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 2002  novembre 12 Martedì calendario

Bardem Juan

• Antonio Madrid (Spagna) 2 luglio 1922, Madrid (Spagna) 31 ottobre 2002 • «Oggi il cinema spagnolo si prende dalla A come Almodovar, o dalla M come Movida, ma c’è stato un lungo periodo in cui era rappresentato da tre B: dal grande Luis Buñuel, in esilio messicano dopo l’avvento del franchismo, e dai più giovani Berlanga Luis e Bardem Juan Antonio che scelsero invece di rimanere nel loro paese e di fare opposizione dall’interno contro la dittatura. Per questo motivo non si può parlare dell’opera di Bardem [...] ignorandone la valenza politica: se per confermare il giudizio di valore bisognerebbe rivedere i film a cui è legata la sua fama, non ci sono dubbi sul loro impatto civile. Figlio d’arte, i genitori erano attori, studia ingegneria e quindi si iscrive alla scuola di cinema di Madrid dove conosce il coetaneo Berlanga, insieme al quale firma il copione e la regia di Esa pareja feliz, una commedia che attraverso una parabola individuale descrive un quadro economico e sociale in prospettiva antifranchista. Militante del partito comunista clandestino dal ’43, sceneggia di nuovo per Berlanga Benvenuto, Mr. Marshall! (1952), che presentato con successo al festival di Cannes viene proclamato, parola di Zavattini, ”il film da cui forse rinasce il cammino di un nuovo cinema spagnolo”. E nel ’55 è la volta di Muerte de un ciclista (Gli egoisti), stavolta scritto e diretto. In apparenza si tratta di un melodramma che coinvolge due amanti adulteri nel grave incidente stradale del titolo. Tuttavia la crisi che il traumatico evento determina nella coppia, lui un povero insegnante e lei una ricca borghese impersonata dalla nostra Lucia Bosé (che rafforza il riferimento a Cronaca di un amore di Antonioni), assume un valore simbolico, alludendo a una crisi che investe un’intera società. In quello stesso anno si tengono le prime Conversazioni Cinematografiche di Salamanca in cui muove un duro attacco al cinema spagnolo definendolo ”politicamente inefficace, socialmente falso, intellettualmente infimo, esteticamente nullo e industrialmente rachitico”. Questa presa di posizione ferma e coraggiosa, il cineasta la pagherà cara: la rivista ”Objectivo” da lui fondata nel ’55 e basata sulle teorie critiche luckasiane, dopo soli nove numeri viene proibita dal governo e chiusa. E nel ’56 durante le riprese di Calle Mayor viene arrestato tanto che non potrà recarsi a Cannes a ritirare il premio per Gli egoisti. Anche nel caso di Calle Mayor, abbiamo una storia intimista: un giovanotto di provincia organizza con gli amici un gioco crudele ai danni di una zitella (la bravissima attrice americana Betsy Blair), fingendo di amarla. Ma come sempre in Bardem, il protagonista del film è la strada del titolo che sta a emblematizzare un mondo ipocrita e repressivo: il tutto in uno stile che se da un lato risente dell’influenza del neorealismo italiano (attraverso I Vitelloni di Fellini) e del cinema populista francese d’anteguerra, dall’altro si lega ai modelli dei grandi scrittori spagnoli, da Valle-Inclan a Galdòs. Invitati di festival in festival, film quali Los Innocentes e Nunca Pasa Nada per una decina d’anni lo qualificano davanti alla critica internazionale come il regista della resistenza. E uno dei suoi indubbi titoli di merito è l’aver prodotto nel 1961 Viridiana, primo film spagnolo di Buñuel dopo l´esilio. Poi un po’ a causa della censura, che impone pesanti tagli a certe sue pellicole, un po’ a causa di un progressivo manierismo di circostanza, il suo cinema perde parte del suo interesse. Per uno dei tanti paradossi della storia, alla morte di Franco nel novembre ’75, quando la Spagna si scrolla del peso della dittatura, la sua opera come quella di altri cineasti veterani per lungo tempo impegnatisi sul fronte libertario appare all´improvviso schematica e invecchiata. Continuerà a lavorare fino ai tardi anni ’80, soprattutto per la televisione ma i suoi film non desteranno più grande eco. Le regole del gioco cambiano mentre entra in scena la generazione della Movida» (Alessandra Levantesi, ”La Stampa” 1/11/2002).