13 novembre 2002
LAMARQUE Vivian
LAMARQUE Vivian. Nata a Tesero (Trento) il 19 aprile 1946. Poeta. «Le sue poesie profumano un po’ tutte di scuola elementare e raccontano, passo dopo passo, la scoperta del mondo, della vita, dell’amore da parte di una bambina furbissima che adora fare l’ingenua un po’ per stupire e un po’ per giocare. [...] Una bambina silenziosa e molto speciale, con due madri e un padre adottivo, morto troppo presto benché campione nel sollevamento pesi, e una serie impressionante di cognomi: Comba Provera Pellegrinelli. In breve una bambina illegittima data in adozione a nove mesi. Lamarque è il cognome del marito, Paolo Lamarque, pittore o, come dice un verso, ”il più pittore di tutti”. Tutte le sue poesie sono poesie d’amore anche se non si tratta affatto di un canzoniere organico, perché tutto in lei è offerta (teatrale) d’amore: l’amore bizzoso dei bambini, l’amore adulto (ma pur sempre bambino) per il marito, l’amore-transfert per lo psicanalista junghiano con cui fa l’analisi negli anni Ottanta e che anima diverse raccolte: Il signore d’oro, Il signore degli spaventati e Poesie dando del Lei, l’amore per la figlia Myriam ... [...] La rivista Steve le ha dedicato nel numero 18 (1999) un vero portfolio con tante immagini di lei bambina e adulta. Titolo: ”Il primo mio amore erano due”. La sua irrinunciabile, ironica sigla» (Paolo Mauri, ”la Repubblica” 19/12/2002). «In ogni scritto, la voce accarezza la vita di tutti i giorni come i prati verdi e i frutti delle favole che scrive per i bambini. Però, con un giro di vite che, nelle poesie, tramuta la cantilena scanzonata in una lama affilata. Pochi versi per un micro- racconto, un apologo stretto, in brevi formule rimate, attorno ad alcune figure: dialogo o bisbiglio solitario. In casa o per strada, l’ossessione sorridente tiene banco per poche parole o per pagine intere [...] come se, per continuare a sentirsi e dar voce alla cantilena che le risuona in testa, avesse sentito il bisogno di uscire dal consorzio umano e salire sui rami di un pioppo. Più vicina alla ”bella d’erbe famiglia e d’animali” (di foscoliana memoria), finisce quasi col trasformarsi anche lei un po’ in un tronco. In alto, fra le foglie, sposata addirittura con la pianta, circondata dal suo bestiario – come Emily Dickinson, l’amatissima poetessa americana (con Sylvia Plath e Amelia Rosselli all’origine di una genealogia poetica femminile) – ritrova le parole di sempre: il suo mondo di galline, insetti capovolti, lumachine, margherite ed erbe e genitori, figli, matrigne e condomini. Solo più folte e come pronunciate dal didentro. Ritornano gli amori sognati e persi nelle ballate, nelle filastrocche [...] Ma non c’è rabbia o denuncia nella sua voce, solo la tenerezza che nasce dal sapere quanto poco dura ogni vita, circondati come siamo da quanti non ci sono più. Tutti insieme in una grande famiglia» (Ermanno Krumm, ”Corriere della Sera” 12/11/2002).