido, da giocare subito, che non sarebbe schizzato via. Classe, commentò Meazza, che era oro a diciotto carati. ”Schiaffino è un faro che brilla come la pelata di Ferrari”. Il punteggio a danno della Spal, passò abbondantemente la cinquina. Dell’incontro fasciato di azzurro (il regolamento permetteva queste disinvolture) Frignani ha inciso nella retina il suo gol. ”Obbedisci al vecchio Schiaffino - gli aveva consigliato - scatta oltre il terzino e ti trovi solo di fronte alla porta argentina”. Emilio Violati mio indimenticabile amico aveva scommesso con Schiaffino che l’Italia avrebbe segnato dal primo minuto. Nell’istante in cui si sentì autorizzato a richiedere al campione il dovuto compenso (una bottiglia di champagne) si sentì rispondere: ”E no! Un minuto, avevamo convenuto. Abbiamo segnato a 28 secondi dal fischio d’inizio. Ho vinto io”. Era avaro. Non comperò mai, non dico una fuoriserie, ma neppure un’utilitaria. Ad accompagnarlo all’allenamento ci pensava un suo allievo, giocatore milanista. Il suo autografo assomigliava molto ad un suo dribbling. ”Prezioso - sorrideva - perché io al dribbling faccio raramente ricorso. Il dribbling, infatti, non serve mai (o quasi). Arresto: panorama del campo: e lancio: e se ti riesce, conclusione di destro o di sinistro. Semplice, no!?”» (Mario Fossati, ”la Repubblica” 14/11/2002). «Era il direttore d’orchestra della squadra, calmo, senza furie (non alla Toscanini, per intenderci). I titoli più ricorrenti dei giornali dicevano. ”Sua Maestà Schiaffino”. C’erano soltanto applausi per lui, ogni paragone con altri sudamericani arrivati prima di lui (basti il nome dell’argentino Orsi, suonatore di violino, specialista in tanghi) cadeva perché lui dominava l’intero campo, spuntava come se corresse in punta di piedi alla Nureyev. Di lui si diceva quello che è riservato soltanto ai veri divi: sono andato a vedere Schiaffino e non a vedere il Milan, Schiaffino ha fatto questo e non il Milan ha fatto questo. Veramente immenso, veramente il più grande. Ebbe anche lui, com’è umano, le sue giornate storte. Nell’aprile del 1955 si giocò a San Siro un Milan-Roma che i rossoneri persero 0-2. Alla sera, in una trasmissione televisiva, un commentatore disse testualmente: ”Di Schiaffino non parlo perché mi hanno insegnato che non si deve parlar male degli assenti”. Passò alla Roma. [...] Dire che era perfetto in ogni movenza, elegante e al tempo stesso implacabile, è semplicemente affermare la verità. San Siro gli tributò gli applausi che toccano a chi sta al di sopra delle maglie che indossa e della squadra nella quale milita» (’Corriere della Sera” 14/11/2002).