Varie, 12 novembre 2002
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Ahronovitch Yuri
• Leningrado (Russia) 13 maggio 1932, Colonia (Germania) 31 ottobre 2002. Direttore d’orchestra. «Aveva iniziato a soli quattro anni lo studio del violino. Diplomatosi al Conservatorio nel 1954, intraprese subito la carriera di direttore d’orchestra, lavorando con la Filarmonica di Leningrado e al Bolscioi di Mosca. Nel 1964 conquistò il titolo di direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Mosca, carica che mantenne fino alla sua emigrazione in Israele, avvenuta otto anni dopo. Da allora cominciò a dirigere le più importanti orchestre del mondo, dalla London Symphony alla Filarmonica d’Israele, dalla New York Philharmonic fino all’Orchestra del Teatro alla Scala, distinguendosi soprattutto nel repertorio sinfonico slavo. Fu, tra l’altro, direttore principale della Filarmonica di Colonia dal 1975 al 1986 e guida stabile della Filarmonica di Stoccolma dal 1982 fino all´87. Diversificata e intensa è stata anche la sua attività come direttore di titoli operistici, in teatri prestigiosi come il Covent Garden di Londra, la Royal Opera di Stoccolma e l’Opera di Stato di Monaco di Baviera. Tra le orchestre italiane che ha diretto figurano, oltre a quella della Scala, l´Orchestra Rai di Torino, l’Orchestra di Santa Cecilia a Roma e quella del Maggio Musicale Fiorentino. Restano molte sue incisioni discografiche» (“la Repubblica” 1/11/2002). «Ebreo russo, dissidente, aveva subito il carcere e, soltanto quindicenne, era stato condannato a morte a San Pietroburgo, dove era nato. Poi, grazie proprio alla sua giovane età, era stato graziato. In carcere aveva continuato a studiare musica, quindi assaporato con i maestri russi l’arte di dirigere le grandi orchestre. Poi la sofferta decisione di lasciare la patria che amava, per cercare in Europa la libertà. Aveva sposato Tami, la moglie che non l’ha mai abbandonato un solo momento, per crescere, diventare grande: grande per l’umanità, la dignità che sempre ha espresso, per l’affetto che, in tutto il mondo, dimostrava per le sue orchestre, dalle quali era amatissimo. Ogni sua direzione era sottolineata dal classico battere dei piedi. Era un uomo che guardava alla vita con estrema serenità, nonostante le sofferenze patite. Era stato insignito dell’Ordine della Stella Polare di Svezia, aveva diretto i Berliner, i Wiener, l’Orchestra Sinfonica di New York, il Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra Nazionale di Spagna e la Nazionale di Francia oltre alle orchestre russe. Esortava i musicisti a studiare e a perfezionare ogni sfumatura, ma per loro aveva un rispetto assoluto. A volte si domandava: “Che diritto ho io di cambiare le arcate dell’Orchestra di Parigi? Sono forse più sapiente dei miei musicisti?”. E ancora: “Come si fa a dirigere tutte e nove le sinfonie di Beethoven? Ci vorrebbe, forse, un’altra vita per capire la loro grandezza”. Non aveva mai voluto dirigere Wagner per il suo antisemitismo. Lo diceva sempre. Né amava Karajan per il suo passato di ufficiale nazista. Aveva (il vezzo?) alla fine di ogni concerto, di alzare la partitura, perché era convinto che “noi siamo soltanto gli umili servitori dei compositori”. Né aveva mai voluto dirigere La Traviata perché diceva: “Non mi sento all’altezza della musica sublime di Verdi”. Lui, che a Torino aveva diretto per 19 anni di seguito l’Orchestra Sinfonica della Rai; lui che in Piazza San Carlo nel 1978, aveva segnato la storia musicale di Torino con una straordinaria esecuzione della Nona di Beethoven davanti a quarantamila spettatori plaudenti e che al Palasport, con Mahler, in quegli anni, aveva sbalordito tutti» (Armando Caruso, “La Stampa” 1/11/2002).